«Io parlo per messaggi…»

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da Pavia, Giovanni Giovannetti

Rese note le Motivazioni della condanna in primo grado a quattro anni del commissario di polizia locale Domenico Pingitore, per aver diffamato “conto terzi” il suo capo Gianluca Giurato. Una vicenda di cui rendicontiamo i retroscena: una storiaccia – purtroppo non solitaria – di malaffare, ricatti, mignottismo istituzionale, coperture incrociate negli anni in cui a Pavia ha governato «la sinistra». Anni non diversi dagli attuali, con il bene comune confinato in feudi di influenza: l’interferenza negli interessi di uno, provocava la piccata reazione collettiva. Una triste pagina su cui meditare, poiché alcuni tra i pubblici amministratori di allora, a quanto sembra li ritroveremo nuovamente candidati alle Amministrative 2014. Stesse facce stesse razzie?

Nel 2008 insieme al consigliere comunale Irene Campari (sinistra indipendente), ci ritrovammo a condurre una battaglia “anomala” sotto più punti di vista: quella per il reintegro al lavoro dell’ex graduato dei carabinieri Gianluca Giurato, il capo della Polizia municipale sospeso truffaldinamente dal servizio (battagliavamo anche in sostegno di Vito sabato, emarginato all’ufficio Anagrafe).
Isolati a sinistra (e non solo da pseudosinistra), sostenuti dai fratelli Veltri, ci immolammo nel raccogliere firme (più di 3.000) insieme alla destra dell’allora “ragazzo dei gazebo” Alessandro Cattaneo: loro con larghezza di mezzi e personale; noi sopra a un tavolino, sul quale ostentavamo copia del “Manifesto” e di “Liberazione” (il minimo sindacale per rimarcare le differenze).
Ora conosciamo le Motivazioni della condanna a quattro anni in primo grado per Domenico Pingitore, il “socialista” commissario della polizia locale che si prestò a diffamare lo «scomodo» Giurato, provocandone la sospensione. Come leggiamo, «colpire Giurato significava rafforzare la posizione dell’assessore Roberto Portolan (Sdi) all’interno dell’amministrazione». E il sindaco Capitelli (Partito Democratico) indotto ad assumersi rilevanti responsabilità ben più che politiche. Una storia che è il caso di ripercorrere.
«Io parlo per messaggi». La frase non è stata pronunciata dall’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, bensì da Piera Capitelli (centrosinistra), sindaco di Pavia dal 2005 al 2009. La rivolge a Vito Sabato, funzionario presso il comando della Polizia locale, durante un colloquio del marzo 2006. Il 23 febbraio, Sabato ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica. Denuncia alcune gravi irregolarità nelle gare d’appalto per i lavori di segnaletica stradale («dai prezzi palesemente gonfiati» fino al 100 per cento, e fatturati due volte); denuncia anche lavori pagati e «in gran parte mai realizzati» per un ammontare calcolato in 2.277.598 euro. Sempre le stesse ditte a concorrere e altre delizie a danno dei contribuenti. Illeciti per i quali l’8 aprile 2011 il Tribunale di Pavia ha condannato in primo grado l’ex dirigente dell’ufficio Mobilità e Trasporti Antonio Capone (falsi, truffa aggravata e continuata, peculato, violenza privata continuata e aggravata: quattro anni di reclusione) e il titolare della ditta Biesse di Cura Carpignano Piergiorgio Scagnelli (truffa aggravata e continuata, frode nelle pubbliche forniture: tre anni e dieci mesi). Il «sistema criminale» era in voga da anni. Una «radicata prassi corruttiva», una «disinvolta e criminale gestione del pubblico denaro» e degli appalti stradali nutrita dalle «pressioni di assessori che non hanno esitato a minacciare di licenziamento funzionari onesti, che hanno avuto solo la colpa di denunciare i fatti a cui stavano assistendo». Sono le parole del pm Roberto Valli, riprese dalla sua requisitoria, parole che denunciano la «continuità di reato» fra le ditte in affari con Capone che, a turno, ottengono l’appalto anche se ai lavori provvede (quando provvede) la Biesse. Alla ditta appaltatrice andava una parte del compenso, senza tuttavia muovere un alluce.
A Capone e combriccola di certo non è mancata l’ironia: lavori su 413 metri lineari di asfalto pagati come se la strada fosse lunga più del doppio o del triplo; strisce per il parcheggio delle auto tinteggiate lungo vie in terra battuta; fermate per l’autobus in vicoli forse accessibili a un motorino; un impianto semaforico tra via Lardirago e la tangenziale, là dove in realtà troviamo un sottopasso… In un secondo esposto alla Procura, Sabato chiama in causa Roberto Portolan, assessore socialista alla Mobilità e alla Polizia locale (lo ricordiamo a giudizio nel 1993 e infine assolto per l’affaire teleriscaldamento): Portolan «si spinse fino al punto di incaricare della progettazione di opere di segnaletica stradale – per un importo complessivo di 220.000 euro – finanche un dottore commercialista […] Il comandante dei vigili Gianluca Giurato ricevette in quella circostanza pressioni, che vennero definite “indirizzi politici” da parte dell’assessore»; e chiama in causa anche il direttore generale del Comune di Pavia Giampaolo Borella: «il dottor Borella mi aveva consigliato di presentare domanda di mobilità presso il Comune di Cosenza, mia città natale. Mi aveva detto che, quand’anche le cose denunciate fossero risultate vere, il denunciante non è mai persona gradita all’amministrazione e pertanto un mio trasferimento […] sarebbe servito ad assicurarmi una vita più serena». In una lettera riservata a Borella e al segretario generale del Comune, Giurato informa che «l’assessore Portolan mi ha più volte riferito che l’ingegner Sabato non avrebbe dovuto occuparsi di segnaletica stradale».
«Io parlo per messaggi, perché parlare troppo non serve…» Parole inquietanti. Cosa voleva il sindaco dal funzionario? Premiarlo per la sua rettitudine? Ringraziarlo poiché, grazie alla sua denuncia, l’Amministrazione aveva risparmiato ingenti somme di pubblico denaro? No, leggete: «mi piacerebbe che lei chiedesse di essere trasferito in un altro ufficio…» Come dire: sei così zelante che ti vorrei altrove, il più lontano possibile dai traffici dell’ufficio Traffico. Le pressioni del sindaco si aggiungono così alla lunga serie di «intimidazioni e abusi», minacce di ritorsione e di licenziamento che Sabato e Giurato hanno subìto per mesi (Portolan a Giurato il 6 novembre 2007: «tu per me sei un uomo morto […] dovevi tenere la bocca chiusa e non andare a fare le tue dichiarazioni alla Polizia di Stato […] procederemo al tuo licenziamento»): sospensione dal servizio per Giurato il 26 febbraio 2008 (ai vertici della Polizia municipale il sindaco Capitelli nominerà l’ex promotrice di prodotti di bellezza Ilaria Balduzzi); esilio in uno sperduto loculo dell’ufficio Anagrafe per Vito Sabato il 19 marzo 2007, senza telefono né computer (Capone a Sabato: «testa di cazzo, c’hai sempre in bocca le leggi e io me ne frego delle leggi»).
Perché Giurato viene sospeso e Sabato esiliato? Nel dicembre 2007 Domenico Pingitore (vicino a Portoan, indagato per usura e per calunnia) accusa il capo dei vigili di aver manipolato il concorso per 5 posti nella Polizia municipale; è una sòla, ma il sindaco ne approfitta e sospende Giurato. In un’intervista al quotidiano locale, Capitelli parla di «gravi e incomprensibili leggerezze e superficialità in alcune scelte da lui prese». Tra i motivi della sospensione si cita l’opposizione di Giurato all’introduzione in città dei semafori T-Red (di cui la Ci.Ti.Esse di Rovellasca detiene l’esclusiva) commercializzati dalla Scae di Segrate.
