Il nuovo codice

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Le pagine della “Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti” sulla truffaldina “bonifica” dell’area ex Sisas di Pioltello-Rodano, che ha portato all’arresto del direttore generale di Asm Pavia Claudio Tedesi: «una parte considerevole dei rifiuti provenienti dalle suddette discariche non ha subito trattamento alcuno, in quanto è stato semplicemente “miscelato” con i terreni provenienti dagli argini delle aree di discarica» «non solo non vi sono state gare di appalto, ma vi sono stati rapporti diretti tra la proprietà, il bonificatore e il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare» «il bonificatore, nella persona di Giuseppe Grossi, era stato scelto a seguito di una trattativa privata tra il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare e il proprietario dell’area, la società Tr Estate Due Srl, società dello stesso Grossi, che l’aveva acquistata dal fallimento; il costo dei lavori di bonifica, pari a 120 milioni di euro, era stato indicato dal privato bonificatore non sulla base di perizie, bensì solo in virtù del richiamo ad altri precedenti preventivi di pari importo; non erano state neanche pagate le fideiussioni sull’ex Sisas, posto che la proprietaria dell’area, nella trattativa con il Ministero dell’ambiente, aveva posto come condizione per il rilascio delle fideiussioni, con l’adesione del Ministero, che fosse dapprima svolto un iter, all’esito del quale il comune di Pioltello avrebbe dovuto garantire il rilascio di una concessione edilizia per cubature ritenute necessarie alla copertura dei costi della bonifica».

Il quadro generale della situazione delle bonifiche in Lombardia è stato offerto da Umberto Benezzoli, direttore generale Arpa Lombardia il quale, nel corso dell’audizione del 20 luglio 2010, ha riferito che la legge regionale, modulando il decreto legislativo n. 152 del 2006, ha attribuito in materia di bonifiche competenze di diverso livello: in particolare, quando le bonifiche interessano territori di competenza amministrativa di più comuni, i siti sono definiti di caratteristica regionale e, quindi, i procedimenti relativi alle bonifiche sono gestiti direttamente dalla regione Lombardia. Viceversa, nel caso in cui i siti abbiano uno sviluppo territoriale all’interno di un singolo comune, sono di competenza comunale e, quindi, l’Arpa interagisce con la regione Lombardia e le amministrazioni comunali.
I rapporti con le province investono le competenze attribuite rispettivamente ad Arpa e alle stesse province per i controlli sul cantiere e per le modalità di certificazione di fine bonifica, certificazione che spetta alle province, ma che si avvale comunque di un parere di Arpa per la verifica di una serie di requisiti da rispettare.
Il direttore generale Arpa non è stato in grado di indicare il numero dei siti bonificati, ma ha calcolato che le aree che ogni anno entrano nella procedura di bonifica sono grosso modo lo stesso numero di quelle che ne escono bonificate, e ha riferito che nella regione Lombardia il totale complessivo dei siti da bonificare è di n. 1.757, suddivisi in tre parti non perfettamente precise: 628 siti sono in fase di indagine preliminare; 605 in fase di caratterizzazione; 524 in fase di bonifica. Vi è poi anche la ripartizione provincia per provincia.
Con nota in data 14 febbraio 2012 (doc. 1064/1), l’assessore all’ambiente della regione Lombardia ha comunicato che, alla data del 1° febbraio 2012, sono inseriti nell’anagrafe dei siti da bonificare 3.970 casi, di cui n. 1.879 siti potenzialmente contaminati, n. 853 siti contaminati, n. 1.238 siti bonificati (procedure ordinarie e procedure semplificate). Per quanto riguarda la richiesta di informazioni relative ai quantitativi di rifiuti pericolosi e non pericolosi prodotti dalle operazioni di bonifica dei terreni e risanamento delle acque di falda e alla destinazione ultima di tali rifiuti, nella nota dell’assessore al territorio, pervenuta in data 22 marzo 2012 (doc. 1135/1), si comunica che nella regione Lombardia risulta una produzione di circa 164.144 tonnellate, di cui 139.882,3 tonnellate dichiarate da ditte lombarde e 24.262,56 tonnellate dichiarate da ditte « non residenti » in Lombardia. La maggior parte dei rifiuti prodotti è ascrivibile ai codici Cer 19.13.01 19.13.02, 19.13.08 (30 Il codice Cer 19.13 si riferisce indistintamente ai rifiuti pericolosi e non, prodotti dalle operazioni di bonifica di terreni e risanamento delle acque di falda. Con tale codice i rifiuti pericolosi, indicati nei sottocodici 13.13.01, 19.13.03, 19.13.05 e 19.13.07, sono contraddistinti dall’asterisco).
Con riferimento alla destinazione ultima di tali rifiuti provenienti da attività di bonifica si osserva un flusso nazionale prevalente diretto verso Emilia Romagna, Piemonte e Veneto. I conferimenti transfrontalieri hanno come destinazione prevalentemente la Germania e in misura minore il Belgio.
In via generale, l’Agenzia svolge una serie di attività: una di indagine preliminare, un’altra di caratterizzazione, un’attività è svolta nell’ambito della procedura di analisi specifica di rischio sito, distinte attività riguardano il progetto operativo per la bonifica, gli interventi di bonifica e le attività svolte a conclusione della bonifica.
Successivamente vengono svolti i monitoraggi post bonifica o post analisi di rischio e le attività connesse all’accertamento dei livelli di contaminazione superiori ai valori di concentrazione soglia e le segnalazioni ai sensi dell’articolo 244 del decreto legislativo n. 152 del 2006.
Tra le aree industriali dismesse, fortemente inquinate e ancora da bonificare, il prefetto di Milano, nel corso della sua audizione del 20 luglio 2010, ha segnalato quella dell’ex Sisas, un’area situata fra i comuni di Pioltello e Rodano, dove per decenni si sono prodotti solventi e plastificanti e dove sono rimaste sul posto 350 mila tonnellate di prodotti, tra cui il cosiddetto nerofumo, costituito dal sottoprodotto della produzione di acetilene, ftalati, mercurio, catalizzatori esausti e residui di distillazione, sepolti in fusti molto vicini anche alla falda acquifera sotterranea, tanto che si è continuato per anni a pompare enormi quantità d’acqua per tenere artificialmente bassa la falda ed evitare che i composti chimici pericolosi potessero contaminarla.
La Commissione parlamentare d’inchiesta ha dedicato particolare attenzione al sito di Pioltello e Rodano per le numerose e particolari problematiche che si sono sovrapposte nel corso degli anni.
Il sito è stato incluso nell’elenco dei siti di bonifica di interesse nazionale (Sin) con la legge n. 388 del 2000 ed è stato perimetrato con decreto ministeriale 31 agosto 2001 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 252 del 29 ottobre 2001.
