Come si diventa nazisti

by

27 gennaio. Per ricordare
di Giovanni Giovannetti*

In Come si diventa Nazisti, lo studioso americano William Sheridan Allen analizza minutamente la vita quotidiana in una tranquilla cittadina tedesca chiamata Thalburg, dall’autore elevata a paradigma politico-morale della Germania colpita dalla depressione economica mondiale che, tra il 1929 e il 1933-34, favorisce la transizione dalla Repubblica socialdemocratica di Weimar al nazifascismo.
A Thalburg (e nel resto del Paese) la crisi economica provoca l’aumento della disoccupazione tra gli operai, angoscia, senso di insicurezza, inedite forme di recrudescenza antisemita, diffuso discredito della classe politica, la convinzione che il nazismo rappresenti il futuro e quel laissez-faire popolare alla progressiva irrisione delle norme civili – a partire dalle più elementari – che, intaccando il comune sentire, inavvertitamente fa da brodo di coltura per ogni successivo violento arbitrio come è avvenuto, solo settant’anni fa, con lo sterminio di ebrei, zingari, omosessuali, testimoni di Geova, portatori di handicap psichici, oppositori politici. Un riscontro della deumanizzante assuefazione auto-assolvente esibita da chi aveva assistito in silenzio all’olocausto lo si trova in alcune interviste del film Shoah (1985) – la monumentale opera di Claude Lanzmann – agli abitanti di Oświęcim (Auschwitz in tedesco) o di Chełmno presso Łódź in Polonia. La signora Michelsohn torna al 1941 e ricorda i camion “a gas”: «Facevano la spola, ma non sono andata a vederli all’interno… con gli ebrei dentro». Un gruppo di donne: «Tutte le case là davanti erano abitate da ebrei […] radunavano gli ebrei là dove adesso c’è il ristorante, oppure su quella piazza, e prendevano il loro oro». Una coppia: «…e prendevano dei bambini piccoli come quelli che si vedono laggiù. Li prendevano per le gambe e li gettavano sui camion». I polacchi sapevano che a Chełmno gli ebrei sarebbero stati gassati. Il signore lo sapeva?, domanda Lanzmann: «Sì».
Si sono voltati dall’altra parte. A una tale inumana deriva può portare la progressiva deroga alle regole della civile convivenza: verso la catastrofe collettiva. E dietro alla tragedia umana c’è spesso la farsa delle parole: la manipolazione linguistica e il suo portato di degenerazione intellettuale e morale, quel «veleno ideologico» volto a cancellare i segni dell’altrui identità. Lo rileva Claudio Vercelli, rimarcando «l’uso inflazionato e immaginifico del termine “ebreo”, sempre posto al singolare, leit-motive della malvagia storia universale alla quale viene contrapposto l’ideale di arianità, consegnato ad una sorta di staticità ed immortalità. Il giudaismo, infatti, reso costante oggetto di pubblico ludibrio, è qualcosa di più e di diverso da una religione o da una tradizione culturale: è presentato dai nazisti come una sorta di principio metastorico, una essenza che sovrasta e cerca di sovraordinare il percorso delle comunità ed, in particolare modo, di quella ariana. Significativa la ripetizione dei termini al singolare: l’“ebreo”, l’“ebraismo” e così via sono qualcosa, al contempo, di immanente e trascendente la realtà. Immanente in quanto la pervadono, cercando di manipolarla; trascendente poiché sopravvivono ad essa, non ne sono travolti bensì la travolgono. Nella singolarità del termine avviene una personalizzazione ed identificazione del nemico: si combatte contro una sorta di “cosa” dai caratteri umanoidi ma sostanzialmente aliena».
Senza dimenticare che in alcuni Paesi europei le incivili pratiche eugenetiche di sterilizzazione coatta proseguono ben oltre il nazismo e la «legge sulla sterilizzazione» e sulla «salute coniugale».
A Pavia nel 2007 (e non a Thalburg nel 1934) un sindaco donna e di sinistra (e non della Lega nord), di professione dirigente scolastico e futuro membro della Commissione etica del Partito democratico (e non del Ku Klux Klan) ha impedito l’accesso alla scuola a decine di bambini Rom precariamente dimorati all’ex Snia poiché sarebbe stato «un incentivo per le famiglie a radicarsi sul territorio», disdegnando così la Costituzione, i diritti universali dei minori nonché il buon senso. E ancora, parlando di sé in terza persona: «Fosse per il sindaco di Pavia, i Rom li avrebbe messi sopra un treno e mandati via». Anche per questo sindaco un popolo di troppo si stava aggirando per l’Europa. Anche a sinistra c’è stato chi sconsideratamente ha alluso a «deportazioni» finali per gli “scarti umani”, radicando in questi immigrati la convinzione che la crescita sociale da noi si ottiene solamente con la pratica dell’arbitrio e della violenza.
Il sindaco Capitelli di centrosinistra era sostenuto politicamente da buona parte della sua stessa maggioranza: dal vicesindaco Ettore Filippi («I Rom non esistono») all’assessore ai Servizi sociali Francesco Brendolise («L’esperienza dimostra che prima delle ruspe spariscono tutti»). E tra loro Fabio Castagna. Diventato capogruppo, sei anni dopo (e non sei giorni dopo), tornando sull’emergenza all’ex Snia il consigliere del Partito democratico così scrive: «lo rifarei», e prosegue: «faccio presente che nel quartiere di Pavia est ci siamo dovuti pure sorbire una manifestazione di Forza Nuova che stava facendo proseliti tra cittadini». Per contrastare il presunto espansionismo di Forza Nuova nel quartiere hanno così pensato di emularli, rivendicando – e sdoganando – “da sinistra” il razzismo e la xenofobia. Come era prevedibile, quelli di Forza Nuova hanno inoltrato le loro congratulazioni, poiché i Democratici di sinistra «finalmente hanno preso le nostre posizioni» (agosto 2007).

* da Comprati e venduti (Effigie 2013, pp.22-27)

Annunci

3 Risposte to “Come si diventa nazisti”

  1. Anonimo Says:

    Non capisco come mai tante comunità , ad esempio latinos, cinesi, filippine, ucraine e potrei proseguire, nella stragrande maggioranza dei casi lavorano e cercano di integrarsi.Nel caso dei rom, spiace dirlo, non è quasi mai così, anche gli altri sono poveri, la povertà non giustifica il furto e l’illegalità.

  2. ggiovannetti Says:

    Giusto l’altro ieri una bella ragazza dipendente di un ente pubblico mi raccontava le sue origini rom. E tanti, anzi tantissimi tra gli sgomberati dalla Snia ancora vivono a Pavia, in case d’affitto e pagando le utenze. E i loro figli piccoli vanno a scuola. E quelli che erano piccoli all’epoca della Snia oggi parlano dialetto pavese. Ah, la scuola…

  3. Anonimo Says:

    …ma siamo poi così sicuri che “il furto e l’illegalità” appartengono ai “poveri” ? qualcuno ruba le risorse nelle terre altrui mentre parla di diritti umani ed intanto a casa sua pratica segregazione razziale.
    Qualcun altro, magari, non ha mai mosso guerra a popolo alcuno, non dà e non prende mazzette, non costruisce inceneritori o perfora montagne per mero profitto, non uccide gli operai chiudendoli in capannoni-lager…Punti di vista.

    Saluti, mattia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: