Luchino Dal Verme compie cent’anni

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Seconda parte

Il nostro impegno nelle formazioni partigiane era quello di aprire un fronte in modo da sottrarre energie ai tedeschi, già impegnati sul fronte del Sud. Quindi, più noi li disturbavamo sulla via Emilia, più loro erano obbligati a viaggiare in colonna e ad impegnare più tempo ed energie. Queste erano le direttive degli Inglesi e degli Americani. Naturalmente, con quelle azioni di provocazione, loro dopo un po’ non ne potevano più, venivano su e facevano i rastrellamenti. In principio sbagliando, perché loro venivano con i fucili e noi avevamo le pistole; loro venivano con le mitragliatrici e noi avevamo i fucili; loro venivano con i cannoni, e noi eravamo sempre in ritardo! Le poche armi che avevamo, le avevamo prese nelle loro caserme, o giù sulla via Emilia… Tutto questo avveniva in un ambiente favorevolissimo per la solidarietà totale della popolazione nella nostra zona.
Una volta catturiamo la coda di un reggimento di giovani fiamme bianche, le ultime leve. Avevano preso quelli che si erano presentati, li avevano portati a fare un periodo di addestramento in Germania e ora li chiamavano le fiamme bianche – ragazzi giovanissimi, diciotto-vent’anni. Veniamo a sapere da uno dei nostri uomini della pianura, un ferroviere, l’aveva visto passando non so dove, che stava arrivando da Pavia, in marcia verso Voghera a piedi, un reparto di queste fiamme bianche, che sarebbe passato verso Montebello a un certo momento.
Abbiamo fatto tutti i conti, siamo andati giù, abbiamo lasciato sfilare tutto il reparto e ne abbiamo catturato la coda. Non è che ci interessavano questi ragazzini, ma le loro armi. La sera al buio – loro erano molto a disagio, un loro ufficiale era rimasto ferito – li portiamo su. Due giorni dopo viene da me il parroco di Torrazza Coste e un altro a dire: «Guardate che i fascisti hanno catturato venti civili, venti cittadini di Torrazza Coste, e hanno detto che, se non restituite le fiamme bianche, loro uccidono i venti civili». È inammissibile! Civile con civile e militare con militare. Altrimenti è un ricatto spaventoso! Possono catturare Casteggio e poi dirci di venire giù se no fucilano Casteggio? Siamo pazzi! Insomma, dico: «Va beh, vengo giù io a parlare con loro».
Sono partito per Voghera con lui, un sottoufficiale delle loro brigate, e con la mia vetturetta, con il guidoncino di comandante di brigata, sono andato fino a Voghera a trattare con questo ufficiale. Lui, ferito in ospedale, era un ufficiale che avevo incontrato per caso in Russia, lui ufficiale dei bersaglieri e io ufficiale di artiglieria. «Ma tu eri a Ivanovskij?». «Sei tu che sei nel torto». «No, sei tu». «Comunque – dico – soltanto il fatto di fare una proposta di questo genere dimostra che razza di bastardi siete… Tu sei, insomma eri un uomo d’onore!» Accettano, i civili vengono liberati e cominciamo una trattativa. «Noi siamo disposti a far venire giù le fiamme bianche, sempre che vogliano tornare giù, però voi restituite il tale e il tale» (avevano in mano tre dei nostri).
Arrivo in fondo alle scale dell’ospedale, e trovo due colonnelli tedeschi, penso: «Addio, ci siamo!» Ma quelli mi dicono: «Ci risulta che se queste trattative non vanno in porto voi fucilerete il generale Tal dei tali» che avevamo in mano nostra. Rispondo: «No, non siamo assassini come voi. Il generale è in ottime condizioni. Avete la mia parola d’onore: siamo disposti a cambiare anche lui quando volete, ma con il tale, il tale, il tale» che erano don Rino, Marco, e qualcun altro. E allora il colonnello tedesco, finito il discorso, dice: «Va bene. Lei si sente sicuro a tornare nella sua zona? O vuole la scorta?» Dico: «No, a trattare con gente come voi, se chiedo la scorta, quella può avere l’ordine di spararmi. Quindi non serve». E invece m’han dato la scorta. Arrivo giù in fondo all’ospedale di Voghera, alla porta, e c’è un certo numero di persone di Voghera. E mi applaudono perché ero il simbolo dei partigiani, che erano scesi a Voghera. Dico: «Ah via, adesso andate via, moccatela, lasciatemi tornare a casa, qui non serve a niente se mi fan fuori». Insomma, cerco di andar via veloce, ma i tedeschi, in autoblindo, m’han seguito benissimo. Morale: siamo arrivati fino a una certa zona, e poi l’autoblindo è tornato indietro. Io mi sono fermato, sono sceso, e mi sono rivolto all’ufficiale: «Ai vostri superiori ho detto che la scorta avrebbe potuto avere l’ordine di spararmi. Non è stato così. Porgete le mie scuse al vostro comandante. E magari domattina ci troviamo sulla via Emilia, non so». Ecco, è una storia delle tante che potrei raccontare.
A noi partigiani la popolazione dava un contributo totale. Abbiamo organizzato la raccolta dei viveri, perché non ammettevo che oggi si andasse a farsi dare un bue qui e domani il pane là. Abbiamo fatto un’indagine, mediante i commissari, davvero bravi, e abbiamo retto molto bene, molto bene. Ricevere in casa uno di noi voleva dire farsi bruciare la casa al primo rastrellamento, perché c’era sempre la spia che poi diceva: «Guardate, Luchino faceva capo qui, faceva capo là». Io vivevo in una buca nel bosco, non avevo nessuna casa. E appena era possibile non volevo che gli gli uomini vivessero nelle case, per non esporre nessuno a questo rischio e soprattutto per non sollevare reazioni nei riguardi dei paesi, reazioni che poi si ripercuotevano sulle formazioni In altre zone questo è successo largamente, perché i partigiani hanno esagerato nell’abusare dell’ospitalità del popolo. La buca dove vivevo io, era ricavata nel bosco, e studiata molto bene. Vi si accedeva attraverso un torrentello e, siccome era gelato, non si lasciavano orme. Sulla neve le orme si vedevano, e quando i tedeschi fossero venuti in rastrellamento coi cani ci avrebbero sicuramente beccato. Abbiamo passato tutto questo periodo filtrando attraverso le loro linee, e sempre provocandoli. Poi, nel novembre 1944, c’è stato quel pauroso rastrellamento. Siamo tornati indietro dalla val Curone, dove ci eravamo ritirati, perché venivano avanti in numero enorme, e il grosso dei nostri era andato via, erano rimasti soltanto dei piccoli gruppi.
Uno era qui in casa mia. Quando hanno occupato questa casa, i vecchi di qui hanno approfittato, dicendo loro: «Bravi, siete arrivati! Saccheggiare! Saccheggiare! Portare via!» E hanno svuotato casa mia, in una scena incredibile… Dopo il 25 aprile, ai primi di maggio, io torno a casa, finalmente! Facciamo una festa, c’era anche un ufficiale inglese, qui da noi di collegamento, un certo Bill. Siamo seduti sulla panchina e vediamo arrivare dei carri coi buoi… Cosa fanno, dove vanno? Stavano riportando tutto quello che avevano saccheggiato e nascosto in casa loro per salvarlo: il pianoforte, la federina, la macchina da cucire di mia madre, il trumeau… Cose da pazzi! Di queste cose ti rimane il segno. Nessuno avrebbe mai potuto dire niente; li avevano salvati sotto i portici, sotto casa loro.
Ma torniamo indietro, a quando ci siamo ritirati dalla val Curone. Arrivo qui e in casa ci sono i tedeschi. Dico: «Non
 è possibile, questi qui li becchiamo, si conosce troppo bene il territorio». E da una posizione che conoscevo, ho sparato un colpo di mortaio su casa mia, perché essere uomini liberi voleva dire anche questo: in quei momenti non conta più niente. Quando ero tornato, mi ero affacciato a guardare sulla costa, e mi son detto: «C’è ancora!» Ho fatto finta di niente, però mi faceva piacere che la casa ci fosse ancora. Poi nel giro di poche ore eravamo qui e abbiamo saputo che c’erano i tedeschi e… ci ho sparato sopra. Per fortuna ho sparato male ma loro, vedendo la nostra determinazione, si sono detti: «Piantiamo lì!» e sono scappati, così li abbiamo potuti prendere la mattina dopo, a Costa Pelata, in un combattimento ma grosso, dove son morti due civili, perché i miei uomini erano su a sparare, non c’era da mangiare, e i civili glielo portavano su.
Come si sa, quell’inverno fu durissimo. Noi abbiamo potuto superarlo più facilmente degli altri perché avevamo la solidarietà della gente. Però io ho cominciato allora a sospettare anche infiltrazioni. Difatti in quella buca eravamo in tre, e c’era solo una persona che sapeva dove noi vivevamo: una casa in vista di questa buca. Finestre aperte, o finestre chiuse, lenzuola stese ad asciugare o non distese, voleva dire che c’era bisogno di qualche cosa, o qualcuno mi cercava. Così sapevo cosa succedeva. Era gente che non ha mai chiesto la tessera di partigiano, intendiamoci.
Una volta è nevicato forte: neve, neve e ancora neve. Mannaggia! Bene, male, bene, male, male, male. No, è male! È Bene! No, è bene! È male. Dopo tre o quattro giorni, con molta cautela, ci muoviamo. Però muovendoci si lasciavano delle orme. Per fortuna, noi avevamo questo torrentello vicino, gelato, e soffiando via la neve orme non ne restavano. Era molto buona come posizione se arrivavano i tedeschi, che però avevano paura ad andar fuori strada, perché noi conoscevamo il terreno, loro no. Se i loro mezzi erano estremamente superiori, noi avevamo però l’imboscata, grazie alla nostra conoscenza del terreno. Per loro era il terrore. Bene, un ometto, andando per legna, ha fatto tutta una bellissima pistarella, che dal paese arrivava fino alla cascina, a noi. L’ometto non se n’era neanche accorto: la buca era talmente ben nascosta… La mattina la troviamo: «Addio buca, ormai non è più sicura». L’ho detto ai vecchietti del paese (giovani non ce n’era più, o erano nelle formazioni o erano in Germania), mi risposero: «Non preoccuparti, tu vai avanti, ci pensiamo noi». Il giorno dopo ho trovato tutto un bosco pieno di orme, che davano la netta sensazione di gente che andava per legna. È uno dei tanti episodi. Non parliamo delle segnalazioni. «Guarda che ho saputo da mio nipote, da coso che…» La famosa Radio scarpa. Arrivavano anche notizie fasulle, però la base delle informazioni era quella. Un giorno ricevo una lettera di Longo, bellissima: riconoscimenti, elogi, complimenti… Però finisce dicendo: «Soprattutto mi compiaccio che malgrado le tue origini ti batta per la libertà dei popoli…». Aspetto “Riccardo”, cioè Mordini, un magnifico uomo, un comunista che parlava francese e bestemmiava in toscano. Era un ferroviere di Livorno, che s’era fatta tutta la campagna di Spagna, dove si era anche rotto il naso. E devo dire che è lui che mi ha insegnato a fare certe azioni, la guerra clandestina, ed era d’accordo con me nel correggere il comando, mentre invece tutti, anche il partito, imponevano una formazione di potere più che un’efficacia di azione. “Riccardo” andava e veniva da Milano, col comando generale, il mestiere più difficile che ci fosse, perché era necessaria molta freddezza quella che io non avevo. Bene, lo aspetto perché doveva arrivare da un momento all’altro, e quando arriva gli dico: «Riccardo, qui c’è il mio mitra. Longo non ha capito niente, guarda se questa è una cosa da scrivere…» M’ha fatto camminare su e giù per una strada di notte, con il vento e un freddo cane, a dimostrarmi che aveva perfettamente ragione Longo, che era il massimo dell’encomio che poteva farmi: «Lo vedi che povero Paese, in che mani è! Se penso che domani voi ne sarete gli esponenti e non avete ancora capito niente, voi che siete i migliori, la nostra speranza». Aveva perfettamente ragione, non so se aveva fatto le scuole elementari, però era politicamente preparato: sapeva che cosa diceva, per cosa aveva vissuto. Non so che ne è stato di lui, perché dopo la Liberazione è andato a fare il facchino alla casa delle aste, io che credevo diventasse un grande capo…
Finisce la battaglia per la liberazione di Casteggio, e torno a casa col 25 aprile, e qui trovo un biglietto di Cadorna, il comandante del Cvl, di cui ero stato ufficiale: «Luchino, raggiungi Milano il più presto possibile: bisogna trattare la resa con alcuni reparti qui intorno». Arrivo a Milano il più rapidamente possibile, e lì crollo. La paura: fucilate da tutte le parti, partigiani di Milano che mi bloccano e mi prendono per un fascista, insomma altre pagine durissime. In questo stato di casino totale, mi hanno mollato i nervi: Marco che mi era morto a guerra finita, tante cose… E poi una carica psicologica: «Qui è finita, non voglio più morire. È finita, perché devo morire oggi?»
Mi mandano a Lodi a trattare la resa con questi reparti tedeschi. C’eran già partigiani locali che trattavano, ma i tedeschi non volevano saperne di arrendersi a un gruppettino di paese. Quando mi presento a questo colonnello tedesco, lui dice: «Sta bene. Se ci sono Ciro o l’Americano o Maino, allora accetto di arrendermi». Io mi presento, gli dico due episodi per provare che ero io, ho fatto qualche nome. «Allora lei è Maino, piacere di conoscerla». Ed è avvenuta la resa: venticinque ufficiali venticinque pistole che cadono sul tavolo, tu sei disarmato di fronte a lui che si disarma.
Non ne potevo più, ho detto: «È finita, basta, è finita, torniamo a casa». A casa c’è stato l’episodio dei contadini che riportavano al castello le cose nascoste, e poi quindici, venti giorni di festa, di chiasso, di ubriacature, di uscire dallo straordinario e di rientrare…
Col mio mondo, il calando è stato subito dopo la guerra. Mi sono bruciato quando è arrivato a Milano Umberto di Savoia. A loro non pareva vero di potergli presentare anche un loro esponente comandante di formazione. Ho detto: «Certo che vengo a vederlo, come no? Però sia ben chiaro che se mi dà la mano, io non gliela do, perché ha mancato completamente al suo dovere di responsabile del Paese». Questo mi ha tagliato fuori: «Luchino è comunista!» Poi la stessa gente quando ho fatto una bella azienda, diceva: «Non è vero allora che era un avventuriero». Perché fare il partigiano era un’avventura, ma fare un’azienda per bene no, e allora si corregge il giudizio.

(fine della seconda parte)

Luchino Dal Verme [ 1 ]

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Una Risposta to “Luchino Dal Verme compie cent’anni”

  1. Sull’importanza di dire “no”…da ricordare soprattutto oggi | trafantasiapensieroazione Says:

    […] https://sconfinamento.wordpress.com/2013/11/18/luchino-dal-verme-compie-centanni-2/ […]

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