Abbiamo perso (per ora)

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Poca Piazza e ancor meno Ponte
da Pavia, Mimmo Damiani

Mimmo è per me come un fratello e con lui – a fronte dell’emorragia morale e politica causata da decenni di ruberie e malgoverno – qui a Pavia abbiamo provato a sostanziare un tanto visionario quanto consapevole, concreto, pulito governo della bellezza e dei beni comuni – tipo Cln – dal programma trasparente e contenuto: insieme per fare ordine e ridonare dignità alla politica tout court per poi, in tempi migliori, restituire la pubblica amministrazione a sguardi contrapposti e tuttavia epurati da affarismo e incrostazioni mafiose, così come nel 1945 si fece con il fascismo.
Dopo anni di malgoverno, dopo le indagini sulla criminalità urbanistica e mafiosa, illusoriamente si è creduto fosse possibile chiudere con questo presente-passato ammorbante per ripartire da un progetto condiviso di città (lavoro, beni comuni, monumenti e centro storico, ridefinizione delle periferie, welfare locale, nuovi entusiasmi e progettualità, ecc.), che il fondo lo si fosse già toccato e che dovessero prevalere il buonsenso, la consapevolezza, la ragione e il sogno (sì, il sogno!). Insomma, un’idea condivisa di comunità a partire da schieramenti rodati in battaglie vinte come, ad esempio, quella referendaria su acqua bene comune e nucleare. Invece, al solito l’hanno vinta i bottegai e gli interessi di bottega, il gioco piccolo del posizionamento individuale di piccoli politicanti intenti a librare il loro svettante nanismo entro una ancor più piccola sfera autoreferenziale, soldatini lì a coltivare nella migliore delle ipotesi i presunti interessi di partito anziché progetti condivisi. E la città va a rotoli. E pure la centralità della politica (non da oggi). E il Partito democratico autolesionista perde occasioni ed elettori, e non sa più vincere (Amministrative 1996: 14.772 voti, 36% – 2000: 13.509, 34.11% – 2005: 12.779, 31.71% – 2009: 12.305, 29.84%). E alla sua sinistra le cose vanno anche peggio! Impotenti a cento all’ora contro un muro, fregandosene. A cambiare logica e scenari ci hanno provato Piazza e il Ponte e Insieme per Pavia. Inutilmente. Di seguito riprendo il bilancio di questo mio fratello, scritto anche a nome o quasi de La Piazza e il Ponte. Concludo con una domanda: ma a Pavia, in prospettiva anche futura, servono due movimenti civici distinti eppure speculari?
(G. G.)

Nel Settembre 2012 un gruppo di cittadini pavesi, di età e storie diverse, provenienti in particolare dal mondo dell’ associazionismo, della cultura e delle professioni, decide di impegnarsi direttamente, in vista delle prossime elezioni comunali.
Una decisione presa a partire da una triplice consapevolezza: da un lato il sentirsi responsabili della drammaticità che oggi attraversa l’esistenza dell’intero pianeta non meno che le vite dei nostri figli, su cui gravano pesantissimi debiti ambientali, economici ed etici. Dall’altro il riconoscimento delle grandi potenzialità di Pavia, per i suoi caratteri storici, geografici, ambientali, per le sue eccellenze culturali, formativi, sanitarie e per il suo respiro internazionale, che le consentirebbero di diventare un “modello del buon vivere”. Infine il dato di fatto che il mondo è ormai (volenti o meno) un insieme di città, che influenzano fortemente stili di vita, comportamenti collettivi e modalità di governo della cosa pubblica: se le città cambiano anche il mondo cambierà. E molte città sono cambiate e stanno cambiando, offrendo a tutti un grande patrimonio di buone prassi e buone idee che chiedono solo di essere applicate.
Da qui il nostro nome “La Piazza e il Ponte” : un movimento orientato sia a valorizzare la partecipazione, la responsabilità ed il dialogo, sia a tentare di unire coloro che, pur stando su rive diverse, intendono cercarsi e trovarsi. Diversi sì, come è giusto che sia, ma non frammentati: per con-vincere e far vincere una vera alternativa di governo, nel nome del bene comune e dell’interesse generale dei cittadini. A cominciare dai più piccoli e dai più deboli, considerati non quali “utenti” di servizi ma membri di una comunità solidale.
