L’incapace telegenico

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Parola d’ordine, «il rispetto della legge». Detto dal sindaco Alessandro Cattaneo – che nel luglio scorso ha sottoscritto la comunale convenzione-sanatoria di una lottizzazione abusiva – suona alquanto beffardo. Sarebbe ormai inutile spreco di spazio e tempo rimarcare il sodale intrallazzo di  Cattaneo detto Pupo con criminali d’alto lignaggio quali, ad esempio, il capo della ‘Ndrangheta lombarda Pino Neri. Oppure – è ancora lui – l’apicale rappresentante di una pubblica amministrazione incline a chiudere un occhio anzi due quando sono in gioco gli interessi di taluni sponsor economico-politici amici o amici degli amici.
L’esserino incapace che, nel 2009, accorse a tutte pinne e scottex ad asciugare le lacrime di Rosanna Gariboldi in Abelli (arrestata e condannata per riciclaggio di denaro sporco su un conto “balneare” condiviso col marito, sponsor politico di Cattaneo); il Pupo che, lo stesso giorno, aveva accusato di pedofilia e altre infamità i migranti ospiti nel centro di accoglienza in via San Carlo (verrà presto sbugiardato); lui non pretende il «rispetto della legge» da parte di affaristi e speculatori sui amici (a loro il nuovo Pgt consente di cementificare ogni zolla del centro storico): quel «rispetto», l’incapace telegenico lo esige dalle famiglie pavesi che oggi versano in un disagio, si spera momentaneo.
Mentre a Milano il sindaco Pisapia blocca gli sfratti per le famiglie bisognose e solidarizza con loro, poiché «occupare una casa per necessità non è reato», a Pavia invece… a ciascuno il suo (vedi
La vera storia di Alessandro Cattaneo 1 , 2 e 3 ).
Di seguito proponiamo il bell’articolo di Anna Ghezzi sul quotidiano locale. (G. G.)

«Senza casa ci tolgono il bambino. Trascinato sulle scale per i piedi»
La paura della famiglia sgomberata in via Reale: «Sono due anni che chiediamo aiuto al Comune» «Volevano separarci, io in dormitorio anche se sono invalido e mia moglie in una comunità»

«Mi sono saltati addosso, non ho nemmeno avuto il tempo di dire che non me ne volevo andare. Poi mi hanno trascinato giù per le scale, per i piedi, dal terzo piano fino in cortile». Luca Capuozzo scende dalla casa in cui è ospitato con la moglie Roberta Struppia, 45 anni, e il bimbo, di fronte all’alloggio che a fine agosto, pochi giorni prima di essere sfrattati, hanno occupato. E da cui è stato cacciato l’altro ieri. Mostra i lividi e le escoriazioni, i segni delle manette. Fino a due anni fa avevano due stipendi, un cane, una casa, una vita normale a Pavia. Perso il reddito principale è arrivato il resto. Ieri Capuozzo, 45 anni, ex cuoco invalido affetto da diabete e da una neuropatia e con problemi al cuore, è andato con la compagna a cercare una casa: «Per ora siamo ospiti – spiega – ma dobbiamo trovare una sistemazione. Le istituzioni non ci hanno aiutato e non ci aiuteranno. Ci hanno tolto anche la dignità. Grazie a un benefattore forse siamo riusciti a trovare una casa per 320 euro al mese». Prima ne guadagnava 2500. Poi si è ammalato, ha perso il lavoro. E ora tra il lavoro di colf di lei e qualche lavoretto che, da qualche mese, aveva ricominciato a fare lui, ne guadagnano 650 euro. «Eppure abbiamo sempre pagato un affitto al Comune anche se siamo entrati in questa casa abusivi – dice Roberta – abbiamo le ricevute dei versamenti. Ci siamo intestati le bollette, sono venuti a controllare che non rubassimo luce e gas ma noi ce le pagavamo. E l’altra mattina stavamo andando a pagare 450 euro per tre mesi di affitto». Invece sono arrivati gli agenti: «Ero in cucina – spiega Capuozzo – mio figlio era in casa con l’influenza e quindi non era a scuola. Tre persone hanno suonato, dicendo di essere del servizio igiene dell’Asl. Io ho aperto, ne sono sbucati tantissimi dalle scale: alcuni hanno bloccato Roberta, altri il bambino, altri me. Hanno chiuso le tapparelle, preso i telefoni. Io non volevo, mi hanno sbattuto ripetutamente contro al tavolo. Poi mi hanno buttato a terra, mi sono aggrappato a una pianta sul pianerottolo, e gli agenti mi hanno trascinato per le scale, tenendomi per i piedi, dal terzo piano al pian terreno, fino in cortile». I due si stringono. «Mi hanno fatto ricoverare in psichiatria e mi hanno detto che sono matto – racconta ancora – ma loro mi hanno sceso dalle scale come un sacco di patate, sbattevo la testa a ogni gradino. Mi sono sdraiato sull’asfalto perché volevo farmi sentire. Poi gli agenti mi hanno detto che dovevo andare ai servizi sociali, invece si sono negati tutti». Nei mesi scorsi c’erano già stati dei dissapori, una volta, prima dello sfratto del 4 settembre, erano intervenuti i vigili di fronte all’ennesima lite sul fatto che la casa, per loro, non c’era, perché erano 349° in graduatoria. Ieri Capuozzo ha tirato una testata all’assistente sociale. Poi è andato a protestare sul ponte coperto, ultimo gesto di disperazione. «Quando abbiamo occupato, l’assessore ci ha detto di stare attenti, che avevamo un minore da tutelare –dicono – Ora abbiamo paura che ci tolgano anche il bambino».

