Salviamo la Certosa

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La Certosa di Pavia. Proposte 
di Fabrizio Borsa e Franco Maurici

Il complesso della Certosa di Pavia comprende una chiesa e due chiostri monumentali; 12 edifici residenziali distribuiti attorno a 5 cortili a pianta quadrata; un piazzale rettangolare antistante la facciata della chiesa, delimitato a ovest da una costruzione residenziale e a nord da due fabbricati rurali; sei fabbricati rurali che formano un quadrato aperto sul lato prospiciente verso la parete laterale nord della chiesa; una vasta area agricola di circa 300.000 mq.
La superficie territoriale del complesso misura 326.750 mq. La superficie coperta dei manufatti misura 15.000 mq. La superficie lorda di pavimento degli edifici residenziali e agricoli misura circa 40.000 mq. La superficie scoperta dei campi, dei cortili e del piazzale misura 301.660 mq. Il volume complessivo costruito è pari a 136.770 mc.
Il complesso fu acquisito nel 1785 mediante espropriazione dallo Stato di Milano per ordine dell’imperatore Giuseppe II e da allora è sempre appartenuto al Demanio Statale.
Dal 1881 al 1968 il Ministero della Pubblica Istruzione amministrò il complesso direttamente, consentendovi l’accesso al pubblico previo pagamento del biglietto di ingresso che, unitamente ai proventi del podere e a un lascito, consentiva di coprire le spese di manutenzione e restauro. Sotto la volta di ingresso fino a poco tempo fa appariva il vano destinato alla biglietteria, murato accortamente dopo le polemiche in ordine alla gratuità dell’accesso.
Successivamente la gestione del complesso fu attribuita ai frati cistercensi che hanno sempre consentito l’accesso gratuitamente, anche perché altrimenti avrebbero dovuto incassare il provento dei biglietti per conto dello Stati; ma porgendo la mano al termine delle visite hanno sempre percepito un obolo esentasse, peraltro non obbligatorio. La concessione è scaduta dal marzo del trascorso anno 2012 e non è stata rinnovata.
Le attività produttive del complesso sono costituite dall’azienda agricola, data in affitto dai frati, e da un emporio vasto e lindo in cui i frati vendono liquori, profumi e dolci prodotti da loro stessi.
Le opere di restauro sono state eseguite sempre a spese dello Stato, posto che la concessione non imponeva alcun obbligo di manutenzione a carico dei frati.
Il complesso è ora molto degradato perché 11 frati non riescono a gestirlo adeguatamente: le visite di gruppi numerosi di turisti, guidati da un solo frate, non consentono di esercitare una sorveglianza adeguata, col risultato che gli affreschi alle pareti del chiostro piccolo – tra cui quelli eccezionali di Daniele Crespi – sono irrimediabilmente deturpati dai graffiti.
Consci della propria inadeguatezza, i frati tengono chiuse le cappelle laterali dove si trovano le opere più celebri quali i quadri del Bergognone e gli altari intarsiati; le sacrestie del transetto sono accessibili a giorni alterni.
Le ventiquattro celle del chiostro grande sono veri e propri appartamenti a due piani (terreno e primo); tranne due, aperti alle visite, gli altri restano sempre chiusi: probabilmente dono deteriorati e invasi dalle muffe.
Sulle coperture delle celle sono visibili tegole frantumate o distrutte: è lecito congetturare che le infiltrazioni piovane abbiano aumentato muffe e degrado.
Un tratto del muro esterno, edificato nel Quattrocento, qualche anno fa è crollato. Solo dopo un anno e mezzo è stato restaurato per le proteste ricorrenti del giornale locale e delle associazioni ambientaliste. Purtroppo si temono nuovi crolli perché lungo tutto il tratto del muro di cinta volto a sud passa la strada provinciale che collega San Genesio e Uniti con Certosa di Pavia, realizzata dall’Amministrazione Provinciale.
L’orario di visita è ridotto a cinque ore giornaliere suddivise tra il mattino (dalle 9.00 alle 11.30) e il pomeriggio (dalle 14.30 alle 17.00). E’ da rilevare che l’orario di visita non corrisponde agli standard né europei, né italiani.
L’abadia di Fiastra privata, ad esempio, è aperta ininterrottamente per 10 ore.
Nondimeno i frati talvolta non rispettano neppure l’orario, lasciando i turisti furibondi fuori dalla chiesa. Probabilmente credono di esserne i proprietari.
Il maggior pericolo per la certosa di Pavia è costituito dal progetto di una società avente capitale di 250.000 euro, inteso a costruire – su un area posta lungo il Navigliaccio realizzato da Gian Galeazzo Visconti – un centro commerciale (42.000 mq di Superficie lorda di pavimento e 217.000 mq di ingombro) a un solo chilometro in linea d’aria dalla Certosa.
Per completare la distruzione dell’ambiente, il progetto del privato prevede:
un nuovo tratto di strada provinciale che, dal muro di cinta della Certosa, si immetterebbe in territorio di Pavia, nel parco del Ticino;
la costruzione di tre ponti sul Naviglio Pavese dei quali il progetto non definisce né le spese, né il soggetto attuatore e neppure la consistenza. Non è noto chi finanzierebbe la società dall’esiguo capitale per investire 200 milioni in un’opera siffatta.

Per salvare la Certosa di Pavia dal degrado, per consentirne una decorosa fruizione ai turisti che la visiteranno in occasione dell’Expo, per ripristinare il potere e la dignità dello Stato, cioè di tutti noi cittadini, si propone un programma di intervento articolato nelle seguenti cinque fasi.

A. Istituzione di un Polo Museale con partecipazione anche di rappresentanti di istituzioni culturali dell’Unione Europea e di Svizzera, Francia, Germania e Spagna, cioè delle nazioni che hanno combattuto a Pavia nel 1525. Essi potrebbero attrarre visitatori e promuovere moduli organizzativi innovativi in uso nei rispettivi Paesi.
Il Polo Museale deve essere dotato di autonomia finanziaria, con potere di introito e di spesa dei proventi dei biglietti (dai 3 ai 5 milioni annui).
B. Piano di riuso per la definizione delle destinazioni anche alternative di ogni edificio e, se necessario, delle singole stanze e sale. Il Piano, redatto da un architetto con esperienza specifica, deve essere sottoposto all’esame delle comunità locali interessate (Certosa di Pavia, Borgarello, San Genesio ed Uniti, Pavia), delle Università lombarde, delle associazioni culturali. E’ questa la fase democratica dell’operazione.
C. Piano dei servizi per l’individuazione dei servizi necessari (bagni, ristorazione, sale di proiezione, lettura, studio ecc). I servizi devono essere allocati all’interno, come in tutti i complessi museali europei.
D. Piano di sistemazione del contorno esterno per l’eliminazione di baracche, bidoni e contenitori di vario tipo, la sistemazione del parcheggio per i veicoli, l’istituzione di servizi di collegamento con la ferrovia e con Pavia.
E. Piano di occupazione. Occorrono almeno 30 guide e 5 operai per la manutenzione ordinaria. Con un introito compreso tra 3 e 5 milioni annui e con la capacità di finanziamento di un’organizzazione efficiente sarebbero possibili assunzioni a tempo indeterminato di personale specializzato (laureati, tecnici e operai specializzati e qualificati). Il Piano di occupazione dovrebbe definire anche interventi di promozione dell’indotto.

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