Per dare concretezza a questa nostra speranza (forse anche un po’ ingenua e utopica… ma che resterebbe della politica senza l’utopia?) ci siamo anzitutto concentrati sul programma, elaborato con l’aiuto di numerosi esperti e membri dell’associazionismo.
Sì, il Programma. Quella cosa che tutti dicono debba essere il cuore di ogni proposta politica ma che, cammin facendo, abbiamo constato, che frega molto-molto meno di quel che ci raccontano: in primis gli schieramenti, quelli sì che fanno davvero infervorare… il resto viene dopo.
Il nostro programma è stato, per la cronaca, il primo ad essere presentato alla città nel settembre 2013. Stampato in proprio, con copertina riciclata, lo abbiamo offerto all’attenzione di tutta la città e di molte associazioni (per correggerlo e miglioralo). E poi l’abbiamo presentato a quelle forze politiche che, secondo noi, esprimevano L’intenzione di voler rappresentare una alternativa al tragico e tragicomico malgoverno del Sindaco più bello, più amato, più sorridente e telegenico d’Italia.
I suoi contenuti (ispirati alle buone prassi dei Comuni virtuosi italiani ed europei) abbiamo potuto constatare che hanno trovato nei nostri interlocutori politici interpellati (Pd, M5S, Insieme per Pavia, Sel, Rifondazione, Comunisti, Radicali, Scelta Civica, Fermare il Declino) una reale condivisione. Ci è sembrata sincera e non di facciata. Per dare percentuali di consenso (fa sempre glamour, citare numeri e dati) diciamo una media tra il 75, l’80 e il 99 per cento di “mi piace”.
Quanto al metodo proposto abbiamo invece constatato che la “condivisione” di cui sopra si andava, diciamo così, affievolendo di un bel tot.
Il Metodo era semplice e per certi versi banale. Si proponeva: Sindaco scelto nella società civile e non tra i funzionari di partito, con l’obiettivo di una necessaria trasversalità civica che potesse sia allargare il consenso (vista anche la potenza di fuoco dell’avversario), sia dare spazio e presenza a quel mondo dell’associazionismo pavese ricco di virtù ma senza rappresentanza politica, sia recuperare i moltissimi cittadini che, giustamente schifati, a votare non ci vanno neanche più (avevamo fatto anche un nome, quello di Mimmo Damiani, per non menar il can per l’aia e mettere sul tavolo intanto una proposta, ovviamente non esclusiva od escludente, anzi una sorta di “provocazione” alla “ricerca” della persona giusta). E poi: presentare ai cittadini gli assessori prima del voto (o una rosa di nomi per tale funzione) per consentire alla città di scegliere a “ragion veduta” una squadra completa ed evitare i soliti maneggi successivi ma anche per restituire alla politica l’orizzonte di “dimensione collettiva” contro il leaderismo imperante. E ancora: candidare in Consiglio persone non compromesse con il disastro degli ultimi 10/15 anni e disponibili ad impegnarsi per tutta la legislatura – eletti o meno – a farsi “antenna di dialogo” con la città su alcune specifiche tematiche delle oltre 120 di cui un Comune si occupa (e che abbiamo elencato nel dettaglio da bravi scolaretti); azzeramento degli indecorosi nominati nelle Società Partecipate e nuovi incarichi basati solo su Curriculum vitae e trasparenza pubblica; anagrafe tributaria per tutti.
Alla base di tale metodo un principio di serietà amministrativa: scegliere tutte queste persone in ragione delle loro biografie e competenze e non in base alla deleteria logica dell’appartenenza partitica.
Riguardo infine la strategia elettorale e di governo (sintetizzata con l’ espressione “modello Borgarello”) quasi nessuno ha invece dato parere favorevole (tranne Insieme per Pavia ed alcuni Radicali).
Vale la pena soffermarsi su questo punto. Per “modello Borgarello” volevamo indicare una formula molto pragmatica che prevedeva di costruire, attorno e a sostegno di una o più liste civiche, una alleanza innovativa e per molti versi entusiasmante. Proponendo ai partiti (oggetto, come noto, di un diffuso e pesante discredito) non di fare un passo indietro ma anzi dieci passi avanti: tornare ad essere luogo di intelligenza collettiva e strumento di partecipazione, stimolo a far emergere nei cittadini il senso di condivisione anziché paure e ostilità, laboratorio di ricerca e selezione dei migliori da proporre al governo del bene comune, ecc.
La risposta più o meno generalizzata è stata questa: l’idea è anche interessante ma è inapplicabile a Pavia. Perché : 1) Borgarello è un paesino e Pavia un capoluogo; 2) A Borgarello c’era il mostro del Centro Commerciale e qui no.
Secondo me c’è stata molta ipocrisia in questa analisi. Perché 1) Le cose migliori che le città nel mondo stanno facendo (consumo zero del territorio, raccolta differenziata, mobilità sostenibile, bilancio partecipato, città amica dei bambini, dialogo interculturale, ecc.) sono tutte nate in piccole comunità e poi pian piano diffuse e copiate su scala più grande. 2) A Borgarello c’era il mostro “potenziale” del Centro commerciale ma a Pavia, per contro, abbiamo diversi mostri già “in atto” e molto ben piazzati: siamo capitale delle slot machine e siamo tra i primi della classe per: inquinamento, degrado urbano, furti e reati vari, dirigenti sotto inchiesta, decadimento di monumenti storici, disoccupazione giovanile, pendolarismo, traffico e incidenti mortali contro pedoni e ciclisti, abusivismo edilizio, infiltrazione mafiosa, raccolta differenziata a quote ridicole, case sfitte, sportelli bancari e assenza di credito, aree dismesse rimaste tali da anni, scandali sanitari, assenza di cinema e luoghi pubblici di socializzazione, assenza di sale convegni, alberghi, Bed and Breakfast, mala gestione del turismo, egoismo verso i profughi e gli sfrattati, ecc., oltre a nessuna reale strategia sinergica tra Comune, Università e Polo sanitario quale asse portante di innovazione, conoscenza e qualità.
Credo sinceramente che il “modello Borgarello” (o qualcosa di simile a cui si sarebbe potuto pensare con un po’ di sforzo, disponibilità vera, generosità ed immaginazione da parte di tutti) non sia stato accolto perché alla fine ha prevalso l’egoismo per le proprie bandiere anziché l’amore verso la città, la paura di cambiare anziché il coraggio di osare il nuovo: immobilismo, veti incrociati, facili conformismi, dogmatismo senza visione, vecchie e nuove arroganze, stupide furbizie, divisioni interessate, antipatie personali.
Tra l’altro è come se i nostri interlocutori si dimenticassero continuamente che si parlava di elezioni locali, dove le menate ideologiche servono magari per farsi fighi ma non certo per amministrare con intelligenza e serietà rifiuti, strade, scuole e territorio. Ricordo inoltre che quando c’erano partiti con le “contropalle” come il Pci e la Dc questi si presentavano a Bologna o a Bergamo, ma anche a Pavia o a Dorno con simboli della città e non del partito nazionale.
Noi abbiamo perso. Almeno per ora. Non siamo stati capaci di costruire il ponte che consentisse di coltivare quella “convivialità delle differenze” che riteniamo centrale per un governo alternativo della città, così come per il futuro del nostro pianeta.
Questa questione, almeno per ciò che mi riguarda, è essenziale. Pone, credo, una domanda che interpella ciascuno di noi, a livello personale: l’ incontro con il volto dell’altro, con l’alterità e la diversità che ci interpella. Affrontando e sciogliendo creativamente questo nodo, potremo forse uscire in modo positivo dalla modernità (che ha conosciuto sino ad ora solo il destino dell’assimilazione o della subalternità). E forse potremo entrare nell’età post-moderna in cui l’umanità non avrà più un centro e una periferia, perché ogni popolo ed ogni gruppo sarà centro e periferia nello stesso tempo, ma dentro una dimensione di vera reciprocità. Uno spazio dove nel riconoscere l’altro come tale, io resto me stesso e in più divento ricco dell’alterità riconosciuta. Questo concetto-prassi della convivialità delle differenze è molto bello e gioioso. La convivialità, a livello profondo, evoca il cibo, la tavola imbandita, la festa. E dunque convivialità è molto di più della “tolleranza” voltairiana (o delle alleanze tattiche). Non è il semplice “stare insieme” ma mangiare insieme. Convivialità è banchetto, è il faccia a faccia di chi, seppur diverso, a scelto di sedersi attorno allo stesso tavolo.
Per dirla con un linguaggio più politico (usando le parole del filosofo Romano Madera): occorre pensare con dignità teorica il multiverso delle esperienze alternative ed antagoniste come possibile “realtà d’insieme”.