Il perimetro è di complessivi 830 mila metri quadrati, include al proprio interno il polo chimico – che ha una estensione di oltre 300 mila metri quadrati – è ubicato al confine tra i territori comunali di Pioltello e di Rodano (localizzati a est del capoluogo di provincia) ed è delimitato a nord dal tracciato ferroviario e a sud dalla strada provinciale 14 « Rivoltana ».
Nell’area erano stati realizzati dalla Sisas Spa alcuni pozzi per abbassare la falda sottostante il corpo delle discariche presenti, tramite emungimento, allo scopo di impedire il contatto tra la falda e il fondo delle discariche medesime.
In data 18 aprile 2001, il tribunale di Milano ha dichiarato il fallimento della Sisas Spa, con la nomina del curatore del fallimento, che ha assicurato l’esercizio di tali pozzi con oneri a proprio carico fino al mese di gennaio 2006, dal momento che per il periodo successivo e, cioè, a partire dal mese di febbraio 2006, i comuni di Rodano e Pioltello sono subentrati alla curatela fallimentare, a causa della manifestata indisponibilità di quest’ultima a continuare l’intervento di mantenimento delle condizioni di messa in sicurezza della falda idrica.
Le vicende relative alla bonifica dell’area si trascinano ormai da molti anni, posto che, in forza della normativa vigente, la bonifica delle aree inquinate costituisce onere della proprietà dell’area medesima.
Viceversa, nell’assenza della proprietà dell’area, come nel caso di fallimento, la bonifica è di competenza degli enti territoriali e, trattandosi di area ricompresa in un Sin, anche del Ministero dell’ambiente.
Nel caso di specie, in una prima fase, è accaduto che, in funzione di una possibile acquisizione – poi non realizzata – dell’area ex Sisas da parte della società americana American international underwriters (Aiu), facente parte del gruppo American international group (Aig), quest’ultima, nell’ambito di un accordo con tutti gli enti interessati, ha eseguito nel corso dell’anno 2003 la caratterizzazione dell’area anzidetta, con riferimento sia al suolo, sia alle acque sotterranee.
I risultati di tale caratterizzazione hanno posto in evidenza una contaminazione del terreno – essenzialmente da mercurio e in pochi casi anche da zinco – limitata, in genere, ai prelievi più superficiali, mentre nelle discariche presenti sul sito è stata accertata la presenza generalizzata di idrocarburi policiclici aromatici (Ipa), di mercurio e ftalati. A loro volta, i prelievi delle acque di falda hanno rilevato una contaminazione da cromo esavalente, triclorometano e tricloroetilene.
Come si è detto l’Aiu non ha acquistato l’area e, tuttavia, dopo le operazioni di caratterizzazione di cui si è detto, si è fermata anche ogni attività di bonifica da parte delle amministrazioni interessate (Ministero dell’ambiente, regione Lombardia, comuni di Pioltello e di Rodano).
In questo contesto è intervenuta la sentenza in data 9 settembre 2004 della Corte di giustizia dell’Unione europea, che ha condannato lo Stato italiano per la mancata bonifica dell’area ex Sisas, di cui si dirà di seguito.
A questo punto, si è verificato una sorta di « balletto » tra tutti gli enti interessati su chi dovesse provvedere alla bonifica del sito, come richiesto dalla Commissione europea.
Addirittura, la conferenza di servizi decisoria del 19 gennaio 2005, tenutasi presso il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare ha imposto alla curatela fallimentare la predisposizione di un progetto preliminare di bonifica dell’intera area incentrato sull’eliminazione delle discariche presenti sul sito, in accordo con le previsioni urbanistiche-territoriali dei comuni di Rodano e Pioltello e coordinato dalle stesse amministrazioni con l’obiettivo prioritario dell’allontanamento dei rifiuti dall’area ex Sisas. Correttamente il Tar della Lombardia, con ordinanza n. 1159/95 del 25 maggio 2005, ha dichiarato la totale estraneità giuridica del curatore nella suddetta materia.
Dopo altre Conferenze di servizi, che si sono limitate ad acclarare la necessità di procedere in via di assoluta urgenza agli interventi di rimozione dei rifiuti più pericolosi della discarica «C», ma senza seguito alcuno, la curatela fallimentare, con nota del 6 ottobre 2006, ha comunicato al Ministero dell’ambiente la disponibilità del gruppo Zunino e del gruppo Walde ambiente ad acquistare gli impianti esistenti nell’ex stabilimento e a bonificare l’intera area.
E così la regione Lombardia ha promosso la stipula con i citati soggetti privati acquirenti di un «atto di intenti», che impegnava costoro alla messa in sicurezza di emergenza e alla successiva bonifica dell’area ex-Sisas, « … senza alcun intervento di finanziamenti pubblici ».
L’atto di intenti è stato sottoscritto in data 21dicembre 2006 dai soggetti privati acquirenti e dagli enti (Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, regione Lombardia, provincia di Milano, comune di Rodano e comune di Pioltello).
Pertanto, in ottemperanza a quanto previsto in tale atto, in data 29 dicembre 2006, la società Tr Estate Due Srl, facente capo a Giuseppe Grossi (in qualità di soggetto terzo interessato, ai sensi dell’articolo 245 del decreto legislativo n. 152 del 2006) ha trasmesso il progetto di bonifica dell’area ex Sisas, incentrato sulla asportazione e smaltimento in impianti esterni dei rifiuti presenti nella discarica « C » e sulla rimozione e smaltimento dei rifiuti presenti nelle discariche «A» e presso una idonea discarica, all’interno del sito, autorizzata ai sensi della normativa vigente.
In data 11 giugno 2009, in seguito all’accordo di programma, l’area de qua come ha riferito nel corso della sua audizione del 20 luglio 2010, Paolo Marguti, Tecnico del comune di Pioltello, è stata venduta al prezzo di euro 4.400.000,00 dal curatore del fallimento dell’ex Sisas alla società Tr Estate Due Srl, facente capo al Grossi il quale, operando in piena sinergia con il gruppo immobiliare Zunino, era destinatario degli interventi di carattere urbanistico per la riqualificazione dell’area, d’intesa con i comuni di Pioltello e di Rodano.
L’importo complessivo degli interventi di rimozione dei rifiuti e di bonifica dei suoli, inizialmente fissato nella somma di circa 120 milioni di euro, su richiesta della Tr Estate Due Srl, è stato elevato a 143 milioni di euro, a seguito di progetto di variante autorizzato con decreto del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare n. 8482 del 14 settembre 2009.
La rimodulazione prevedeva la conclusione delle attività di bonifica entro il 31dicembre 2010 (cfr. doc. 867/1, contenente la relazione del commissario delegato in data 12 ottobre 2011, depositata nel corso della sua audizione).
In precedenza, come si è detto, la società acquirente aveva concluso con il Ministero dell’ambiente, la regione Lombardia e i comuni di Rodano e di Pioltello un accordo per la bonifica sia delle discariche, sia dei suoli verso il corrispettivo di 120 milioni di euro.
Alla stregua delle intese raggiunte, tale corrispettivo ovvero quello di euro 143 milioni, successivamente pattuito, doveva essere versato, non con il pagamento delle relative somme di denaro, bensì mediante il riconoscimento da parte dei due comuni interessati (Rodano e Pioltello) al gruppo Zunino di cubature edificabili per l’importo anzidetto e, in particolare, con la concessione alla suddetta società della possibilità di costruire 100 mila metri quadri di grande distribuzione e 140 mila metri quadri di terziario produttivo.
Costituisce, invero, prassi diffusa che il costo della bonifica delle ex aree industriali non solo venga capitalizzato come valore del terreno, ma diventi strumento di trattativa con la pubblica amministrazione: nella pratica, si realizza un accordo in forza del quale colui che effettua la bonifica spendendo, come nel caso di specie, la somma di 143 milioni di euro, ottiene la possibilità di edificare per lo stesso importo. Di norma, gli accordi prevedono il rilascio di polizza fideiussoria da parte del privato, a garanzia degli impegni assunti.
Nella specie ciò non è avvenuto, in quanto nel contratto era previsto che la garanzia venisse prestata solo dopo il rilascio da parte dei comuni interessati della licenza commerciale.
Si tratta di una chiara violazione di legge, in quanto, ai sensi della normativa vigente (articolo 242 decreto legislativo n. 152 del 2006) le obbligazioni assunte dal bonificatore devono essere garantite da idonea fideiussione bancaria o assicurativa, rilasciata contestualmente al provvedimento di approvazione del progetto di bonifica.
Correttamente, sul punto la dottoressa Paola Pedio, sostituto procuratore della Repubblica in Milano, nel corso dell’audizione del 20 luglio 2010, ha sottolineato le seguenti anomalie: 1) il bonificatore, nella persona di Giuseppe Grossi, era stato scelto a seguito di una trattativa privata tra il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare e il proprietario dell’area, la società Tr Estate Due Srl, società dello stesso Grossi, che l’aveva acquistata dal fallimento; 2) il costo dei lavori di bonifica, pari a 120 milioni di euro, era stato indicato dal privato bonificatore non sulla base di perizie, bensì solo in virtù del richiamo ad altri precedenti preventivi di pari importo; 3) non erano state neanche pagate le fideiussioni sull’ex Sisas, posto che la proprietaria dell’area, nella trattativa con il Ministero dell’ambiente, aveva posto come condizione per il rilascio delle fideiussioni, con l’adesione del Ministero, che fosse dapprima svolto un iter, all’esito del quale il comune di Pioltello avrebbe dovuto garantire il rilascio di una concessione edilizia per cubature ritenute necessarie alla copertura dei costi della bonifica.
Successivamente, poiché tale bonifica non è stata realizzata, è stato stanziato dal Ministero un importo a favore dei comuni di Rodano e di Pioltello che, con tutta probabilità, sarebbe stato utilizzato nel caso di maggiori costi della bonifica.
In tale contesto si può parlare di « triangolazioni », posto che non solo non vi sono state gare di appalto, ma vi sono stati rapporti diretti tra la proprietà, il bonificatore e il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare.
I risultati di tutte queste omissioni sono totalmente negativi, considerato che ci si trova di fronte a un bonificatore che non è stato in grado di eseguire la bonifica, a una sanzione europea e a costi di bonifica che nessuno ha mai controllato, ma che sono stati accettati per come il bonificatore li ha portati al Ministero.
Merita poi di essere sottolineata la circostanza, fortemente sospetta, della presenza in tutte le bonifiche del Grossi dell’ingegner Claudio Tedesi, in qualità di elaboratore dei relativi progetti, nonché di direttore dei lavori. Peraltro l’ingegner Tedesi, oltre che della bonifica dell’area ex Sisas, si è occupato anche delle bonifiche effettuate in numerosi comuni del mantovano con fondi regionali.
Detto ciò, la vicenda della bonifica non si è sviluppata secondo gli accordi presi, posto che, dopo la rimozione, peraltro parziale, dei rifiuti pericolosi dalla discarica più piccola (discarica « C ») – avvenuta nei mesi di giugno/luglio 2009 – e l’inizio delle attività di smaltimento dei terreni contaminati provenienti dalla discarica « C » presso la discarica di Barricalla Spa di Collegno (Torino), la Tr Estate Due del Grossi ha comunicato di voler recedere dall’accordo di programma per via dei costi da sostenere per la rimozione dei rifiuti delle altre discariche (« A » e « B ») e per la bonifica dell’intera area.
In effetti, nonostante i precisi impegni assunti, la Tr Estate Due Srl non ha provveduto né alla rimozione, né tantomeno alla bonifica delle aree « A » e « B », comprese nell’area ex Sisas e non ha provveduto neanche alla bonifica della stessa area « C ».
Il sindaco di Rodano, nel corso dell’audizione del 20 luglio 2010, ha riferito che, nell’ambito della risoluzione consensuale del rapporto, il Grossi aveva dichiarato la propria disponibilità a operare con il gruppo Zunino per la cessione delle aree da bonificare ai comuni di Pioltello e di Rodano, previo rimborso da parte del Ministero dell’ambiente e della regione Lombardia delle spese sostenute dalla Tr Estate Due, per il complessivo importo di 30 milioni di euro, di cui 5 milioni per l’acquisto dell’area e 25 milioni per i lavori di bonifica effettuati su parte della stessa.
In conseguenza del venir meno del bonificatore privato, in data 16 aprile 2010, il Governo, su richiesta del presidente della regione Lombardia e d’intesa con il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, ha provveduto a dichiarare lo stato di emergenza ai sensi della legge n. 255 del 1992 per la bonifica delle discariche « A » e « B » dell’ex stabilimento Sisas.
L’ordinanza della protezione civile n. 3874 del 30 aprile 2010 (Gazzetta ufficiale n.111 del 14 maggio 2010) ha nominato l’avvocato Luigi Pelaggi commissario delegato per la bonifica del sito, stanziando le relative risorse.
Si tratta di un atto dovuto da parte dello Stato italiano determinato dagli impegni assunti con la Commissione europea.
Invero, come si è sopra accennato, il ritardo nella bonifica di quest’area ha comportato la condanna dello Stato italiano da parte della Corte di giustizia dell’Unione europea al pagamento di una multa di circa 19 milioni di euro, oltre a 192 mila euro per ogni giorno di ritardo, pena poi sospesa in seguito all’approvazione di un progetto di risanamento parziale dell’area.
