Foibe

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di Mario Onesti

Bisogna essere contro tutte le intolleranze, perciò vanno salutate con favore sia la Legge che ha istituito, per il 27 Gennaio, il “Giorno della Memoria” (Legge 20 luglio 2000 n.211, «in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti» – pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 31 luglio 2000, n. 177), sia la Legge 92 del 30 Marzo 2004 che ha istituito, per il 10 Febbraio, la “Giornata del Ricordo” (pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 86 del 13 aprile 2004), per «ricordare l’orrore delle Foibe, per ricordare queste voragini rocciose utilizzate in seguito alla seconda guerra mondiale per “infoibare” molti italiani, sia fascisti che antifascisti». Infatti, subito dopo la fine della guerra, tra il maggio e il giugno 1945, migliaia di italiani della Venezia Giulia, dell’Istria e della Dalmazia vengono uccisi dall’esercito jugoslavo. Una pulizia etnica attuata nei confronti di nostri concittadini con l’obiettivo di sradicare l’italianità da quelle terre.
Foibe deriva dal nome latino “fovea”; è un termine di forma dialettale, che rimanda al significato di “fossa” e più precisamente a “buche rocciose” molto profonde, anche di 200 metri, nate dall’erosione provocata dai corsi d’acqua. Un Paese dove sono molto numerose è l’Istria, infatti se ne contano circa 1700. La memoria di quegli anni, la memoria di quelle migliaia di morti, che per anni «sono stati dimenticati», divide ancora ed è motivo di tensione politica, perciò è «giunto il momento che i ricordi ragionati, prendano il posto dei rancori esasperati». È stato giusto «restituire dignità alla memoria dei tanti italiani trucidati barbaramente sul confine orientale e degli oltre 200 mila connazionali costretti all’esodo forzato dall’Istria e dalla Dalmazia, per sfuggire alla repressione dei partigiani del maresciallo Josip Broz, detto Tito».
La “Giornata del Ricordo” consente «di commemorare con continuità una grande tragedia della II Guerra Mondiale», in quanto quei drammatici avvenimenti sono «parte integrante della nostra vicenda nazionale» e perciò «devono essere radicati nella nostra memoria» e «ricordati e spiegati alle nuove generazioni». Tanta efferatezza, chiaro il riferimento alla Shoah e alle Foibe, fu la tragica conseguenza delle ideologie nazionalistiche e razziste propagate dai regimi dittatoriali responsabili del Secondo Conflitto Mondiale, ma ha «anche radici», per dirla con l’”Osservatore Romano”, «nelle responsabilità del fascismo, che in quelle zone non aveva perseguito la convivenza, ma l’italianizzazione». Anche da queste pagine vogliamo contribuire a far conoscere questa tragedia italiana a chi non ne ha mai sentito parlare, a chi sui libri di scuola non ha trovato il capitolo “foibe”, a chi non ha mai avuto risposte alla domanda: cosa sono le foibe?
Ma è opportuno, però, comprendere il “prima” ed il “dopo”, le cause che provocarono le Foibe e gli effetti tremendi che ne derivarono, per restituire alle “stragi negate” la loro verità. Quella delle “Foibe” è una tragedia troppo grande per farne un “manifesto politico”. Le “Foibe” sono state da sempre un cavallo di battaglia della “destra nostalgica”, che su questa tragedia continua a prendere in giro gli italiani. Lungi da noi dal difendere i partigiani del maresciallo Tito, che certamente pure ebbero le loro gravi responsabilità nell’accaduto, quanto piuttosto di comprendere e spiegare come andarono effettivamente le cose, credo che sia opportuno ricordare, che fu l’Italia fascista ad attaccare l’allora Regno di Jugoslavia, a bombardare, distruggere, arrestare e fucilare. E a Trieste, in Istria e nelle altre zone, dove gli slavi erano una minoranza consistente, fu proprio il regime fascista, fin dalla presa del potere, ad imporre agli slavi, ogni sorta di sopruso (…l’incendio del Balkan, la distruzione della Casa del Popolo degli slavi, delle loro organizzazioni culturali, delle loro cooperative, dei loro sindacati…). I fascisti si scatenarono «in tutta la zona di Trieste e dell’Istria, imponendo che si parlasse la lingua italiana persino