Così parlò Pacchiarotti

by

da Pavia, Giovanni Giovannetti

Forse Vittorio Paccharotti non ha conosciuto il genovese Stefano Francesca. È quel funzionario del Partito democratico che nel 2006 si era inventato il benemerito Festival dei Saperi, una “quattro giorni” di conferenze quell’anno costate oltre un milione di euro in pubblico denaro – quattro volte più del necessario – in buona parte andati ad onorare i privatissimi sospesi della più che onerosa campagna elettorale del sindaco Piera Capitelli (tipografia Nuova Ata di Genova… Digis di Campochiaro… ecc. ecc. ecc.)
All’epoca il Francesca si era inventato anche altro: ad esempio, la bufala delle 250.000 presenze alla prima edizione del Festival (come riferimento, il pluricelebrato Festivaletteratura di Mantova famoso in tutto il mondo, ne contava circa sessantamila): un dato reso bulimico annettendo chi aveva sbevazzato alla “notte bianca” o era accorso in riva al Ticino per i tradizionali fuochi d’artificio. Fra l’altro, erano forse le stesse persone; e questo semmai ricorda la storia di Fanfani in visita alle fattorie-modello della Maremma: tra una fattoria e l’altra, l’auto dell’esponente democristiano era implacabilmente sorpassata da camion stracolmi di bovini… (e mio nonno la raccontava in altro modo, con Mussolini – e non Fanfani – a riflettere sulla ripetuta evidenza di quel toro dal corno mozzo).
Tornato a Genova, nel maggio 2008 Francesca troverà melanconica dimora nel carcere di Marassi, accusato di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e alla turbativa d’asta (verrà infine condannato in primo grado a un anno e mezzo di reclusione per corruzione).
No, Pacchiarotti non è Francesca anche se, come lui, è stato per qualche tempo gradito ospite delle patrie galere (arresto, patteggiamento e condanna nel 1993: un anno e tre mesi per corruzione e finanziamento illecito dei partiti).
No, non è Francesca, ma le simmetrie non si fermano alle manette: come il trapanante genovese, Pacchiarotti prova a menare il can per l’aia, dando i numeri o giocando con le parole. E lo si è ben visto con le cifre e le percentuali sui frequentatori di piscina e Centro benessere del Campus Aquae al Cravino – riservato a universitari, in realtà è aperto a chiunque – divulgate in una recente conferenza stampa. Avevamo scritto che solo il 17 per cento erano studenti; secondo il titolare di Unisport, ben «l’89,7 per cento dell’utenza complessiva della struttura è universitaria».
Come dargli torto, non fosse che la sua «utenza complessiva» somma chi paga il biglietto d’accesso alla piscina agli altri frequentatori, diciamo fuori pedaggio, di «mensa centrale e decentrata, libreria Clu, zona bar e ristorazione, aule piano 1 – Scienze motorie e Farmacia», ecc. Insomma, a Pavia Francesca ha fatto scuola…
E quali sarebbero per l’imprenditore belgioiosino le “giuste” percentuali su piscina e simili? La piscina sarebbe frequentata al 55 per cento da studenti, la palestra al 67 per cento, Spa e massaggi al 50 per cento. Non pare. Ma quand’anche fosse, la nutrita presenza di persone estranee al mondo universitario suonerebbe quale ammissione di colpa, poiché il Piano regolatore riserva i servizi in queste aree (scheda normativa U1) unicamente a studenti iscritti all’Università di Pavia o allo Iuss; a dipendenti o assimilati dell’Università di Pavia, dello Iuss o di enti con essi convenzionati per attività di ricerca e didattica; a docenti, ricercatori, specializzandi, studiosi, studenti in visita presso l’Università di Pavia o presso lo Iuss o enti con essi convenzionati per attività di ricerca e didattica, ovvero a destinazioni «strettamente pertinenti con l’attività universitaria» (art. 2 comma 10 delle Norme tecniche di attuazione del Prg).
Nella sua conferenza stampa, Pacchiarotti ha indicato costi per «oltre 43 milioni e mezzo di euro, soldi messi per il 91 per cento da noi, dai privati, e non dal pubblico». Eppure nel “Contratto di concessione” tra Unisport e Università (da non spacciare quale Convenzione, mai sottoscritta) leggiamo di spese per 15.865.811 euro al netto dell’Iva, di cui 4.660.000 euro sostenuti dall’Università, cifra da sommare a un “canone” trentennale di 330.000 euro l’anno. Fanno 14.560.000 euro, praticamente l’intero importo. Davvero uno strano project financing…
E ancora: Pacchiarotti cita la “Convenzione quadro” tra Comune e Università dell’11 novembre 1975, tra l’allora sindaco Elio Veltri e il compianto rettore Antonio Fornari. Oltre a stabilire un «nuovo rapporto di interazione e collaborazione tra Città e Università», in essa viene riconosciuta la «destinazione ad uso universitario dell’area Cravino» nonché l’intesa su «programmi di intervento redatti dall’Università e approvati dal Consiglio comunale» (l’affaire Campus Aquae non è mai passato dal Consiglio comunale) e l’obbligo di specifiche Convenzioni volte a «precisare le modalità di attuazione degli interventi proposti e le modalità di gestione delle attrezzature da realizzare» (la Convenzione tra privato, Università e Comune semplicemente non è mai stata sottoscritta). Come si legge, i programmi di intervento andranno infine resi conformi alle «iniziative predisposte dal Comune nell’ambito dell’attuazione del Piano regolatore».
E cosa predispone allora il Piano regolatore? La decreta zona universitaria regolamentata dall’articolo 24, inserendola, lo si è detto, nella scheda normativa U1. Proprio come la contigua lottizzazione abusiva di Green Campus, con buona pace di Vittorio Pacchiarotti: secondo lui, Campus Aquae «non ha niente a che vedere con la vicenda Green Campus o altri episodi simili» poiché «non c’è nemmeno una virgola che ci avvicina ad altre vicende successe in questa città».

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