A Salvatore Settis il Premio Angelini

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Salvatore Settis è archeologo e storico dell’arte di fama mondiale. Fiero ambientalista e propugnatore della Carta costituzionale, tra i suoi libri sono a noi particolarmente cari Paesaggio Costituzione cemento. La battaglia per l’ambiente contro il degrado civile (Einaudi, 2010) e Azione Popolare. Cittadini per il bene comune (Einaudi, 2012). Il secondo riprende e sviluppa il capitolo conclusivo del primo. Le citazioni che seguono sono da questi due lavori fondamentali. (G.G.)

Il suolo, si sa, è al centro degli equilibri ambientali: essenziale alla qualità della biomassa vegetale e dunque della catena alimentare, è luogo primario di garanzia per la biodiversità, per la qualità delle acque superficiali e profonde, per la regolazione di CO2 nell’atmosfera. Ma la cementificazione di terreni già agricoli comporta la copertura del suolo (soil sealing), con perdita spesso irreversibile delle funzioni ecologiche di sistema che esso aveva esercitato: per fare un solo esempio, il soil sealing accresce la possibilità di frane e alluvioni, e ne rende più gravi gli effetti. La morfologia del territorio italiano lo rende notoriamente assai esposto ai terremoti, eruzioni vulcaniche, alluvioni e altre calamità, la cui frequenza e impatto crescono quando si alterano i già precari equilibri naturali. […] Particolarmente vulnerabili sono i nostri litorali bassi e sabbiosi (4.863 chilometri), già in continua erosione e a rischio allagamento per almeno il 26 per cento (dati Ispra) e per di più devastati dalla stolta, insistita distruzione delle dune e dal moltiplicarsi dei “porti turistici”. […] Si provoca così il collasso delle difese contro l’azione del mare, si accelera l’estinzione delle specie marine acclimatate, si scacciano gli aironi dalle foci dei fiumi. (PCC, pp. 9-10)

In nome dello “sviluppo” abbiamo svenduto il territorio in favore di grandi opere e cementificazioni, condoni edilizi, sanatorie paesaggistiche, piani case e altre misure illegali sancite da leggi compiacenti (si contano 63.194 deroghe stabilite per legge). Abbiamo incoraggiato la morte dell’agricoltura di qualità, trasformando uliveti e vigneti in “parchi eolici” e distese di pannelli solari. Abbiamo promosso e difeso Tav e autostrade anche quando disseccavano fiumi e sorgenti. Abbiamo disseminato discariche nelle zone più fertili della Campania, e dalla Lombardia alla Sicilia abbiamo incoraggiato il riuso dei rifiuti tossici nell’edilizia. Abbiamo protetto il contagio dell’aria e delle acque generato dalle industrie. “Crescita” c’è stata, certo: la crescita degli introiti dei soliti noti, mentre il benessere dei cittadini e l’occupazione continuano inesorabilmente a calare. (AP, pp. 11-12)

Dobbiamo saper leggere la profonda trasformazione dell’etica e del costume che ha travolto una parte di quella che, dalle banche alle imprese alla politica, fu la nostra classe dirigente. Dalle sue ceneri è nata una nuova casta, una rete di imprese improduttive che alimenta con risorse pubbliche la propria rendita di posizione. Che in nome del cieco profitto smantella lo stato, saccheggia il bene comune, annienta memoria storica e valori della Costituzione. Non sa e non vuole guardare lontano, non si cura delle nuove generazioni, esige guadagni immediati e crescenti, meglio se a spese dei più giovani e dei più deboli. Si arrocca sui privilegi di una rendita parassitaria, e la chiama “sviluppo”, ma mentre proclama la superiorità dell’iniziativa privata arraffa per ogni dove fondi pubblici, sottraendoli alla gestione dei servizi per i cittadini, dalla sanità alla scuola ai musei. Quasi sempre incapace di innovazione, non reinveste i profitti in nuove attività produttive, ma li indirizza sull’edilizia di consumo, sulla cementificazione del territorio, sulla dispersione dei rifiuti nell’ambiente, sapendo di poter contare su complicità, sanatorie e incentivi elargiti dalla politica. Reprime la ricerca, che potrebbe suggerire nuove linee di produzione, e non apprezza il merito, costringendo all’emigrazione decine di migliaia di giovani talenti, vanificando l’investimento pubblico nella loro formazione, anzi “regalandolo” a Paesi più lungimiranti. (AP pp. 17-18)

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