nei negozi, nei tribunali, nelle scuole, negli uffici statali». E non parliamo dei morti, fucilati ed incarcerati, che allora si contarono. Per non dire poi degli incendi di interi paesi e paesetti. Addirittura, per legge, chi aveva un cognome non italiano, fu costretto a cambiarlo per ottenere carte e documenti o il ricovero in ospedale o per essere seppellito al cimitero. Ciò, inevitabilmente, fece crescere a dismisura, in tutte quelle zone, l’odio per gli italiani e tutti gli italiani vennero, comunque, ritenuti fascisti. Bastò questo a scatenare la vendetta; tanto odio scaturiva dalle sopraffazioni ventennali e antislave degli occupanti di Roma. Una pulizia etnica attuata nei confronti di nostri concittadini con l’obiettivo di sradicare l’italianità da quelle terre.
L’Italia, per chi non lo sapesse o fa finta di non saperlo, nel corso della Seconda Guerra Mondiale occupò tutta la Dalmazia e cominciò di nuovo a fucilare, anzi siccome «i soldati non erano abbastanza cattivi, da Roma furono inviate le Camicie Nere, che torturarono e incendiarono». L’odio per gli italiani raggiunse, allora, forme parossistiche. Certi prigionieri italiani furono evirati e fatti a pezzi. Poi arrivarono i nazisti. Dopo 1’8 settembre, i soldati italiani badogliani, catturati in Grecia e in Jugoslavia, furono trasferiti, insieme agli ebrei e ai partigiani serbi di Tito, nei campi di sterminio. Alcune migliaia, invece, finirono nelle Foibe. Quando a Trieste arrivarono i “titini”, scattò la vendetta. Furono presi prigionieri molti fascisti, burocrati del regime, alcuni industriali, finanzieri, guardie confinarie e persino partigiani comunisti e membri del Comitato di Liberazione. Tutti finirono nelle Foibe delle zone carsiche. Erano italiani e, dunque, fascisti. Bastò questo a scatenare la vendetta; tanto odio scaturiva dalle sopraffazioni ventennali e antislave degli occupanti di Roma. Un dramma scatenato «da un moto di odio e furia sanguinaria e un disegno annessionistico slavo che prevalse innanzitutto nel trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica». Lo ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, intervenendo nel Giorno del Ricordo delle vittime delle foibe, le cavità carsiche nelle quali, tra il 1943 e il 1945, vennero fatti sparire migliaia di oppositori al regime di Tito. «Non dobbiamo tacere – ha aggiunto il presidente, che al Quirinale ha incontrato gli eredi delle vittime -, assumendoci la responsabilità di aver negato o teso ad ignorare la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica» il dramma del popolo giuliano-dalmata. Una tragedia, ha spiegato, «rimossa per calcoli diplomatici e convenienze internazionali».
Basta silenzi. «Oggi che in Italia abbiamo posto fine ad un non giustificabile silenzio, e che siamo impegnati in Europa a riconoscere nella Slovenia un’amichevole partner e nella Croazia un nuovo candidato all’ingresso nell’Unione – ha sottolineato il capo dello Stato – dobbiamo tuttavia ripetere con forza che dovunque, in seno al popolo italiano come nei rapporti tra i popoli, parte della riconciliazione, che fermamente vogliano, è la verità. È quello del Giorno del Ricordo è precisamente un solenne impegno di ristabilimento della verità». Nell’autunno 1943 «si intrecciarono giustizialismo sommario e tumultuoso parossismo nazionalista, rivalse sociali e un disegno di sradicamento della presenza italiana da quella che era e cessò di essere la Venezia Giulia». La disumana ferocia delle foibe «fu una delle barbarie del secolo scorso, in cui si intrecciarono in Europa cultura e barbarie. Non bisogna mai smarrire consapevolezza di ciò nel valorizzare i tratti più nobili della nostra tradizione storica e nel consolidare i lineamenti di civiltà, di pace, di libertà, di tolleranza, di solidarietà della nuova Europa che stiamo costruendo da oltre 50 anni, e che è nata dal rifiuto dei nazionalismi aggressivi e oppressivi, da quello espresso nella guerra fascista a quello espresso nell’ondata di terrore jugoslavo in Venezia Giulia. La nuova Europa esclude naturalmente anche ogni revanchismo».

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