La finanza. Farina del diavolo?

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di Elio Veltri

Aldo Cazzullo, su “Sette” scrive che la «finanza non è il diavolo, va regolata, non demonizzata perché ci consente di mantenere un alto tenore di vita». Affermazioni giustissime ma contraddette dai fatti negli anni della crisi devastante che decine di milioni di europei hanno pagato a caro prezzo. Nel corso di essa è diventato più evanescente il rapporto tra finanza ed economia legale e più stretto quello con l’economia illegale e criminale; è aumentata la quota di finanza ed economia criminale in Italia e nel mondo; è aumentata la quantità di denaro sporco riciclato; è aumentata la percentuale di capitali esportati illegalmente e imboscati nei paradisi fiscali; è aumentata a dismisura la quantità di denaro prodotto dal nulla e messo sui mercati dalle banche e sono contestualmente aumentati i rischi di fallimento di molte banche, salvate dagli interventi finanziari degli Stati. La sola Unione Europea negli anni 2007-2012 ha messo a disposizione delle banche che rischiavano di andare a gambe per aria, 4.600 miliardi di euro. Questo perché, come scrivono Masciandaro e Pansa, «la farina del diavolo non diventa sempre crusca» (La farina del diavolo, Baldini e Castoldi, 2000).
È vero: la finanza è utile se non diventa anarchica e non comanda la politica; se viene regolata e controllata e non viene creata dal nulla senza regole. E soprattutto se viene messa al servizio dell’economia reale e non la distrugge e con essa milioni di posti di lavoro. Esattamente quanto è successo negli anni della crisi terribile crisi che stiamo vivendo, peggiore di quella del 1929, come già nel 2003 aveva scritto Paolo Sylos Labini, inascoltato, perché senza casacche. Allora, in America, epicentro della crisi, fu varata la legge Glass-Steagall che obbligava le banche a separare le attività di deposito da quelle speculative; lo Stato, nell’ambito del New Deal creò circa 15 milioni di posti di lavoro, soprattutto nel settore delle infrastrutture (strade, porti, scuole, ecc.) e le banche non erano piene di derivati, titoli spazzatura, che il più delle volte hanno determinato le condizioni per il loro fallimento. I problemi che riguardano la cosiddetta finanziarizzazione dell’economia e la necessità di contenerla attraverso riforme radicali nazionali ed europee, in Italia non trovano molto spazio nell’informazione, soprattutto televisiva. Personalmente ho parlato con alcuni dei giornalisti più accreditati, ma il teatrino li seduce e prevale sulle cose serie. Le cose non vanno certo meglio nella politica, nel Governo e nel Parlamento. Eppure, l’abbiamo detto e scritto tante volte, l’Italia, insieme alla Grecia, è il Paese dell’Unione che ha la maggior quota di economia sommersa, criminale, di esportazione di capitali, di riciclaggio di denaro sporco e di evasione fiscale. Ricordo qualche dato: in Francia, una ricerca ha stimato in 600 miliardi i capitali esportati all’estero illegalmente dai cittadini francesi e imboscati. Quanti sono i soldi esportati illegalmente dagli italiani? Nessuno se ne occupa. Ma certamente non di meno, perché la nostra evasione fiscale da lavoro nero, esportazione di capitali, riciclaggio e corruzione è maggiore di quella francese. Eppure, la legge anti-corruzione, approvata con dieci anni di ritardo rispetto agli altri Paesi, sulla quale tornerò, è chiusa nei cassetti e del tutto inapplicata.
I Problemi che la crisi in tutta Europa ha messo in evidenza riguardano:
– Il rapporto centuplicato tra la quantità di denaro circolante sotto ogni forma (titoli, azioni, obbligazioni, derivati, ecc.) e l’economia reale: beni e servizi;
– Un sistema bancario che negli anni ha visto prevalere accorpamenti e fusioni di banche, diventate tanto grandi e potenti da essere incontrollabili e minacciose al monito “too big to fail” e cioè, come dire: “state attenti che siamo troppo grandi per fallire, perché il nostro fallimento si tirerebbe dietro l’intero Paese con la vita di milioni di cittadini”;
