Forconi

by

di Luciano Muhlbauer

Magicamente sgomita una “cosa” che pretende di (auto)rappresentare chi nessuno più rappresenta, a colmare il vuoto o voragine scelleratamente lasciata da sindacati e partiti di massa, ormai autoreferenziali. Qualcosa non quadra. Ben venga dunque una prima riflessione, di Luciano Muhlbauer, sui cosiddetti “forconi”. Ne seguiranno altre.

Si può cavalcare la tigre dei forconi? I movimenti, i pezzi sparsi di sinistra, l’antagonismo possono attraversare e condividere lo spazio delle giornate “l’Italia si ferma!” e trarne qualcosa di utile e fecondo per una prospettiva di trasformazione politica e sociale? È sufficiente farsi un giro in rete e sui social network per capire che questa domanda aleggia un po’ ovunque. E pertanto è giusto e necessario parlarne.
Metto subito le mie carte su tavolo: io non penso si possa fare. Ma non perché condivida alcuni approcci un po’ troppo semplicistici, che ahinoi abbondano sul lato sinistro del mondo, per cui si preferisce mettere la testa sotto la sabbia di fronte a fenomeni e conflitti sociali che non rientrano nei nostri canoni tradizionali o che fatichiamo a leggere. Come se, così facendo, potessimo davvero esorcizzare una realtà che non è come la vorremmo.
Anzi, da questo punto di vista condivido molta parte delle argomentazioni che in questi giorni propone il sito Infoaut (vedi Quando Millennium People è sotto casa), perché guai a annebbiare la nostra vista e inaridire i nostri cervelli, a perdere la capacità di essere curiosi e di curiosare, a rifugiarci nelle rassicuranti certezze di un mondo che non esiste più. Saremmo dei matti, specie ora e qui.
Ma tutto questo non può significare che esistano delle scorciatoie per la ricostruzione di un progetto e di una soggettività della trasformazione. Insomma, non penso che si possa tanto semplicemente separare sociale e politico, per cui ora ci concentriamo sulla composizione sociale e le sue ambiguità, cercando nella pratica e sul campo un’interlocuzione, mentre la parte politica la mettiamo temporaneamente in disparte, come fosse cosa altra e comunque marginale.
Le giornate di blocchi e mobilitazioni dei forconi vedono in piazza una composizione sociale molto eterogenea e frammentata, da settori di piccola borghesia impoveriti – o che vivono nella paura dell’impoverimento – fino a settori popolari, uniti esclusivamente dalla rabbia e da un gigantesco contro: contro la politica, contro i politici, tutti a casa. Da una parte il popolo indistinto, dall’altra la casta.
Il perimetro, lo spazio in cui avvengono le manifestazioni non è neutro, è politicamente e culturalmente segnato. Lo è perché l’aria che tira è quella che è e, soprattutto, perché esistono degli organizzatori, dai Forconi al Life, che ovviamente non controllano con il telecomando tutte le mobilitazioni e le piazze, ma che, essendo chiaramente orientati a destra (vedi la denuncia dell’Osservatorio democratico), hanno impresso all’iniziativa sin dall’inizio una selezione di tematiche e priorità, una determinata direzione di marcia.
In altre parole, i fasci di Forza Nuova e Casa Pound, o qualche gruppo ultrà legato ai circuiti nazifascisti, ci sono non perché siano gli organizzatori principali (per fortuna non siamo ancora a questo), ma perché l’humus politico e culturale gli è congeniale, corrisponde ai loro discorsi e immaginari. E poi ci sono anche i celerini che si tolgono il casco davanti ai manifestanti, che magari è una bufala, ma in fondo non importa, perché comunque qualche pezzo della polizia rivendica alla grande quel gesto (vedi comunicato inquietante Siulp) e comunque non vedremo mai cose simili in Val di Susa, in un corteo studentesco o davanti una fabbrica occupata.
Insomma, non penso si possa cavalcare quella tigre, perché quella tigre non è neutra: il punto non è l’ambiguità sociale, bensì quella politica.
Infatti, valga come controprova il riuscitissimo corteo del 19 ottobre scorso a Roma. Se allora fossimo andati a fare l’esame del sangue politico a ogni singolo manifestante, specie nel nutrito e popolare spezzone romano, ne avremmo viste probabilmente di tutti i colori. Ma, appunto, c’era un perimetro politico disegnato dagli organizzatori ed è questo che ha determinato il messaggio e la direzione di marcia del corteo.
Certo, detto tutto questo, rimane l’eterno problema del che fare, di questi tempi sempre più impellente. Sono tempi pesanti, individualmente e collettivamente parlando, la confusione è tanta e ogni fatto di qualche rilevanza sullo scenario politico sembra avvenire sempre e comunque sul lato destro. E succedono cose, qua e là, che magari non finiscono in prima pagina, ma sono cariche di simbolismo, come la recente nomina a commissario straordinario per Pompei di un Generale dei Carabinieri.
Eppure scorciatoie non esistono e non esiste alternativa alla nostra presa di iniziativa, al nostro protagonismo. Anzi, è lo stesso “noi” che va rifatto. È difficile? Sì, molto, ma va fatto, perché se continuiamo ad abbandonare il campo, altri lo occuperanno. Se lasciamo che dal lessico del cambiamento venga espulso definitivamente il paradigma del conflitto sociale, per essere sostituito da quello della casta, allora il futuro si prospetta parecchio fosco. Insomma, come al solito, dipende soltanto da noi.

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