Un anno dopo (terza e ultima parte)

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di Giovanni Giovannetti

Si conclude la pubblicazione in anteprima di La maledizione di San Siro, nuovo capitolo aggiunto alla seconda edizione di Comprati e venduti, a giorni in libreria, un anno dopo l’incendio doloso di casa mia (30 dicembre 2012). Incendio che, a quanto sembra è stato appiccato da due persone (guarda caso) in rapporti con un noto imprenditore pavese e un politico “amico degli amici”. L’incendio segue di pochi giorni l’attentato all’auto del consigliere comunale Walter Veltri e le croci a morto dipinte sull’ingresso dello studio dell’avvocato Maurici, due persone (guarda caso) con cui ho condiviso alcune battaglie sulla criminalità urbanistica cittadina.

L’Università la si immaginerebbe a pietra angolare del migliore futuro. Tuttavia la “maledizione” non sembra risparmiare nemmeno gli ambienti accademici, ahinoi altrettanto permeabili al poco fiabesco «circuito della falsità, pubblicamente dichiarata ed ostentata come verità ufficiale» lamentato da Siro nel racconto di Arecchi.
Alle pp. 134-35 si è detto dello strano project financing a trentennale gestione di Unisport di Vittorio Pacchiarotti, sopra un’area che il Prg indica a “Servizi per l’Università”: «Strano poiché il costruttore si è avvalso di un finanziamento di 4.660.000 euro, fondi pubblici, in aggiunta a un “canone” annuale di 330.000 euro (in trent’anni sono altri 9.900.000 euro): un ammontare di 14.560.000 euro, per un’opera dal costo preventivato di 15.865.811 euro; è quasi l’intero importo».
Non solo: il pregiudicato imprenditore belgioiosino aveva ottenuto dall’Università pavese l’ipoteca su terreni e strutture di Campus Aquae in favore delle banche finanziatrici di Unisport – Mediocredito italiano (per 26.250.000 euro) e Banca popolare di Sondrio (per 14.000.000 euro) – assumendosi così un inedito rischio d’impresa (ma non era un project financing?) girando altresì alle stesse banche la cifra annuale indicizzata di 330.000 – riconosciuta per trent’anni dall’Università al Pacchiarotti – a sommarsi col finanziamento regionale di 4.000.000 di euro e a 660.000 euro suoi propri dell’Università (ma un project financing non implica forse ogni costo a carico dell’impresa che costruisce in concessione?) Insomma, a Campus Aquae l’“imprenditore” non ha usato soldi suoi ma delle banche, un debito garantito dall’Università e non da lui: bel “rischio d’impresa”.
Che dire poi delle otto aule – destinate a Scienze motorie e Farmacia – riscattate al Pacchiarotti nel 2007 in permuta con due appartamenti, di proprietà dell’Ateneo, per un valore stimabile in 1.136.000 euro, in aggiunta a 600.000 in denaro contante.
O ancora, della pretesa di Unisport di una integrazione per euro 1.000.000 e passa a fronte dell’Iva dovuta – e non versata – all’erario dal Pacchiarotti sui 4 milioni e fischia in conto capitale e sul pattuito annuale di 330.000 euro. Il contenzioso con l’Agenzia delle entrate lui, il pregiudicato, ha voluto dirimerlo proponendo causa all’Università, anche se spese e oneri fiscali sono a totale carico del concessionario, ovvero lo stesso Pacchiarotti, e i contributi già comprensivi d’Iva.
C’è dell’altro. In questo troiaio si fa largo la richiesta di Unisport all’Università per una nuova ipoteca, di secondo grado, a favore della Regione Lombardia che ha cofinanziato con 1.463.770 euro la ristrutturazione della contigua “Cascina Cascinazza”, declinata in residenze per studenti, residenze regolate da una Convenzione tra Regione Lombardia, Comune di Pavia e Unisport. Convenzione che tuttavia obbliga quest’ultimo al rilascio di una fidejussione o di una ipoteca di secondo grado, successiva a quella sottoscritta a favore delle banche finanziatrici. Garanzie fidejussorie o ipotecarie che Unisport vorrebbe fossero assolte dall’Università…
E dire che – si legge in una Relazione “riservata” al Cda dell’Università pavese – «dalla Convenzione non deriva (né potrebbe derivare, non essendo l’Ateneo parte della Convenzione) alcun obbligo in capo all’Ateneo di costituire garanzia ipotecaria a favore della Regione Lombardia».
Allora che fare? La Relazione domanda se sia «conveniente / opportuno per l’Università la costituzione dell’ipoteca», riflettendo anzitutto sull’«interesse dell’Ateneo a salvaguardare la sopravvivenza delle strutture» nonché sulla «tutela del proprio patrimonio immobiliare», nonostante «le difficoltà di cassa in cui si è ritrovata Unisport» tali da impedire che essa sia nella condizione di affrontare «i costi per rilasciare idonea fidejussione in luogo della garanzia ipotecaria richiesta all’Ateneo».
Insomma, sì, l’ipoteca s’ha da fare, poiché la sua mancata costituzione «rischierebbe di compromettere la realizzazione di quel servizio pubblico cui la Regione deve provvedere e al quale anche il nostro Ateneo, quale ente pubblico, deve cooperare con ogni forma di doverosa e leale collaborazione istituzionale». Bene, bravi, bischeri.