Invero, la Commissione europea aveva avviato, sin dal 2001, una procedura di infrazione comunitaria nei confronti dell’Italia per la mancata rimozione dei rifiuti presenti nelle tre discariche (« A », « B » e «C») dello stabilimento ex Sisas e, come si è visto, in data 9 settembre 2004, la Corte di giustizia dell’Unione europea ha pronunziato nei confronti dell’Italia una sentenza di condanna per la mancata rimozione dei rifiuti dalle discariche.
In data 19 dicembre 2005, la Commissione europea, a seguito della nuova procedura di infrazione, iniziata il 5 luglio 2005, ha emanato un secondo parere motivato e, nell’autunno del 2006, il collegio dei commissari dell’Unione europea ha deferito, per la seconda volta, l’Italia alla Corte di giustizia per la mancata esecuzione della seconda sentenza di condanna.
Nel mese di dicembre 2006, al termine di una intensa azione di negoziato, la Commissione europea ha concesso una sospensione della decisione di notificare il ricorso, a fronte dell’impegno di rimuovere i rifiuti dalle discariche entro il 31 dicembre 2010. In considerazione del fatto che nel mese di luglio 2009 erano stati rimossi da parte del bonificatore dell’area ex Sisas solo i rifiuti dalla discarica « C », e non anche quelli compresi nelle altre discariche, il commissario delegato nominato ha indetto una gara di appalto a livello europeo, con procedura ristretta, per la rimozione dei rifiuti dalle discariche « A » e « B » , che è stata aggiudicata in data 30 agosto 2010.
Nel bando di gara pubblicato sulla Gazzetta ufficiale – 5ª serie speciale – contratti pubblici n. 84 del 23 luglio 2010, l’appalto e i servizi richiesti venivano descritti come segue:
L’appalto ha per oggetto la prosecuzione e il completamento dell’attività di bonifica dell’area ex Sisas di Pioltello e Rodano (MI) e, quindi, della rimozione dei rifiuti dalle discariche A e B.
Le prestazioni consistono principalmente in:
a) raccolta di rifiuti di varia natura e specie; asportazione dei rifiuti dalle discariche A e B, carico, pesatura, trasporto e trattamento on-site, smaltimento off-site dei rifiuti confezionati presso impianti autorizzati, incluse tutte le fasi propedeutiche a tali attivita’, compresa la messa in sicurezza ed il controllo di queste operazioni, nel rispetto dei regimi gestionali ed autorizzativi previsti dalla normativa vigente;
b) servizio di caratterizzazione degli inquinanti e dei rifiuti, nelle diverse matrici ambientali;
c) attività connesse all’installazione dei supporti necessari alle attività di cantiere, di trattamento on-site dei rifiuti in ambiente confinato ed insacco, nonché di bonifica;
d) gestione della falda in corso d’opera;
e) gestione del flusso dei rifiuti e del loro smaltimento fino a
destinazione finale.
I lavori sono stati affidati alla Ati Daneco Impianti – la Innovambiente Puglia Srl: la Daneco Impianti fa parte del gruppo Waste Unendo dei fratelli Colucci, che si è aggiudicato l’appalto con un’offerta al ribasso di circa 35 milioni di euro, somma lievitata a 50 milioni di euro, a seguito di alcune varianti.
Per completezza va detto che al gruppo Waste Unendo dei fratelli Colucci fanno capo numerosissimi impianti di trattamento rifiuti dislocati su tutto il territorio nazionale.
La direzione dei lavori è stata affidata a Sogesid Spa, società in house del Ministero dell’ambiente, nella persona dell’ingegner Fausto Melli.
In data 18 settembre 2010, sono iniziati i lavori di rimozione dei rifiuti « pericolosi » e « non pericolosi » dalle discariche « A » e « B » , lavori che, almeno formalmente, si sono conclusi nei termini stabiliti dalla Commissione europea, con la rimozione di circa 280 mila tonnellate di rifiuti, di cui 91 mila tonnellate « pericolosi », come da comunicazione del commissario delegato (cfr. doc. 740/1).
In effetti, alla data del 27 marzo 2011, sono stati rimossi e inviati a smaltimento i rifiuti abbancati negli areali delle ex discariche « A » e « B » , così pure è stata inviata a smaltimento quella parte di rifiuti della discarica « C », che la Tr Estate Due Srl aveva solo rimosso, ma non inviato a smaltimento, limitandosi ad abbancarla nell’areale della ex discarica « C » (fine giugno 2009).
In conclusione, all’esito di tali lavori permanevano in sito solo i rifiuti dell’areale cosiddetto « lobo » (posto tra gli areali delle ex discariche « B » e « C ») e parte dei terreni contaminati al fondo della ex discarica « C », oltre ai terreni derivanti dal completamento delle attività di « pulizia » dei fondi/pareti scavi delle ex discariche « A » e « B » (« lavori complementari »).
Appare evidente, alla stregua del contratto del contratto di appalto concluso con la Daneco Impianti, che la società appaltatrice aveva l’obbligo non solo di asportare tutti i rifiuti (nerofumo) esistenti nelle aree « A » e « B » , ma anche di provvedere alla bonifica di tali aree. Ma ciò non è avvenuto, senza che la Sogesid Spa, nella sua qualità di direttore dei lavori, e lo stesso commissario delegato avanzassero alcun rilievo nei confronti della Daneco Impianti, pretendendo, com’era loro dovere, il puntuale adempimento degli obblighi contrattuali dalla stessa assunti.
Viceversa, l’ufficio del commissario delegato, considerando – all’evidenza – adempiuto il contratto di appalto da parte della Daneco Impianti, ha indetto altre gare di appalto, aventi lo stesso oggetto e, così, con bandi, rispettivamente, in data 11 luglio 2011, 28 ottobre 2011, sono state indette gare sia per il completamento dello smaltimento dei rifiuti di tutte le aree già trattate dalla Daneco Impianti, sia per l’esecuzione dei necessari interventi di messa in sicurezza e bonifica delle acque sotterranee e dei terreni.
Entrambe la gare sono state aggiudicate alla società General Smontaggi, a seguito di gare al massimo ribasso: la prima, verso il corrispettivo di euro 1.888.105,00 oltre a euro 43.659,66, per oneri di sicurezza e all’Iva e, la seconda verso il corrispettivo di euro 2.712.840,00 di cui 27.840,00 euro per oneri di sicurezza, oltre Iva.
Tuttavia, alla luce delle risultanze delle analisi condotte da Arpa Lombardia sul fondo scavo dell’area interessata dagli interventi e del riscontro di ulteriore contaminazione, si è reso addirittura necessario un terzo appalto per la rimozione di rifiuti e la gestione delle acque emunte, aggiudicato alla società Uno Emme di Bergamo.