«Esagerato schierare decine di agenti»
La paura dei vicini. «Violenza inaccettabile, l’affitto lo pagavano», dice Rete antisfratto.

«Non era necessario. Ci saranno stati 50 agenti intorno al palazzo, hanno fatto venire il mal di pancia a tutti. Invece dovevano cacciare tre persone che non avevano fatto danno a nessuno». La signora bionda aspetta fuori dal cancello delle case popolari di via Reale, quando vede lo striscione rosso dell’assemblea per il diritto alla casa “Le case sono di chi le abita” si allontana. Ma quando li giornalisti chiedono dello sfratto non si trattiene: «È una vergogna», dice. La tensione nei cortili è palpabile. Alcuni vicini avevano detto di voler raccontare, ma alla fine si tirano indietro: «Abbiamo già avuto troppi problemi», si giustificano. Restano gli attivisti dell’assemblea per il diritto alla casa: «Una violenza inaccettabile – afferma Lorenzo Spairani, portavoce della rete – Tutte le famiglie che in questi mesi hanno occupato sono state ai servizi sociali, ma non c’era una soluzione per loro. Roberta e Luca si erano mossi molto prima di trovarsi senza un tetto, a luglio. Ora pagavano 50 euro al mese di affitto al Comune, come tutte le famiglie che hanno occupato per disperazione non vogliono rubare la casa ad altri né approfittare del bene pubblico: sono famiglie in graduatoria per una casa popolare, a cui hanno diritto. Hanno occupato case sfitte da anni, le hanno sistemate, hanno pagato utenze e affitti. Le soluzioni prospettate dai servizi sociali non erano percorribili: un uomo che deve fare l’insulina sei volte al giorno non può stare al dormitorio di notte e su una strada di giorno, mamma e figlio in una stanza a duecento euro al mese, il cane al canile. Se poi si arriva a minacciare di togliere i figli, come è stato fatto, significa che sempre più famiglie in difficoltà avranno paura di rivolgersi al Comune. Chiediamo a Cattaneo e ai suoi di assumersi pubblicamente la responsabilità di questo gesto e di spiegare cosa stia succedendo in questa città bomboniera che si appresta a festeggiare il santo Natale».

(Anna Ghezzi, “La Provincia Pavese”, 5 dicembre 2013)

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