“Maledizione” a parte, fatalmente Pavia rinuncia a valorizzare le sue migliori potenzialità economiche e culturali, viste come fonte di occupazione. Messa in naftalina la “città dei congressi”, mai nata la “città dei saperi”, soffocata ogni prospettiva industriale, nuovamente si sono abbattuti i segni del passato come la parte monumentale della Snia che invece andavano restaurati e valorizzati (pp. 94-97) e avanza l’anonima rete commerciale di stoccaggio e vendita delle merci, a soffocare i negozi di vicinato e a costellare di future “aree dismesse” la pianura agricola pavese. Come si è detto, il modello sta mostrando da tempo i suoi limiti.
Pavia non può fare a meno del proprio rilancio, a partire dal censimento delle cose che già si fanno – da valorizzare – delle idee sul da farsi e delle persone disposte a dare e non solo ad avere. S’impone il coordinamento territoriale e il dialogo – che oggi manca – tra Comuni, Provincia e Regione. Al dunque, facciamo qualche esempio e alcune sintetiche proposte.
Censimento delle cose. Identità e qualità: “Pavia, città internazionale dei Saperi” potrà fare comunicazione territoriale se saprà collegare le tante iniziative che già hanno luogo sul territorio. Il ritorno d’immagine sarebbe a costo zero o quasi. I nostri amministratori sanno che dal castello di Belgioioso a quello di Sartirana, da Varzi a Vigevano, privati cittadini e amministratori locali già organizzano una moltitudine di eventi? La città capoluogo si candidi allora a diventare il centro del sistema, coordinando i collegamenti e investendo nella comunicazione. E in occasione di eventi ad alto valore aggiunto culturale, prevedere e organizzare richiami e presenze in città e nei maggiori centri della provincia.
Visitatori tutto l’anno. Nel turismo Pavia è luogo di transito, prima o dopo la visita alla Certosa. Sono visitatori “mordi e fuggi”, un turismo che fa perno su Milano. Una tendenza da invertire, promuovendo la città e le sue peculiarità monumentali e gastronomiche come centro di un “sistema” che ramifica e fruttifica a sud nell’Oltrepo, a ovest in Lomellina, a nord alla Certosa e a est fino a Cremona, con una promozione coordinata degli eventi. Lo scopo dei marchi cittadini non è, come sembra, fare un po’ di animazione culturale a uso dei locali come, ad esempio, lo era il Festival dei Saperi. Non guasta, ma il marketing territoriale è un’altra cosa: è portare visi- tatori a Pavia tutto l’anno e dare visibilità al territorio, puntando sulla città “sapiente” di Cardano, Volta, Foscolo, Golgi e don Angelini (ma anche di Maria Corti, Cipolla, Gabba e tanti altri). La storia millenaria, le chiese romaniche, il parco fluviale, la campagna irrigua, le cascine storiche, le aree protette… Pavia offre molto, ma pochi ne sono al corrente. La futuribile città dei congressi (al riguardo, servirà un Centro congressi dalla capienza almeno tripla di quello disegnato all’ex area Neca) dovrà farsi ancora più attraente, migliorando l’offerta per trattenere tra cotti e ciottolato i turisti ora solo di passaggio. Pensiamo al recupero del Naviglio tra Borgo Calvenzano e la Certosa, con la possibilità di viaggiare in “nave” tra Pavia e il Monumento, tra conche e natura, lungo un’opera di ingegneria idraulica che ha fatto scuola nel mondo, un potenziale museo a cielo aperto.