Non si tratta allora di “sbertucciare” le differenze teoriche ed ideologiche, ma di convogliarle in un pensiero che ne permetta un ascolto reciproco, creativo e collaborativo, chiedendo a tutti di riconoscere, come fondante, l’unità necessaria per contrastare il comune avversario e dare fiato all’altro mondo possibile.
Del resto, a ben vedere, quante sono le teorie femministe, quanti i marxismi ed anarchismi, quanti i liberalismi democratici o i popolarismi cristiani, quante le culture indigene e premoderne, quanti gli ecologismi, quante le sfumature di pensieri, intuizioni e pratiche della liberazione, di gruppo, di genere, di classe, di specie e individuali, che si sono innestate l’una sull’altra, spesso nelle stesse persone?
Ciò detto, resta tuttavia il fatto che dobbiamo riconoscere, senza fingimenti, di avere perso. Almeno per ora.

Credo poi doveroso ringraziare da parte nostra tutti i molteplici contendenti di Cattaneo sopracitati, che ci hanno comunque alla fine proposto, ciascuno per suo conto, di “allearci” con loro.
È un segno di attenzione (e forse stima) che ci conforta ma se accettassimo faremmo esattamente il contrario di ciò che ci eravamo proposti. Non volevamo certo creare un “partitino” locale per stare di qui o di là in cambio di qualche prebenda, ma un movimento civico biodegradabile che fosse in grado di stimolare tutti (o almeno molti) a trovare le buone ragioni (e ve ne erano tante) per agganciarsi insieme a favore del Bene Comune.
Dobbiamo infine dare riconoscimento a Sel, Rifondazione e Comunisti Italiani per lo sforzo compiuto di rinunciare ai loro simboli ed unirsi tra loro, per facilitare, almeno in parte, la prospettiva civica da noi avanzata e coltivata con Insieme per Pavia. Può sembrare un paradosso ma sono stati proprio i partiti più legati ad una identità ideologica forte a fare tale passo.
La Piazza e il Ponte quindi – così come deciso a maggioranza nelle nostre ultime due riunioni – non parteciperà alle prossime elezioni comunali, ma non toglieremo affatto il disturbo. Saremo presenti anche nella campagna elettorale in forme e modi che andremo a definire.
Proseguiremo a seminare (così come ci hanno invitato a fare Monsignor Poma, Il prof. Guderzo, Mino Milani ed altri veri amanti di Pavia). Proseguiremo con le nostre “Conversazioni con…” introdotte da POESIA e musica, nella consapevolezza che non ci può essere buona politica se non si alimenta di bellezza e cultura. Proseguiremo ad approfondire temi e fare proposte, per dare voce ai cittadini, alle associazioni ed alle tante persone belle, competenti ed interessanti di Pavia che credono in altro che non nel potere e nei suoi notabili.
Regaliamo volentieri a tutti coloro che credono nei suoi contenuti e metodi il nostro Programma e il nostro materiale, che è a disposizione senza alcun copyright, anche perché è frutto di molte intelligenze e generosità messe in campo, con gioia, per il bene comune e non per il successo di una parte.
Può darsi che tra circa un anno, se il Sindaco più amato e più figo d’Italia ci libera della sua presenza per fare il salto a Roma (così farà anche meno fatica per andare in Tv), si debba tornare a nuove elezioni comunali. Noi saremo, spero, ancora in piazza e a fabbricare ponti. Per vivere e fare vivere, insieme, un’altra Pavia: che è possibile e soprattutto è necessaria e desiderabile.
Essendo io un uomo di campagna lomellina, so che per mangiare buoni pomodori ci vuole il tempo necessario, bisogna zappare, innaffiare, curare il sole e l’ombra, togliere i rami secchi, piantare legni per far arrampicare, difendere dai parassiti e dagli stupidi, chiedere consigli ai vicini e poi raccogliere quando è il momento giusto : non troppo presto se no il frutto è acido, non troppo tardi se no è marcito.
Scusandomi per la lunghezza, preciso che questo è il mio punto di vista personale, non parlo a nome di tutti. La Piazza e il Ponte è un libero movimento di liberi cittadini che sanno lavorare insieme anche pensandola in modi differenti.

P.S. Per chi fosse interessato: martedì 4 febbraio, ore 21, al Collegio Valla, assemblea aperta a tuttidel movimento civico “La Piazza e il Ponte”.

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