Il Pd e le sue regole d’ingaggio

by

da Pavia, Giovanni Giovannetti

Localmente, da anni il Partito democratico ha smesso di assolvere la funzione di azionista di maggioranza e polo d’attrazione dell’alternativa politica di centrosinistra al governo cittadino: pesa la biforcuta malcelata confusione tra sfera privata (e tale è anche un partito politico: una associazione privata) e quella pubblica, tra interesse collettivo e interessi di partito (o peggio: dallo sgombero dell’ex Snia all’urbanistica “creativa”, dal Festival dei Saperi alla bonifica delle aree dismesse… gli esempi ahinoi abbondano) tanto da renderlo inaffidabile e speculare alle inclinazioni affaristiche coltivate a centrodestra (come è emerso, i due presunti fronti “opposti” hanno identici interlocutori in affari; a volte anche i referenti politici degli affaristi sono gli stessi: basterà il luminoso esempio di Ettore Filippi, l’ex “Margherita” vicesindaco col centrosinistra – lui, «capace di aprire tutte le porte» – poi migrato armi figli e bagagli a centrodestra).
Se fino a ieri lo strabismo pareva evidente solo a pochi osservatori, nel tempo la colonizzazione affaristica della zona pubblica e la conseguente inerzia politica, oltre a far danno, hanno contribuito a ingenerare cospicua la perdita dei consensi elettorali: a conti fatti, il Pd pavese si misura oggi con numeri assai vicini a quelli che, in un recente passato, già detenevano i Ds prima della fusione a freddo con la Margherita (e se percentualmente le cose migliorano, sia pur di poco, è solo grazie ai numerosi “disaffezionati” che hanno smesso di votare). Insomma, ormai anche i numeri dicono che il Partito democratico, da solo, non può andare da nessuna parte.
Autocritica? Passi indietro? Più umiltà nell’ascolto dei potenziali fiancheggiatori politici, a fronte della evidente deriva suicida? Niente affatto, il Partito democratico prova a farsi bulimico mostrando muscoli che non ha più, disponendosi come in passato a candidare i soliti noti e a dettare le “sue” regole, la “sua” tempistica e la “sua” agenda secondo il metodo del divide et impera; mostrando oltretutto scarsa fantasia, poiché manda in replica il già visto e rivisto per decenni ad ogni vigilia elettorale, insieme alla stanca foglia di fico ormai priva di appeal del “voto utile”, che “sennò vince la destra…”
Può essere affidabile un partito così? tanto arrogante quanto incapace di guardare avanti, mentre s’imporrebbero lungimiranti visioni, suffragate da volti nuovi o credibili? (beninteso si intendono i candidati sindaco e assessori, lì dove si decide, e non solo “nuovi” consiglieri) Ovvero persone competenti, riferimenti e nomi diversi da quelli che per due decenni hanno mal governato privatizzando il privatizzabile (deindustrializzazione, Asm, Snia, Carrefour…) e legittimato l’illegittimabile (ad esempio, votando persino in favore di una lottizzazione abusiva “d’area” e dell’autostrada Broni-Mortara), contribuendo fra l’altro a trasformare la virtuale Città dei Saperi nella prima città meridionale del Paese!
Si può ridestare la Politica e la città dal torpore nel quale l’hanno confinata anni di impolitica (questa sì “anti”) e di affarismo borderline, in spregio dell’interesse della collettività e dei beni comuni? Quale credibilità pensano di ottenere i “bulimici”, imbellettando così da renderli presentabili i Bosone i Brendolise i Ruffinazzi i Pezza ed altri archeologici dannosi pezzi da museo fautori dello scempio?
È urgente semmai chiedere a costoro un passo indietro, quel tanto da favorire nei fatti (e non solo a parole) l’uscita dal pantano da loro stessi ingenerato, sapendo anche fare a meno dei tradizionali ammorbanti rimorchi affaristici, così da coltivare (insieme?) l’alternativa etica credibile al centrodestra inciuciato con le mafie, in radicale discontinuità con il cupo passato e gli ingombranti scheletri nell’armadio delle Giunte Albergati e Capitelli.

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