L’importo del terzo appalto è stato di circa 2.700.000 euro, oltre Iva, e si è concluso in data 31 dicembre 2011.
L’«excursus storico» dei quattro appalti che hanno interessato l’area ex Sisas è stato ben descritto nell’audizione tenutasi a Milano il 27 marzo 2012 dal professor Giovanni Pietro Beretta, commissario per la bonifica dell’area, nominato prima in sostituzione dell’avvocato Pelaggi, fino al 31 dicembre 2011 e poi riconfermato con ordinanza n. 4011 del 22 marzo 2012, pubblicata in Gazzetta Ufficiale n. 79 del 3 aprile 2012, fino al 31 maggio 2012, termine della gestione commissariale, per « consentire il completamento degli adempimenti tecnico-amministrativi necessari alla chiusura delle attività ».
Né appaiono convincenti le dichiarazioni rese dal professor Beretta, nominato in sostituzione dell’avvocato Luigi Pelaggi in data 27 ottobre 2011, quando era in corso un secondo appalto della General Smontaggi, posto che, avendo il secondo appalto alla General Smontaggi per oggetto la rimozione del lobo « C » e la gestione della falda, non si comprendono le ragioni per cui « i maggiori volumi di rifiuti nel lobo C e quantitativi residui di rifiuti nelle discariche A e B nel corso delle verifiche di fondo scavo » non siano stati portati a termine dalla stessa società appaltatrice General Smontaggi, già investita di ben due appalti con il medesimo oggetto, e il commissario delegato abbia proceduto a un terzo appalto, conferito alla ditta 1 Emme, « che ha provveduto a rimuovere i rifiuti accumulati su una platea tecnica con impermeabilizzazione superficiale con teli » e il cui lavoro «è consistito nella rimozione di questi rifiuti e nel loro smaltimento ».
E conta poco la circostanza che le gare siano avvenute al massimo ribasso, posto che – comunque – il ricorso a ben quattro procedure di appalto per la rimozione degli stessi rifiuti è del tutto ingiustificato e antieconomico.
A tutto ciò aggiungasi – quale dato rilevante – che, all’esito dei lavori eseguiti dalle società appaltatrici, l’area non è stata ancora bonificata e allo stato sussistono gravi problemi legati alla contami- nazione della falda, che deve essere costantemente emunta, al fine di evitare contatti con i terreni contaminati.
Sul punto spese sostenute, il commissario Beretta ha dichiarato:
a) che il costo complessivo delle operazioni è stato di circa 43 milioni di euro (40.433.231 euro per la costruzione degli impianti di « trattamento » dei rifiuti, realizzazione dei pozzi ed escavazione dei rifiuti contenuti nelle discariche A e B portandoli allo smaltimento secondo la tabella dei vari siti di destinazione, attualmente alla Daneco sono dovuti oltre 2 milioni di euro);
b) che gli interventi hanno riguardato esclusivamente la messa in sicurezza mediante asportazione dei rifiuti dalle discariche e non la bonifica.
La mancata effettuazione di una vera e propria bonifica dell’area per quanto riguarda i suoli e le acque di falda (addirittura, sembrerebbe che alcune zone non siano state nemmeno caratterizzate!) è stata confermata da sindaci, assessori e tecnici dei comuni di Pioltello e Rodano, auditi nell’ambito della missione a Milano del 27 marzo 2012.
In particolare il sindaco di Rodano, Michele Comaschi, ha illustrato le risultanze dei monitoraggi effettuati da Arpa Lombardia sul suolo (cfr. doc. 1155), che hanno mostrato la presenza di mercurio (sostanza contenuta nel nerofumo rimosso dalle discariche A e B e ancora presente nella discarica C) nel suolo.
Alla luce di quanto finora sopra rappresentato, appare di tutta evidenza che, in realtà, ancora ad oggi, dopo ben quattro appalti per la « bonifica » dell’area ex Sisas, non tutti i rifiuti sono stati asportati e la bonifica dei terreni e delle acque di falda dell’area ex Sisas non è neanche iniziata.
A ciò aggiungasi l’ulteriore rilievo concernente le modalità con cui la prima società appaltatrice, la Daneco Impianti, di concerto con la struttura commissariale, ha proceduto allo smaltimento dei rifiuti dell’area ex Sisas.
Invero, a prescindere dalle inchieste penali in corso, dalle audizioni svolte da questa Commissione d’inchiesta (avvocato Pelaggi, ingegner Melli, dottoressa Musmeci) e dalla documentazione acquisita e allegata alla nota predisposta dai consulenti in occasione della missione a Milano del 14 e 15 novembre 2011 è emerso che una parte considerevole dei rifiuti provenienti dalle suddette discariche non ha subito trattamento alcuno, in quanto è stato semplicemente « miscelato» con i terreni provenienti dagli argini delle aree di discarica come, nel corso dell’audizione del 20 ottobre 2011, ha dichiarato lo stesso ingegner Fausto Melli, direttore dei lavori della Sogesid, società funzionale al Ministero dell’ambiente, incaricata del controllo dei lavori di rimozione e di smaltimento dei rifiuti.
Si tratta di un’operazione non consentita dalla legge, in contrasto con quanto disposto dall’articolo 187 decreto legislativo n. 152 del 2006, in quanto i rifiuti non sono stati classificati dopo la loro asportazione, ai fini dell’accertamento delle caratteristiche di pericolosità o no degli stessi, prima e dopo il presunto « trattamento ».
Invero, nel caso di specie, contrariamente alle procedure eseguite a norma di legge e alla prassi tecnica comunemente utilizzata, le analisi sono state effettuate « in banco » solo prima dell’asportazione dei rifiuti, e non dopo la loro asportazione. Sul punto si evidenzia che per gli interventi eseguiti sulle discariche di Manfredonia, nell’ambito di analoga ordinanza emergenziale, i rifiuti asportati sono stati caratterizzati sia « in banco » che « in cumulo » dopo l’asportazione. Tale differente approccio è tanto più singolare se si osserva che il Soggetto Attuatore della bonifica di Manfredonia, dottor Maurizio Croce è anche il responsabile unico del procedimento (Rup) degli interventi sull’area ex Sisas.
