Itaca

by

di Dinos Christianòpoulos

Non so se me ne andai per coerenza
o per bisogno di sfuggir da me stesso,
dalla stretta e avara Itaca
con le sue congregazioni cristiane
e la sua asfittica morale.

Comunque, non fu una soluzione; fu una mezza misura.

E da allora sbando di strada in strada
accumulando ferite e esperienze.
Gli amici che amai sono ormai perduti
e sono rimasto solo con la paura che mi veda qualcuno
a cui parlai un giorno d’ideali.

Ora torno con un estremo sforzo
di apparire irreprensibile e integro, torno
e sono, mio Dio, come il figliuol prodigo che lascia
l’errare, amareggiato, e ritorna
al padre misericordioso, per vivere
fra le sue braccia una dissolutezza privata.

Posidone lo porto dentro me,
che mi trattiene sempre lontano;
ed anche se potessi avvicinarmi,
mi troverà Itaca la soluzione?

Ieri ti vidi arrivare nel sonno
severo e cupo, e mi afferravi in modo
violento e rude, e poi mi trascinavi
dentro ad oscuri porti e piazze vuote
finché la tua divisa militare
fu un grande esercito, che passava,
un grande esercito, che mi calcava,
un esercito, che mi schiacciava sotto gli stivali,
mentre avanzava gagliardo; io mi sciolsi,
ero uno straccio, e divenni tutt’uno
col rovente asfalto, che riceveva
le peste degli infiniti stivali.

Fu allora, nel mio sommo avvilimento,
che ebbe sete di te, Signore, l’anima mia.

Dinos Christianòpoulos
Stagione di vacche magre
e altre poesie (1950-1957)

Effigie. le Ginestre

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