Pensiamo una diversa gestione del complesso monumentale della Certosa (è proprietà del Demanio), il più importante della Lombardia, provvedendo al suo restauro e ripristinando il biglietto d’ingresso, ridefinendolo altresì quale luogo del silenzio e della spiritualità.
Pensiamo al grandioso parco Visconteo tra l’omonimo castello pavese e la sua Certosa, teatro della storica battaglia di Pavia che nel 1525 vide fronteggiarsi il re di Francia Francesco I e quello spagnolo Carlo V d’Asburgo, re dei romani (a proposito: nel 2025 saranno cinquecento anni). Pensiamo dunque al parco “della battaglia” e ad un museo multimediale da ospitare, perché no, nell’antico castello di Mirabello, oggi semi-abbandonato.
Pensiamo a un museo interattivo dell’acqua, della navigazione fluviale e della civiltà industriale negli edifici storici dell’ex Snia o della Necchi o – per la navigazione interna – all’Idroscalo o entro un parco insieme al naviglio.
Pensiamo a un Museo dell’arte contemporanea in una struttura polivalente insieme a cinema, caffè, librerie e altro ancora, così come se ne vedono in Germania, in Svizzera e in Austria. Uno spazio per iniziative non effimere, che aspirino alla documentazione e alla conservazione.
Pensiamo a un “museo Fraccaro” sull’ultimo Dada (del quale il compianto prof. Marco Fraccaro – attento promotore di iniziative culturali – è stato un appassionato collezionista), insieme a quanto è conservato nei locali del collegio Cairoli.
Pensiamo a investimenti mirati e programmati nel tempo a favore del depresso sistema museale pavese (Pinacoteca e Museo del Risorgimento) e aiutare i privati a promuoverne di nuove. Il “percorso risorgimentale” porta inevitabilmente a Villa Cairoli di Gropello, proprietà del Comune di Pavia attualmente male in arnese: si promuova un itinerario storico con Villa Cairoli e il Museo pavese, ma anche con Palestro e Montebello.
Pensiamo a più fecondi collegamenti tra il capoluogo ed altri centri della provincia in occasione di riti pagani come il “Bruciamento del diavolo” a Vigevano per carnevale, o di tradizione cattolica, come il “Crocione” di Tromello e i “fuochi” di Zavattarello e Romagnese: questi ultimi sono tra le più arcaiche e poco note celebrazioni della Settimana santa pasquale; nulla da invidiare alle processioni del nostro Meridione. Per tacere di santuari come quello delle Bozzole di Garlasco o l’eremo di Sant’Alberto di Butrio nell’Oltrepo montano.
Pensiamo alla “Via del sale” verso la Liguria e alla “Francigena”, che da Canterbury portava a Roma i pellegrini, da percorrere prevalentemente a piedi per ragioni penitenziali e devozionali. L’hospitale presso la chiesa di Santa Maria in Betlem, in Borgo Ticino, era una tappa di quel viaggio.
Allargando l’orizzonte, pensiamo a un collegamento “leggero” tra la periferia a ovest e il centro cittadino, ottimizzando a scopo urbano la tratta ferroviaria da Pavia a Cremona e Mantova.
Pensiamo a promuovere (invece di avversare) la funzione sociale delle botteghe artigiane e dei piccoli esercizi – oggi minacciati dal modello iper che desertifica – e le filiere agroalimentari corte e di qualità, incentivando i mercatini rionali e gli orti comunali, da affidare a famiglie e anziani entro un unico spazio urbano dell’innovazione sociale e culturale nel rispetto di tutti, anche degli altri esseri viventi. Fra l’altro, oltre a migliorare la qualità della vita, queste iniziative contribuirebbero a colmare la distanza che separa il centro dalla periferia.