A questo punto occorre chiarire che la stessa Sogesid Spa, incaricata della direzione lavori e coordinamento della sicurezza per le attività previste dal bando di gara, nell’allegato n. 3 alla relazione depositata dal commissario delegato (doc. 867/2 pag. 26), nel corso della sua audizione del 12 ottobre 2011, al paragrafo 2.1 aveva sottolineato che « salvo diverse situazioni che si dovessero riscontrare nel corso dei lavori, si ricorda che i materiali presenti nelle discariche sono stati finora classificati secondo i seguenti codici Cer:
a) rifiuti non pericolosi: 06 13 03 nerofumo, 19 13 02 rifiuti solidi prodotti dalle operazioni di bonifica dei terreni, diversi da quelli di cui alla voce 19 13 01;
b) rifiuti pericolosi: 06 13 05 fuliggine, 19 13 01 rifiuti solidi prodotti dalle operazioni di bonifica dei terreni, contenenti sostanze pericolose ».
A tale proposito, va sottolineato che nel progetto concordato tra le parti e approvato dal Ministero dell’ambiente, era stato previsto per il « nerofumo », quale materiale che contiene sostanze in concentrazioni tali da renderlo potenzialmente pericoloso, un trattamento on-site – da effettuarsi in ambiente confinato e controllato – di stabilizzazione fisica e chimica dello stesso, mediante l’utilizzo di reagenti (quali cemento, bentonite /zeolite) e addivanti (quali silicato di sodio), al dichiarato scopo di migliorarne le caratteristiche fisiche, sotto il profilo della consistenza, della densità e della portanza del materiale risultante, in modo da consentirne il collocamento in volume di messa in sicurezza.
Ebbene, nessuna operazione di controllo e di trattamento del nerofumo è stata effettuata dalla Daneco Impianti Srl, posto che, contrariamente agli impegni assunti e in violazione di precise disposizioni di legge, il nerofumo non è stato « trattato » con i suddetti reagenti, ma è stato semplicemente « miscelato » nella stessa area ex Sisas con terreni, a loro volta, con tutta probabilità, inquinati, come quelli provenienti dagli argini delle stesse discariche oggetto di bonifica.
Sul punto, la dottoressa Paola Pirotta, sostituto procuratore della Repubblica in Milano, nel corso dell’audizione del 14 novembre 2011, ha riferito che, munito delle necessarie autorizzazioni, era stato – addirittura – noleggiato dalla società Ecofly un impianto per la miscelazione dei rifiuti.
Altro dato rilevante – sotto il profilo delle modalità di smaltimento del rifiuti – è costituito dal fatto che, dopo tale miscelazione avvenuta in loco, non vi è stata alcuna successiva caratterizzazione di tale rifiuto, al fine di escluderne la pericolosità.
Mentre il progetto iniziale prevedeva lo smaltimento di 35 mila tonnellate di nerofumo con codici Cer 061303 e 061305, non vi è stato rifiuto alcuno che sia uscito con tali codici dal Sin dell’ex Sisas, come ha riferito la dottoressa Paola Pirotta e come dimostrano i documenti acquisiti dalla Commissione (cfr. documenti consegnati dall’avvocato Pelaggi nel corso dell’audizione del 13 ottobre 2011).
È invero accaduto che nella comunicazione inviata in data 30 novembre 2010 alla Sogesid – Ufficio di direzione dei lavori e, per conoscenza, al commissario delegato e al responsabile del procedimento, la Daneco Impianti Srl – dopo aver premesso:
a) di aver avviato a smaltimento rifiuti direttamente scavati dalle discariche «A» e «B» con il codice Cer 19.13.02, relativo a rifiuti solidi prodotti dalle operazioni di bonifica dei terreni, diversi da quelli di cui alla voce 19.13.01 (rifiuti pericolosi);
b) di avere effettuato tale operazione in conformità con le risultanze della caratterizzazione approvata contestualmente al progetto di intervento, ha manifestato la propria intenzione di attribuire al « rifiuto risultante dal trattamento operato dall’impianto » il codice Cer 19.12.12, che comprende « altri rifiuti, compresi materiali misti, prodotti dal trattamento meccanico dei rifiuti, diversi da quelli di cui alla voce 19.12.11 » che, viceversa, comprende i rifiuti pericolosi.
In realtà, il codice Cer 19.12.12 si riferisce al rifiuto urbano tritovagliato, tant’è che viene normalmente utilizzato per le ecoballe. La richiesta del cambio di codice Cer è stata dalla Daneco Impianti motivata dal fatto che il suddetto rifiuto – già caratterizzato in sito con il codice Cer 19.13.02 – era stato sottoposto, dopo la rimozione dal sito, a un trattamento meccanico «assimilabile a triturazione e omogeneizzazione », secondo le disposizioni contenute nell’ordinanza commissariale del mese di ottobre 2010 e in conformità
del progetto posto a base della gara.
In realtà, l’operazione non è avvenuta nei termini descritti dalla società appaltatrice, posto che – come si è detto – per un verso, il nerofumo è stato semplicemente miscelato con un terreno prelevato dagli argini della discariche e, per altro verso, non è stata eseguita alcuna analisi « in cumulo » del rifiuto così trattato.
In questa vicenda, a destare forti sospetti non è solo il comportamento della Daneco Impianti, del tutto inadempiente rispetto agli obblighi assunti, ma è anche e soprattutto quello degli enti preposti al controllo delle operazioni di rimozione del nerofumo dalle discariche «A» e «B».
Invero, a fronte della suddetta richiesta di cambio codice, il commissario delegato, avvocato Luigi Pelaggi, a sua volta, reputava opportuno richiedere apposito parere ai seguenti soggetti: Istituto superiore di sanità, Arpa Lombardia, provincia di Milano ed agli esperti dell’ufficio commissariale, professor Beretta dell’università degli studi di Milano e professor Andreottola dell’università degli studi di Trento.
E così l’Istituto superiore di sanità, con nota n. prot. 51006/ AMPP-IA-12 in data 1° dicembre 2010 – in pratica lo stesso giorno della richiesta – ha espresso il proprio parere, peraltro scarsamente motivato, concludendo che « si ritiene, quindi, che il codice Cer 191212 sia più pertinente al caso di specie ».
Anche la provincia di Milano, direzione dell’area qualità ambiente ed energia, si è espressa contestualmente, con nota 0218476/2010 del 1o dicembre 2010, ritenendo idonea l’attribuzione del codice Cer 19.12.12, a valle del trattamento proposto per i rifiuti stoccati nelle discariche in quanto non assimilabili a terreni.
A loro volta, gli esperti dell’ufficio commissariale, professor Beretta dell’università degli studi di Milano e professor Andreottola dell’università degli studi di Trento, con propria nota a firma congiunta del 1o dicembre 2010, hanno espresso parere positivo all’attribuzione del Codice Cer 19.12.12, a valle del trattamento proposto, specificando che tale codice poteva essere attribuito solo ai rifiuti non pericolosi.
Infine, l’Arpa Lombardia, con propria nota n. 168696 del 1° dicembre 2010, nel prendere atto dei pareri resi dagli esperti universitari e dall’Iss, ha rappresentato di non avere elementi aggiuntivi da proporre, non esprimendo pertanto una valutazione di merito, ma semplicemente affidandosi all’« altrui giudizio »..
