Sana e robusta Costituzione 1

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Art. 4 della Costituzione italiana: «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto».
Art. 36: «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa».

In Italia, in poco tempo la cassa integrazione è aumentata del 443 per cento. Ancora più inquietante è il destino di oltre 4 milioni di lavoratori precari – il 15 per cento della forza lavoro – parte dei quali rischiano la disoccupazione. Le retribuzioni italiane sono ormai inferiori di 8 punti rispetto alla media europea, ma il calo complessivo è del 13 per cento (nel 2000 erano di oltre 4 punti sopra). Con la precarizzazione del lavoro cresce il senso di insicurezza, la sfiducia nel futuro e nella possibilità di mantenere il proprio benessere. Negli ultimi vent’anni 120 miliardi di euro – l’8 per cento del Prodotto interno lordo – sono passati dai salari ai profitti, 5.200 euro in media all’anno a lavoratore, 7.000 euro se escludiamo i lavoratori autonomi (mentre i primi cinque manager nazionali guadagnano insieme circa 102 milioni di euro, equivalenti al salario lordo di 5.000 operai. Contemporaneamente, il potere d’acquisto delle pensioni è drammaticamente sceso del 33 per cento e tra i più giovani un minorenne su tre è a rischio povertà). Una montagna di denaro sottratta all’economia produttiva e ricollocata in ambito finanziario.

A Pavia sono precari il 15 per cento di quanti lavorano in provincia; sono altresì precari buona parte dei 12.000 pendolari pavesi che lavorano a Milano. Dagli anni Settanta a oggi a Pavia chiudono in rapida sequenza Guidetti, Vanzina, Saiti, Körting, Meta, Ghisio, Vigorelli, Snia Viscosa, Fivre, Necchi… Il mercato locale del lavoro, tradizionalmente poco incline al mutamento e senza settori strategici, ha saputo assorbire solo in minima parte questi nuovi disoccupati. L’economia pavese era fortemente sbilanciata sui settori industriali tradizionali e sul terziario improduttivo di commercio e servizi. Insomma, era un sistema industriale incapace di allargare la sua base produttiva o, almeno, di mantenere stabile l’occupazione. Assistiamo dunque all’uso distorto della cassa integrazione straordinaria tale da trasformare Pavia in un’area a “economia assistita”, con cospicui costi umani e sociali, tant’è che nel decennio 1971-1981 in città l’occupazione industriale scende del 36,9 per cento. Nel 1971 le fabbriche pavesi davano lavoro a oltre 16.000 operai (48,04 per cento degli occupati) e a 1.623 impiegati e dirigenti (34,8 per cento). Oggi gli operai sono poche centinaia.

La Costituzione va difesa praticandola, e non solo con letture alla moda nelle piazze.

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