– Una montagna di titoli spazzatura nascosti nelle banche, nei ministeri, negli enti locali e nelle aziende. Titoli di cui molti acquirenti ignorano volutamente i rischi o non li conoscono per mancanza di informazione, con danni potenziali gravissimi per le loro comunità o per gli azionisti.
L’Europa, nella prossima legislatura, o vara le riforme necessarie ad evitare il ripetersi di crisi devastanti come quella che stiamo vivendo o salta. E non solo la moneta unica. Salta l’assetto istituzionale e politico, si disgrega, ritorna a prima di Carlo Magno, e diventa terra di conquista delle grandi potenze mondiali, con conseguenze drammatiche per il futuro di intere generazioni.
Cito alcune delle riforme indispensabili, che altri paesi stanno almeno discutendo e che solo in Italia non hanno cittadinanza nell’informazione e nelle istituzioni perché si preferisce parlare di Renzi, di Letta e degli altri.
1) – Riforma del sistema bancario che preveda il ridimensionamento delle megabanche al fine di favorire una vigilanza effettiva; riforma dello Statuto della BCE che consenta di finanziare i governi e non solo le banche e obbligo per le stesse di mettere a disposizione una parte dei finanziamenti ricevuti a tassi bassissimi, dell’economia reale e delle imprese;
2) – Riforma dei mercati finanziari, controllo della quantità di capitali e di tutta la finanza strutturata (derivati) con garanzie di informazioni fornite agli acquirenti;
3) – Controllo della cosiddetta finanza ombra e vigilanza.
Ricordo che negli Stati Uniti, sulla crisi e sulle conseguenze drammatiche per milioni di persone (indotte, con metodi discutibili, a contrarre mutui per comprare la casa, finanziati dalle banche con debiti, pur sapendo che i cittadini non avrebbero potuti pagarli) hanno indagato due commissioni di inchiesta del Congresso. Nel Regno Unito, in Germania e in Francia, alcune proposte di riforma sono arrivate in Parlamento e sono in discussione. In Italia i problemi riguardanti la tirannia della finanza sulla politica e sulle istituzioni, non è stata nemmeno presa in considerazione. Ma i senatori, quando si sono svegliati, una porcheria l’hanno fatta e hanno bocciato (su intervento delle banche?) un emendamento alla legge di Stabilità (art.16) presentato dalla senatrice Bignami, che chiedeva garanzie e trasparenza sui derivati. Per il resto, nessuno se ne occupa. Se non qualche studioso come Luciano Gallino che ha pubblicato Il colpo di stato di banche e governi (Einaudi, 2013), molto documentato e che consiglio, ignorato da stampa e reti televisive.
Ma in Italia è successa una cosa ancora più grave sollevata sul “Corriere della Sera” da Milena Gabanelli: la Consob, autorità di controllo dei mercati e delle società quotate, con notevoli poteri, ha esautorato il servizio tecnico interno, che potrebbe controllare e far sapere al governo e alla pubblica opinione quante centinaia di miliardi di titoli spazzatura hanno in pancia il ministero dell’economia, i comuni e le regioni e per quali ragioni si sono consumate operazioni truffaldine in aziende pubbliche come la Telecom e Alitalia.
Forse ha ragione l’economista di Harvard Shoana Zuboff, la quale ha scritto: «la crisi economica ha dimostrato che la banalità del male occultata in un modello di attività economica ampiamente accettato può mettere a rischio il mondo intero e i suoi abitanti. Pertanto costituisce un crimine economico contro l’umanità» (“Bloomberg Business Week”, 20 marzo 2009). Per questo noi rivendichiamo i nostri valori socialisti e lavoriamo per la costruzione di una grande forza che si richiama a quella storia, in Italia e in Europa.

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