Un anno dopo (seconda parte)

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di Giovanni Giovannetti

Prosegue su direfarebaciare la pubblicazione di La maledizione di San Siro, anteprima del nuovo capitolo di Comprati e venduti, a un anno dall’incendio di casa mia. La seconda edizione sarà in libreria il 6 gennaio, Epifania. Una data simbolica: quella domenica di un anno fa la “meglio gioventù” pavese si era data appuntamento per solidarizzare e ripristinare l’agibilità dei locali bruciati dall’incendio doloso del 30 dicembre, a quanto sembra appiccato da due persone (guarda caso) in rapporti con un noto imprenditore pavese e un politico “amico degli amici”. L’incendio segue di pochi giorni l’attentato all’auto del consigliere comunale Walter Veltri e le croci a morto dipinte sull’ingresso dello studio dell’avvocato Maurici, due persone (guarda caso) con cui ho condiviso alcune battaglie sulla criminalità urbanistica cittadina.

«Le mafie sono ormai radicate a Pavia e in provincia, operano negli appalti, nella ristorazione, nel piccolo e nel grande commercio». Lo ha confermato l’ex Procuratore distrettuale antimafia Ferdinando Pomarici. Come leggiamo nelle pagine dell’inchiesta Infinito, «la ’Ndrangheta in Lombardia si è diffusa non attraverso un modello di imitazione, nel quale gruppi delinquenziali autoctoni riproducono modelli di azione dei gruppi mafiosi, ma attraverso un vero e proprio fenomeno di colonizzazione, cioè di espansione su di un nuovo territorio, organizzandone il controllo e gestendone i traffici illeciti, conducendo alla formazione di uno stabile insediamento mafioso in Lombardia». Del resto, «ciò che distingue la criminalità comune dalla criminalità mafiosa è la capacità di quest’ultima di fare sistema, di creare un medesimo blocco sociale con esponenti della classe dirigente locale, di creare rapporti tra le classi sociali, di costruire rapporti di reciproca convenienza […] Tali rapporti si possono ricondurre alla nozione di “amicizia strumentale” caratterizzata da scambio di risorse tra “gli amici”, continuità nello scambio e dalla natura aperta di tale amicizia, nel senso che ciascuno degli amici agisce come “ponte” per altri “amici”. […] I mafiosi hanno interesse a instaurare questi rapporti in quanto ciò consente loro di aumentare il proprio capitale sociale (e di conseguenza anche quello dell’associazione); di entrare a far parte della rete di rapporti del soggetto, con ulteriore incremento della rete di rapporti; di porsi come punto di raccordo tra le reti di rapporti facenti capo ai vari individui con cui entrano in contatto, esercitando una sorta di mediazione tra ambienti sociali», così da offrire «sbocchi per investimenti imprenditoriali, coperture a vari livelli, con conseguente integrazione della ’Ndrangheta nella società civile e abbandono di un atteggiamento di contrapposizione nei confronti di quest’ultima […] il sodalizio criminoso passa così da corpo separato a componente della società, e pertanto più pericoloso in quanto in grado di mimetizzarsi» (Richieste, pp. 65-81).
La ’Ndrangheta ha colonizzato la Lombardia con almeno 20 Locali, di cui 15 individuate a Milano, Cormano, Bollate, Bresso, Corsico, Legnano, Limbiate, Solaro, Pioltello, Rho, Pavia, Canzo, Mariano Comense, Erba, Desio e Seregno: «Qua in Lombardia siamo cinquecento uomini, Cecé; non siamo uno», riferisce il 13 giugno 2008 il capo della Locale di Bresso, Saverio Minasi, a Vincenzo Raccosta, della Locale di Oppido Mamertina in Calabria (Richieste, p. 71). La Procura antimafia sottolinea che «la ’Ndrangheta è largamente presente e attiva in Lombardia, sia in termini di attività sia in termini di associati, disvelando un penetrante controllo del territorio».
Pavia pare eloquente specchio di queste considerazioni dell’antimafia: un laboratorio in fieri pronto a dare scacco alla città e alle sue economie, rese progressivamente sterili anche dalla colonizzazione delle stanze del potere.
I sensori del “sistema” criminale-mafioso guardano alla sfera affaristica, muovendo denaro (per esempio nella compravendita di suoli e immobili) a vantaggio di pochi: per l’appunto, sono i «rapporti di reciproca convenienza» in cui «ciascuno degli amici agisce come “ponte” per altri “amici”». Un “sistema” già visto all’opera – ed è solo uno dei casi – nell’affaire Carrefour lungo la Vigentina (la galleria venduta per 74 milioni di euro a un chiacchierato Fondo tedesco, solo pochi giorni dopo l’inaugurazione del dicembre 2007).
Insomma, a Pavia la ’Ndrangheta rimane drammaticamente contigua alla criminalità urbanistica dei comprati e dei venduti, la metastasi che fa perno su dirigenti e funzionari comunali quanto meno “manovrabili”.
Questa deriva morale economica e politica la si può cogliere anche leggendo il Bilancio comunale. Nel 2012 la pubblica amministrazione pavese si concede un avanzo di amministrazione di 42,5 milioni di euro, 8 dei quali accantonati nel 2012. Per la precisione, a fronte di entrate per 99,5 milioni (60 in tributi; 7,5 in trasferimenti; 27 in proventi; 5 in alienazioni e contributi) si sono avute spese per 91,5 milioni (81 in spese correnti; un risicato 1,5 in investimenti e 9 andati in rimborso prestiti).
Ancora più sorprendente il mancato utilizzo di fondi comunitari (non un euro nel 2012), a confermarci la totale assenza di una qualche idea di città.
Aumenta il benessere? No, è aumentata la pressione finanziaria, ovvero i proventi e i tributi sui servizi (1.274 euro a cittadino: +24 per cento rispetto al 2011; +67 per cento sul 2010). Aumenta anche quella tributaria: 875 euro a cittadino (+17 per cento sul 2011; +76 per cento sul 2010).
Nondimeno sono aumentati anche i costi di alcuni servizi: le rette degli asili nido (2.311 a bambino: 25 per cento in più rispetto al 2011; 24 per cento rispetto al 2010); le mense scolastiche, portate a 7,31 euro, con un incremento del 18 per cento rispetto all’anno prima.