La prima osservazione attiene al fatto che, in modo assolutamente singolare, tutti gli enti preposti al controllo hanno espresso il loro parere quasi contestualmente alla richiesta, nel medesimo giorno (1o dicembre 2010).
Anche il commissario delegato non è stato da meno, quanto a tempestività, posto che, con propria nota prot. rod/0028/2010 del 2 dicembre 2010, ha inoltrato i pareri acquisiti alla direzione lavori, la quale ha dato il proprio assenso alla richiesta della Ati Daneco Impianti di attribuire ai rifiuti « miscelati » il codice Cer 19.12.12.
La tempestività delle risposte degli enti preposti al controllo tiene luogo alla assoluta mancanza di controllo effettivo delle modalità di trattamento dei rifiuti, posto che tutto è avvenuto sulla carta, con la finalità apparente di dare una copertura all’operazione dell’Ati Daneco Impianti. Tale approccio « teorico » alla classificazione è stato del resto ribadito anche dal professor Beretta nell’ambito dell’audi- zione del 27 marzo 2012.
Del resto, sul punto, sono molto chiare ed esplicite anche le dichiarazioni rese dall’ingegner Fausto Melli, direttore dei lavori di bonifica per conto di Sogesid.
Costui, nel corso dell’audizione del 20 ottobre 2011 presso la Commissione di inchiesta, ha riferito:
a) che avendo ricevuto la richiesta di cambio codice dall’Ati che aveva vinto la gara per la rimozione dei rifiuti e non avendo la Sogesid il potere di accettarla era stato chiesto il parere al commissario delegato;
b) che quest’ultimo, a sua volta, aveva chiesto un parere ai vari enti preposti al controllo e vigilanza (Iss, Arpa, provincia e quant’altro);
c) che, una volta ottenuti i pareri positivi di tali enti fatto tutto in loco, il materiale è stato rimosso dalla discarica, trasportato nell’area tecnica – un grande piazzale dove erano installate due macchine per la miscelazione del rifiuto – trattato meccanicamente e, quindi, caricato sui camion che, con tutta la documentazione, lo portava in discarica;
d) che i materiali erano costituiti da nerofumo, in quantità notevoli e, in alcuni casi, molto concentrate e da terreni naturali con cui erano stati costruiti degli argini per contenere il nerofumo, che erano già disponibili in sito;
e) che, quindi, la miscelazione è avvenuta con il nerofumo e i materiali presenti in sito con caratteristiche idonee allo scopo, senza alcuna importazione di materiali esterni.
Nel corso della stessa audizione anche la dottoressa Musmeci, direttore del dipartimento di ambiente e connessa prevenzione primaria dell’Istituto superiore di sanità ha fornito risposte fumose e, dovendo comunque ammettere di non aver eseguito una valutazione approfondita ai fini dell’emissione del parere richiesto sull’attribuzione del codice Cer, ha chiamato in causa la prassi adottata dal Ministero dell’ambiente in merito alla scelta di attribuire il codice 19.12 dichiarando testualmente: «Noi, non solo come istituto ma anche come Ministero, come segreteria tecnica del Ministero abbiamo sempre detto che i codici 19.13 vengono dati quando abbiamo una operazione di bonifica che non comporta trattamenti, cioè prendo il suolo, lo escavo e lo smaltisco, mentre diamo il 19.12 cioè quello del trattamento quando c’è un trattamento, lo diciamo addirittura come segreteria tecnica, nell’ambito delle bonifiche ».
E, tuttavia, occorre sottolineare come tali affermazioni sono in palese contrasto con quanto riportato nel parere del Ministero dell’ambiente, contenuto nella nota in data 11 agosto 2008 acquisita dagli uffici della Commissione, nota che così testualmente si esprime « si è d’avviso che la codificazione con codice 17.05.04 o 17.05.03 di un terreno proveniente da un sito contaminato possa essere attribuita solo a condizione che il terreno stesso provenga esclusivamente da operazioni di scavo, non sia stato sottoposto ad alcun tipo di selezione e/o trattamento e che sia destinato ad utilizzazione o smaltimento esterno. In tutti i casi in cui il terreno derivi da operazioni di selezione e/o trattamento ai fini dello smaltimento esterno, allo stesso deve essere assegnato il codice 19.13.01 o 19.13.02 a seconda della classificazione come rifiuto pericoloso o non pericoloso. »
Appare quindi evidente che l’adozione del codice 19.12.12 non solo è stata erronea, in quanto non vi è stato alcun trattamento dei materiali, ma non era assolutamente in linea con la prassi adottata dal Ministero dell’ambiente che, anzi, imponeva l’adozione di un codice 19.13.01 o 19.13.02, a seconda della classificazione come rifiuto pericoloso o non pericoloso, all’esito della procedura di verifica del rifiuto.
Pertanto, deve ritenersi errata l’attribuzione di origine, in quanto è assente sia il riferimento al sito di bonifica, sia il riferimento al trattamento.
Infine, non sono state condotte analisi sul materiale in uscita per verificare l’impossibilità di attribuire al rifiuto la qualifica di pericolosità, in quanto il codice selezionato ha una voce « a specchio ».
In conclusione, ai suddetti rifiuti è stato artatamente attribuito un codice « di comodo », in funzione della successiva attività di smaltimento.
Sulla questione del « cambio codice », particolarmente interessante è la deposizione della dottoressa Rosanna Cantore, responsabile del servizio bonifiche della provincia di Milano quando, nell’ambito dell’audizione del 27 marzo 2012, interrogata sulle motivazioni che hanno portato a valutare l’opportunità di attribuire il codice 19.12.12 ai rifiuti provenienti dall’area ex Sisas, ha giustificato il cambio codice con « l’urgenza di evitare la sanzione europea » e del rispetto dei tempi stabiliti per lo smaltimento dei rifiuti da parte della società appaltatrice « che ha quindi proposto un codice che potesse essere accettato da più impianti. »
La ricostruzione della vicenda che ha portato al cambio del codice dal Cer 19.12.13 al Cer 19.12.12, nell’attività di smaltimento dei rifiuti dell’area ex Sisas rende evidente che l’operazione effettuata con la partecipazione di tutti i soggetti pubblici incaricati del controllo era priva di alcun fondamento normativo o tecnico.
Viceversa, per esigenze legate alla sola invocata urgenza, è accaduto che il nerofumo, qualificato come rifiuto pericoloso, è stato smaltito come rifiuto speciale non pericoloso in impianti che non erano attrezzati, molti dei quali erano di proprietà dello stesso gruppo Waste-Unendo, ovvero della Daneco.