Il 18 settembre 2008 la Guardia di Finanza arresta Raoul Cairoli, amministratore unico della Ci.Ti.Esse, e mette agli arresti domiciliari Giuseppe Astorri, il direttore commerciale della Scae. Pesante l’accusa: associazione a delinquere finalizzata alla turbativa d’asta. Alcune società, guidate da Ci.Ti.Esse, si sarebbero accordate per pilotare le gare d’appalto «in collusione tra loro e con i pubblici ufficiali». Sotto inchiesta è un sistema che l’Unione consumatori ha definito «la truffa del secolo». I dati sono impressionanti: negli ultimi cinquant’anni, le multe per i divieti di sosta, di fermata e per il superamento del limite di velocità sono aumentate del 6.870 (!) per cento. Un business per le amministrazioni vampire, che in questo modo fanno cassa, come ha denunciato Enrico Gelpi, presidente dell’ACI. Il sistema T-Red si è rivelato la punta avanzata della frode a danno degli automobilisti. Secondo il giudice milanese per le indagini preliminari Andrea Ghinetti, le ditte installatrici taravano gli impianti in modo da favorire le infrazioni, in accordo con funzionari compiacenti. Nel 2006 e limitatamente ai casi in esame, si è avuto un giro d’affari di oltre 10 milioni di euro. Buona parte di questi apparecchi erano dati in noleggio ai Comuni, che incassavano i due terzi degli introiti. Il resto andava al fornitore il quale sovente si dimostrava gene- roso con i funzionari e con gli assessori più zelanti.
Guarda caso: il T-Red è il sistema al quale si era opposto il capo dei vigili, quel Giurato sollevato dall’incarico per avere escluso dalla gara d’appalto la chiacchierata Ci.Ti.Esse.
Guarda caso: proprio su questo fronte si incrina il rapporto tra il capo dei vigili e l’assessore Portolan.
Guarda caso: nell’elencare i motivi della sospensione, il 26 febbraio 2008 il sindaco Capitelli cita le lamentele di Cairoli e della Ci.Ti.Esse – allora messo da parte e poi inquisito – per accusare Giurato di aver esposto l’amministrazione alle loro «minacciate azioni giudiziarie». L’altra ditta sotto inchiesta, la Scae, si era aggiudicata una gara per la realizzazione della segnaletica stradale, ma non ha poi eseguito i lavori: non ne era in grado. La Scae avrebbe esibito false credenziali.
Secondo il pm Valli, il processo al traffichino Capone «è l’esempio di come a Pavia può esserci un malaffare diffuso nella gestione degli appalti e l’asservimento sistematico del pubblico agli interessi del privato». Ne siamo convinti.
Da sinistra a destra. Dopo il cambio di colore nel 2009, il «rompicoglioni» Vito Sabato si ritrova malvisto anche dalla Giunta Cattaneo (centrodestra): al combattivo funzionario, nel marzo 2012 il Comune di Pavia notifica una sanzione disciplinare. Un provvedimento assai grave (non si registrano atti analoghi negli ultimi vent’anni), un avvertimento, preludio del licenziamento. Il motivo: venerdì 23 marzo, mentre le sirene blu di Polizia e Carabinieri illuminavano la sede comunale di palazzo Mezzabarba, Sabato sarebbe stato sorpreso… in compagnia di uno tra i numerosi indagati comunali? No, lo hanno visto «permanere a lungo in piazza Municipio in compagnia di altre persone estranee all’Ente».
E il sindaco Alessandro Cattaneo che fa? Plaude il funzionario dalla “schiena dritta” meritoriamente schierato in difesa del bene comune? No, plaude la notifica della gravosa sanzione disciplinare; forse, come ha scritto lo stesso Cattaneo (è anche leader dei “formattatori” Pdl), «in nome dei tanti che hanno creduto nel valore della meritocrazia per rinnovare il centrodestra italiano».