Proviamo a devolvere almeno l’1 per cento del bilancio comunale (circa 1 milione di euro) in difesa dei redditi familiari più bassi, oltre al contenimento del costo di alcuni servizi come acqua, gas, asili nido, mense scolastiche e scuole d’infanzia.
Ripensiamo l’area Snia e l’Arsenale – limitrofi al centro storico – come poli scolastici e luoghi per attività ricreative serali, cittadelle della cultura e della socializzazione sul modello di quanto già si vede in altre città europee.
Proviamo a mantenere almeno l’area Necchi a vocazione industriale, come sede di aziende volte alla ricerca e alla produzione di beni tecnologicamente avanzati, aziende capaci di coniugare alla produzione di beni la ricerca di base e quella avanzata, così da creare anche nuovi posti di lavoro e rendere meno pesante il fenomeno del pendolarismo.
La provincia di Pavia è tra le ultime città italiane per offerte e consumi culturali (5,56 librerie e 1,30 cinema ogni 100mila abitanti) e la città capoluogo (una città universitaria, un solo cinema) è messa anche peggio, poiché una norma scellerata del suo Piano regolatore 2003 – ribadita nel Piano di governo del territorio 2013 – consente la trasformazione in residenze di cinema, librerie, alberghi (semmai la prospettiva andrebbe invertita, trasformando le residenze in cinema, librerie, alberghi).
L’elenco sarebbe lunghissimo. Spazio anche alle “Notti bianche” (una per ogni solstizio ed equinozio) e grande spazio a un rinnovato Festival dei Saperi, con un budget adeguato, in sinergia con altre rassegne (ad esempio, col vigevanese premio Mastronardi) così da ottimizzare su promozione e gestione delle risorse. La prima edizione del Festival dei Saperi era costata 1.400.000 euro, quattro o cinque volte più del necessario e ben ne conosciamo i motivi (p. 134). Ad esempio, alcuni acclamati festival sono gestiti in compartecipazione tra pubbliche amministrazioni e Fondazioni bancarie. Il Comune può concorrere alla spesa con i denari provenienti da altre sponsorizzazioni e – come a Sarzana – limitarsi a coprire l’importo mancante.
Sono suggerimenti che renderebbero la città più simile a Strasburgo e differente da Platì. Sono idee che vorrebbero rendere piacevole la permanenza a Pavia, con evidenti benefìci per l’economia locale, senza dimenticare che migliorerebbe la qualità della vita per tutti.
Gli strumenti già li abbiamo, poiché le idee migliori possono lievitare dal basso. Ma per valorizzarle serve una classe dirigente capace e non rapace – come già ammoniva fra Pietro Solero da Quinzano nel 1567 in San Tommaso a Pavia – che non esibisca come alibi quell’inesistente maledizione, mai lanciata da alcun fantomatico santo. E soprattutto, con Dante, evitando che i no «per li denar» diventin sì.

(3 – fine)

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Una Risposta to “Un anno dopo (terza e ultima parte)”

  1. Lamberto Garzia Says:

    Nelle sue assenze, Pavia (la città dove i figli dei benestanti del mio estremo ponente ligure venivano un tempo mandati in collegi appositi perché alta era la rinomanza), appare oggi, dallo scritto, come un grande villaggio della Pampas durante la dittatura dei militari…

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