La manovra ha consentito al Comune incapace un attivo di 9 milioni nel cosiddetto “patto di stabilità”… fissato in 6! e sono 3 milioni di euro in esubero sottratti agli investimenti, soldi gettati, che non verranno mai più rimessi in circolo. Morale: il “patto di stabilità” l’hanno infine pagato i cittadini con più tasse e servizi più cari. Per tacere di welfare locale, salute, ambiente e monumenti: ambiti entro cui questi 3 milioni gettati alle ortiche sarebbero tornati assai utili.
Passando dai dirigenti comunali “fedeli” a quelli per nomina del sindaco nel sottogoverno, le cose – se possibile – addirittura peggiorano. A p. 72 abbiamo brevemente elencato i premi, le diarie e gli altri benefit indebitamente deliberati dai componenti il Cda dell’Azienda servizi municipalizzati a proprio favore (e ricordiamo che il Comune di Pavia possiede il 95,7 per cento di Asm).
Sono poi emersi altri pubblici esborsi altrettanto illeciti, poiché il presidente di Asm Giampaolo Chirichelli e il direttore generale Claudio Tedesi avrebbero lucrato anche con la carta di credito aziendale. Alle diarie a forfait e ai premi di cui si è scritto dovremmo dunque sommare quest’altra indebita appropriazione, denari solo in parte restituiti all’azienda (ma non erano passati al forfait per darsi «un tetto»?).Dall’ottobre 2011 a oggi Chirichelli avrebbe usato la carta di credito Asm «per un importo complessivo di euro 11.679,25 così suddiviso: anno 2011, euro 1.129,06; 2012, euro 5.458,97; 2013 euro 5.091,25» (dall’esposto in Procura del consigliere comunale Walter Veltri – Insieme per Pavia – 6 dicembre 2013). Ma – ahi ahi ahi – dal compenso forfetario risultano detratti solo 5.947,73 euro.
Quanto a Tedesi, tra l’ottobre 2011 e l’agosto 2013 avrebbe fatto uso della carta per un ammontare di 32.978,85 euro a fronte di un benefit forfetario dichiarato in “soli” 18.000 euro.
Nella costellazione Asm orbita Lgh (acronimo di Linea Group Holding), società di cui la municipalizzata pavese detiene il 15,9 per cento in condivisione con Aem Cremona (30,9 per cento), Astem Lodi (13,2), Cogeme Rovato (30,9) e Scs Crema (9). In questo gioco delle scatole cinesi, Lgh controlla il 100 per cento di Linea Più, società a fine di lucro, il “terzo livello” che, per intenderci, a noi eroga il gas metano.
Brutto e tedioso raccontarla così, ma vale a premessa per contestualizzare il seguito, a partire da quando – novembre 2012 – Marco Bellaviti (Pdl) cede la presidenza di Linea Più al collega di partito Carlo Alberto Conti, impiegato presso l’Amministrazione provinciale.
Ma è ancora peggio riscontrare l’acclarata incompatibilità tra questo incarico (25.000 euro annuali) e lo stipendio di pubblico dipendente al settimo livello al quale il Conti non ha inteso rinunciare, come invece impone lo Statuto degli impiegati civili dello Stato.
Dalla Provincia, ne siamo certi, qualcuno lo avrà pur riferito al dipendente “incompatibile”, anche perché la normativa prevede che venga prima diffidato e infine – trascorsi 15 giorni – addirittura licenziato, come «diretta conseguenza della perdita dei requisiti di indipendenza e di totale disponibilità» (Cassazione civile, sez. lav. 21 agosto 2009, n. 18608).
Carlo Alberto Conti siede anche nel Consiglio comunale pavese. Ricorderemo quella volta (6 ottobre 2008) che lui e Valerio Gimigliano (il sodale di Neri) definirono «superfluo» un emendamento antimafia alle linee guida del Piano di governo del territorio. Lo abbiamo già riferito in Sprofondo nord: in Consiglio Irene Campari propone controlli sull’infiltrazione di capitali mafiosi negli appalti, nei subappalti e nell’economia cittadina: «Ci sono voluti due finti malati nei nostri Centri medici d’eccellenza. Da tre settimane sto aspettando di sapere come mai due killer professionisti – il camorrista Beppe Setola e quell’altro, ’ndranghetista, Ciccio Pelle “Pakistan” (p. 156) – fossero stati ricoverati nelle strutture mediche pavesi, e questo non è rassicurante. Qui c’è qualcosa che non va: uno di loro era sotto falso nome. […] Questa sera vorrei che dal Consiglio comunale venisse un messaggio rassicurante per la popolazione e non per le mafie, perché la mafia sa raccogliere bene i segnali che vengono dai politici e dalla pubblica Amministrazione. […] Io non vi dico di votare questo mio Ordine del giorno così com’è: riformulatelo, ma mandate un messaggio chiaro ai Setola, ai Barbaro, ai Perspicace, ai D’Avanzo, ai Mazzaferro, che hanno una Locale qui a Pavia». E così conclude: «La questione è seria. Nel 2015 ci sarà l’Expo. Sono state scoperte infiltrazioni mafiose negli appalti e il messaggio che voi vorreste mandare è che non possiamo fare niente? Cosa ci stiamo a fare qua? Le mafie sono a Pavia e dobbiamo prenderne atto». Interviene Gimigliano (Pdl) per definire «superfluo» l’emendamento, «perché i settori competenti di ogni Amministrazione pubblica hanno già l’obbligo di verificare se emergono problemi legati alla criminalità organizzata». Un altro consigliere della destra allora all’opposizione, il solitamente silente Carlo Alberto Conti, dichiara che non parteciperà al voto: secondo Conti, «il Pgt non può essere uno strumento di controllo di potenziali attività mafiose e di infiltrazioni sul nostro territorio».
Sia chiaro, nulla a che vedere con la criminalità organizzata, ed è per motivi squisitamente politici che, nel settembre 2010 – due mesi dopo la retata antindrangheta – Conti, Gimigliano, l’altro amico di Neri e Chiriaco Dante Labate e Giuseppe Arcuri detto “Peppino” danno vita a un gruppo consiliare autonomo, la cosiddetta “banda dei quattro”, lo shuttle che porterà Conti ai vertici di Linea Più.
Sta forse qui l’attualizzazione della “maledizione di San Siro”, e non pare lontana dalla visione romanzesca del prefigurativo Arecchi:

«Essa diceva che questa città, la cui storia era stata camuffata e riscritta in dispregio ai perdenti, non avrebbe più potuto trovare nel proprio seno la forza e la dignità di riconoscere le proprie vere origini. Pertanto essa era destinata ad essere governata con la menzogna e a nulla, nei secoli, sarebbero valsi gli sforzi di chi volesse ricercare e far trionfare la verità. “Per oltre tredici secoli – diceva la profezia – la falsità trionferà; gli uomini si avvicineranno intanto all’anno mille più mille. Allora, quando la grande cupola del tempio centrale minaccerà rovina, si aprirà qualche piccolo spiraglio di verità, ma neppure ciò basterà. Ora che è stato innescato il circuito della falsità, pubblicamente dichiarata ed ostentata come verità ufficiale, l’antica capitale è comunque destinata a vivere nei secoli una vita misera, immersa nell’arroganza e nella presunzione, come un parassita privo delle reali radici necessarie alla sopravvivenza. In essa si insegnerà, vi saranno anche scuole di alto livello, ma a poco frutterà tutta tale saggezza di fronte all’assenza di verità. Tutto ciò che in questa città si farà, se potrà essere di una qualche importanza, sarà sempre osteggiato dalle chiacchiere, dalla malignità e dalla falsità. Solo la padronanza di questi elementi potrà permettere di acquisire e mantenere il potere e la fama in un luogo che della falsità storica ha fatto il proprio blasone”».

(2 – continua)

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