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Una Risposta to “«Io parlo per messaggi…»”

  1. ggiovannetti Says:

    Concorso dei vigili «Domande trafugate per colpire Giurato»
    di Maria Fiore (“La Provincia Pavese”, 29 agosto 2013)

    I giudici motivano la condanna a 4 anni per Pingitore «Calunniò il comandante per ragioni personali e politiche»

    «Un modo per colpire il comandante della polizia locale Gianluca Giurato». Così il collegio dei giudici presieduto da Cesare Beretta, e composto anche da Luigi Riganti e Pietro Balduzzi, definisce la vicenda del concorso dei vigili truccato che lo scorso luglio segnò la condanna del commissario aggiunto di polizia locale Domenico Pingitore. Quattro anni e 50mila euro di risarcimento danni al Comune di Pavia e allo stesso Giurato per le accuse di calunnia, rivelazione di segreti di ufficio e furto aggravato. Nelle motivazioni, depositate ieri mattina, i giudici spiegano il perché di quel verdetto. Ma soprattutto ricostruiscono il clima in cui la vicenda maturò. Sono gli anni in cui la città di Pavia è guidata dal sindaco Piera Capitelli (Pd) mentre assessore alla Mobilità è Roberto Portolan (Sdi). Pingitore, che non è in buoni rapporti con Giurato, finisce a processo in relazione al concorso, bandito nel 2009, per reclutare nuovi agenti di polizia municipale. Deve rispondere delle domande circolate prima dell’apertura delle buste e soprattutto di avere accusato – ingiustamente, secondo la procura – il comandante della polizia locale Giurato di avergliele date come un “segno di pace” con i socialisti. Secondo il processo, dunque, sarebbe stato proprio Pingitore a trafugare le domande aiutato da «qualcuno rimasto ignoto, ma comunque da individuare tra coloro che frequentavano il comando», scrivono i giudici. Ma cosa avrebbe spinto Pingitore ad agire in questo modo? I magistrati indicano due moventi, uno personale e uno politico. «Sicuramente – dicono i giudici – c’era un astio dell’imputato nei confronti del comandante per l’avvio di procedimenti disciplinari relativi alle molestie da Pingitore rivolte a due ausiliarie del traffico». La ragione politica, invece, si spiega, secondo i giudici, con la percezione di Giurato come «personaggio scomodo». «Colpire Giurato – scrivono – significava rafforzare la posizione dell’assessore Portolan all’interno dell’amministrazione». A Pingitore i giudici non hanno concesso nemmeno le attenuanti generiche. E anche questa decisione viene motivata. «Le intercettazioni telefoniche rivelano una concezione molto disinvolta e quasi privatistica del proprio ruolo di commissario, come emerge da alcune telefonate che mostrano un suo interessamento a non far pagare contravvenzioni stradali a conoscenti». I magistrati arrivano a parlare, per questo, di «grave violazione dei proprio doveri istituzionali», che avrebbe creato un danno di immagine al Comune di Pavia (che ha ottenuto 20mila euro di risarcimento) e un danno a Giurato (che era parte civile con l’avvocato Barbara Bertoni e ha ottenuto un risarcimento di 30mila euro). Con il deposito delle motivazioni, la difesa potrà presentare appello, come già anticipato dopo il verdetto. «Resto molto perplessa – commenta a caldo l’avvocato di Pingitore, Orietta Stella –, perché le motivazioni propongono aspetti che non sono mai stati approfonditi in dibattimento e sui quali gli stessi giudici non hanno ammesso domande. Non si capisce, dunque, come possano essere posti a fondamento della motivazione, A questo punto l’appello, oltre che scontato, è anche fondato».

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