La Daneco Impianti Srl è riconducibile all’imprenditore Francesco Colucci.
Come si è detto, sono numerosi gli impianti di trattamento rifiuti dislocati su tutto il territorio nazionale, che fanno capo al gruppo Waste Unendo, anch’esso dei fratelli Colucci.
Tra questi meritano di essere segnalati la Systema ambiente Srl di Inzago (MI), la Waste Italia di Mariano Comense (MI), destinatari di notevoli quantità di rifiuti muniti del codice Cer 191212.
Ebbene, proprio tali impianti sono stati i principali destinatari dei rifiuti provenienti dalle discariche « A » e « B » dell’area ex Sisas.
In tale contesto di gravi carenze e di opacità gestionale dell’attività di rimozione dei rifiuti da parte della prima società appaltatrice e dell’assoluta carenza di controlli da parte del commissario delegato e della Sogesid Spa, si inserisce il procedimento penale promosso dalla procura della Repubblica in Milano.
A tale proposito, i sostituti procuratori della Repubblica in Milano, dottor Paolo Filippini e dottoressa Paola Pirotta, nel corso della loro audizione in data 14 novembre 2011, hanno riferito di una indagine in corso, ai sensi dell’articolo 640 bis c.p. sul cambio di codice Cer, che avrebbe comportato per la Daneco Impianti l’abbattimento dei costi di smaltimento rispetto a quelli previsti nel contratto di appalto che, viceversa, sono rimasti inalterati.
Invero, l’allocazione di questi rifiuti con il codice Cer 19.12.12 verso impianti di smaltimento avrebbe consentito – secondo l’ipotesi accusatoria – notevoli risparmi, dal momento che i costi per lo smaltimento di rifiuti, come il nerofumo o le fuliggini, che presentano altre criticità, non sono paragonabili ai costi di smaltimento di rifiuti con il codice Cer 19.12.13.
Di qui la contestazione del reato di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche (articolo 640 bis c.p.) ovvero del reato di truffa aggravata a danno dello Stato (articolo 640 comma 2 c.p.), di cui hanno riferito i due sostituti procuratori nel corso della loro audizione, parlando anche di sequestri interventi.
In particolare, come da nota della procura della Repubblica in Milano in data 5 marzo 2012 (doc. 1141/2) Pelaggi Luigi, nella qualità di commissario delegato di governo per la bonifica dell’area Sisas Pioltello/Rodano, nonché stazione appaltante delle operazioni di rimozione rifiuti, e Filipponi Bernardino, amministratore unico della società Daneco Impianti Srl risultano indagati del reato di cui all’articolo 319 c.p. in relazione all’articolo 321 c.p. poiché, con più azioni commesse in tempi diversi, esecutive di un medesimo disegno criminoso, al fine di emettere provvedimenti amministrativi favorevoli alla società appaltatrice – in quanto comportanti minori costi di esecuzione dei lavori, in violazione della normativa ambientale – il Pelaggi riceveva o si faceva promettere dal Filipponi somme di denaro non inferiori a euro 700 mila nonché del reato di cui all’articolo 640 bis c.p., in relazione ai medesimi fatti.
In particolare, come si legge nel decreto di sequestro preventivo del Gip di Milano in data 21 giugno 2011, allegato alla nota anzidetta, il Filipponi risulta indagato del reato di cui agli artt. 81 cpv. 640 II comma c.p., «poiché con più azioni commesse in tempi diversi, esecutive di un medesimo disegno criminoso, quale legale rappresentante della società Daneco Impianti Srl, aggiudicataria in Ati (associazione temporanea di imprese) dell’appalto avente ad oggetto l’intervento di rimozione e smaltimento dei rifiuti delle discariche A e B dell’ex stabilimento Sisas di Pioltello, con artifizi e raggiri consistiti nell’attribuire in modo non corretto o nel modificare alcuni Codici Cer dei rifiuti in uscita, induceva in errore la stazione appaltante sul corretto smaltimento degli stessi, conseguendo un profitto ingiusto consistito nel risparmio dei costi effettivi sostenuti rispetto ai contributi erogati, con conseguente danno patrimoniale per la pubblica amministrazione. In Milano, in epoca anteriore e prossima al 30 novembre 2010, accertato fino al 7 giugno 2011 (data del sequestro) »
Le indagini della procura della Repubblica sono nella fase conclusiva, in attesa della relazione del consulente e di quella della polizia giudiziaria e cioè del Noe, trattandosi di vicenda molto complessa sotto il profilo tecnico, in quanto occorre una ricostruzione dei quantitativi, dei codici utilizzati, dei luoghi dove sono finiti i materiali, delle discariche che sono state utilizzate e dei loro proprietari.
In dettaglio – come risulta dall’allegato n. 65 alla documentazione consegnata alla Commissione dall’avvocato Pelaggi e, nello specifico, dal documento « totale smaltimenti 30 marzo 2011 », dal 05 ottobre 2010 al 16 dicembre 2010 – sono stati smaltiti esclusivamente rifiuti con il codice Cer 19.13.02 (rifiuti solidi prodotti dalle operazioni di bonifica diversi da quelli di cui al codice 19.13.01, non contenenti cioè sostanze pericolose); quindi, a partire dal 17 dicembre 2010, ovvero una volta acquisito il parere favorevole dalla struttura commissariale, sono iniziati gli smaltimenti di rifiuti con il codice 19.12.12.
Come si è detto, è significativo il fatto che tali smaltimenti siano stati effettuati, esclusivamente, nelle discariche Smc e Waste, di proprietà del gruppo Waste-Unendo, probabilmente, con il duplice scopo sia di eludere i controlli, sia di trarre guadagno dal « declassamento del rifiuto ».
Successivamente, a partire dal 18 gennaio 2011, sono iniziati anche i trasferimenti di rifiuti pericolosi con il codice Cer 19.13.01 (rifiuti solidi prodotti dalle operazioni di bonifica contenenti sostanze pericolose) alla Befesa spagnola, mentre a partire dal mese di marzo 2011 sono iniziati i conferimenti di rifiuti con codice Cer 17.05.04 (terra e rocce diverse da quelle di cui al codice 17.05.03, quindi non contenenti sostanze pericolose), presso il sito Calcinato e raramente di rifiuti con codice Cer 17.05.03 presso altri siti.
Infine, a partire dal 5 marzo 2011, i conferimenti di rifiuti con codice Cer 19.12.12 sono cessati, forse a seguito di notizie di stampa concernenti le indagini condotte dalla procura di Milano e non è certamente un caso che, proprio a partire da tale data, non solo vi è stata una maggiore differenziazione degli impianti di destinazione dei rifiuti, ma non vi sono stati più conferimenti negli impianti SMC e Waste Unendo dei Colucci.

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