Saga Arsenale

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l’Impero colpisce ancora
da Pavia, Elena Felicetti

Ripercorrere la cronistoria di questa “saga” non è semplice visti tutti i documenti formulati in questi anni e le altalenanti promesse da parte di diversi attori politici che non hanno espresso la volontà e l’interesse di impegnarsi seriamente in questa vicenda che ha coinvolto circa 250 lavoratori.
Tutto prese le mosse nel 1998, anno di ristrutturazione dello Stabilimento Genio Militare di Pavia, che con il D.M. 20 gennaio 1998, nell’ambito della “riforma Andreatta”, viene posto in “tabella C”, non ritenuto «indispensabile alle esigenze funzionali dell’Amministrazione Difesa». Questo ovviamente non ha colpito gli stabilimenti di categoria A e B dipendenti dall’area operativa di forza armata, che ben si sposava con la creazione di un fronte unico europeo raccolto sotto la sigla Onu.
Dopo dieci anni, la crisi economica ha portato i governi ad applicare tagli alle diverse voci di bilancio, con il conseguente contenimento dei costi anche per il Ministero della Difesa. La riqualificazione dell’Arsenale di Pavia si è scontrata con gli interessi delle poltrone, sia locali che nazionali, che hanno strumentalizzato la questione per mantenere il consensus a fini elettorali.
A seguito dello scacco subìto con il trasferimento del progetto “Polo della Protezione Civile” a Piacenza firmato da Guido Bertolaso (19 febbraio 2008), il cammino per i lavoratori dello stabilimento è stato tutto in discesa, fino alla definitiva chiusura e trasferimento dei dipendenti, ufficializzato sulla Gazzetta Ufficiale n. 135 del 13 giugno 2011 che vede firmatario, da parte dei rispettivi ministeri, il trio La Russa (Difesa)Brunetta (Pubblica Amministrazione) Tremonti (Economia).
In questo contesto va sottolineata la strenua battaglia delle Rsu che, oltre ai progetti proposti ai tavoli istituzionali, non sono venute meno nelle pratiche più incisive come quelle dei blocchi, dopo avere scoperto che i loro mezzi di produzione stavano subendo trasferimenti a ditte private ad insaputa dei dipendenti. Ad oggi dal 2011 le poche forze sindacali combattive rimaste, nell’ambito del sindacalismo di base, sono state schiacciate dalla logica concertativa e collaborazionista dei confederali.
I lavoratori, trovandosi di fronte ad un rifiuto delle proposte sino ad allora ipotizzate ed anche eticamente condivisibili, dal mio piccolo punto di vista (nello specifico riconversione produttiva mirata all’autorecupero sul territorio) erano comunque disposti ad accettare compromessi, mantenendo le maestranze attive sotto la Difesa sparpagliate nei distaccamenti di Milano, attuando così il trasferimento a Pavia di tutti gli operai già soggetti a pendolarismo.
Questo, come possiamo constatare, non avvenne a causa del protocollo di intesa La Russa-Moratti, sulla «valorizzazione delle caserme». Fu proprio l’allora Ministro della Difesa a distinguersi come uno dei più accaniti: le cifre esorbitanti di mantenimento dell’Ente (valutati su una non meglio specificata stima) raggiungevano complessivamente 4 milioni di euro. Questo perché un governo militarista non prende in considerazione, nemmeno lontanamente, la possibilità della riconversione produttiva. A Pavia viceversa sarebbe avvenuto a costo zero ed anzi, sarebbe risultato penalizzante sul piano salariale ma garante del mantenimento dei lavoratori sul territorio cittadino. Prima dell’inizio della crisi, convertire la produzione bellica in attività di pubblica utilità aveva già avuto abili prove nelle alluvioni di Firenze e di Valtellina e nei terremoti in Friuli e in Irpinia.
Siamo nel 2014 e torna il teatrino a colpi di laser tra partiti e liste civiche sulla questione Arsenale, in previsione delle elezioni comunali.
L’attuale sindaco Alessandro Cattaneo sembrava aspettare impazientemente il Dl 133/2013 del Ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni.
Nelle modifiche al Pgt di Pavia dell’anno 2013 era già prevista la nuova destinazione d’uso di quest’immobile; l’aspetto più preoccupante è sapere chi sia il privato compratore della trattativa… futuro proprietario della «parte residenziale prospiciente il Ticino».
Deja-vu o profezia? Dall’anno 2009 tornano infatti alla memoria le parole emerse da un’intervista all’ex Presidente della Provincia Vittorio Poma a “Il Giorno” (Arsenale futuro nero. Via dal Pavese tutti i lavoratori, 1° maggio 2009): «Il Prefetto ci ha segnalato l’opportunità di inserire l’area nell’elenco delle opere finanziabili per il 150° anniversario e l’idea potrebbe essere quella di riconvertire i 40mila metri quadri a servizi pubblici, realizzando magari una scuola, lasciando un’ altra parte a residenze». Detto, quasi fatto! Manca solo l’ok dei Beni Culturali.
Il paventato pericolo della speculazione edilizia su aree dismesse come avvenuto per Magneti Marelli, Necchi, Snia è ormai realtà sul suolo pavese.
Il passaggio da luoghi di produttività a luoghi di speculazione edilizia ha un iter preciso. Per i lavoratori è la perdita del posto di lavoro che inizia con il trasferimento dei mezzi di produzione ad altre strutture, con l’esternalizzazione del lavoro appaltato a realtà private, ed infine con lo spostamento, nel migliore dei casi, dei lavoratori stessi in altri luoghi di produzione.
Il succitato decreto di Saccomanni non ha generato solo austerity, ma prevede un preciso destino per gli immobili pubblici, ad iniziare da quelli non soggetti a destinazione abitativa: «il processo di valorizzazione e dismissione di beni di proprietà pubblica è un elemento importante ai fini della riduzione del rapporto tra il debito e il Pil» (audizione del Ministro dell’economia e delle finanze Fabrizio Saccomanni, Roma 16 gennaio 2014). La svendita degli immobili si trasforma così in capitalismo da Rentier, detta altrimenti «forma di parassitismo che trae guadagno dallo sfruttamento del bene privatizzato, delle risorse e dei suoli» e che interessa oggi, a mio avviso, non solo Pavia, ma tutto il suolo nazionale ed anche alcune aree europee. Dunque due forme nelle quali il capitalismo oggi si (ri)presenta più in forma che mai: quello finanziario e quello immobiliare.
Questa è la mia analisi nell’immediato, forse troppo frettolosa e lacunosa nei passaggi e a tratti imprecisa, dettata dallo sconforto di aver vissuto nella mia vicenda di famiglia il problema dell’Arsenale. Di sicuro qualcosa di concreto c’è… speriamo di non doverci trasferire su un altro pianeta!

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