Frati franceschini

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No alla delega del Monumento ai monaci. Sì alla gestione «efficiente e diretta dello Stato», all’introduzione del biglietto d’ingresso, alla nomina di un Commissario straordinario «per la gestione e la tutela del complesso con l’incarico specifico di porre fine alla disastrosa situazione in atto e di chiedere all’Unione europea i fondi necessari per il restauro». Di seguito l’Appello del Comitato per la tutela e lo sviluppo della Certosa di Pavia – a firma del suo coordinatore avvocato Franco Maurici – inoltrato il 6 marzo al ministro dei Beni culturali Dario Franceschini e al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Appello al ministro dei Beni e delle attività culturali

La Certosa di Pavia è un complesso immobiliare di 317.000 mq che comprende, oltre alla Chiesa e a due chiostri, edifici civili con una superficie lorda di pavimento (Slp) di 38.000 mq, fabbricati rurali con una Slp di 2.000 mq e un’area agricola di circa 300.000 mq (30 ettari).
Il complesso è statale dal 1782. Nel 1881 fu assegnato al Ministero della Pubblica Istruzione che lo gestì decorosamente fino al 1968. Allora nell’androne era aperta la biglietteria e si pagava il biglietto allo Stato.
I proventi consentivano di provvedere tempestivamente alle manutenzioni. Le guide erano impiegati dello Stato competenti che accompagnavano in divisa piccoli gruppi di visitatori facilmente controllabili. Le attribuzioni riguardanti il complesso erano e sono chiare: spettano solo alla Stato.
Purtroppo nel 1968 le competenze dello Stato furono attribuite a un ordine monastico; non è chiaro se mediante una convenzione o una concessione, se questa sia stata rinnovata e quando.
È chiaro solo che attualmente sei monaci gestiscono l’intero complesso, eccetto l’area agricola e il museo, senza titolo e che esso si presenta in condizioni di degrado spaventose: affreschi deturpati da graffiti, infiltrazioni di acqua da tetti forati, pavimenti sconnessi, fogne rigurgitanti, fili elettrici scoperti, intonaci scrostati, servizi igienici insufficienti.
L’area agricola è coltivata a riso. Qualche anno or sono la risaia fu estesa fino al muro di cinta quattrocentesco privo di fondamenta. Così circa 100 metri di muratura crollarono. Solo dopo qualche anno provvide lo Stato alla riparazione, senza però accertare le responsabilità.
L’incongrua risaia ha abbassato il terreno agricolo rendendo instabili i parapetti della peschiera e le magnifiche colonne visibili dal chiostro grande, che un tempo sostenevano tralci di vite. Nessuno ha sconsigliato la coltivazione del riso, che proseguirà anche il prossimo anno.
Per l’accesso al Monumento dal 1968 non si paga il biglietto allo Stato. Ma i monaci percepiscono dai turisti al termine delle visite compensi facoltativi e indeterminati. Inoltre essi gestiscono un’ampia sala proprio dirimpetto al museo in cui vendono liquori, dolciumi e libri. Si stima che complessivamente ricavino oltre 2 milioni di euro l’anno. L’orario delle visite è stabilito dai monaci: dalle 9:00 alle 11:30 e dopo la “pausa pranzo” dalle 14:30 alle 17:00. Spesso non è rispettato: ne seguono furibonde proteste dei turisti.
Il cosiddetto piano per far vivere la Certosa di cui scrive il “Corriere della Sera” del 28 febbraio 2014 è in realtà un progetto per congelare la disorganizzazione e l’inefficienza esistenti.
La proposta approvata dagli organi locali del Demanio e dei Beni Culturali, che si trasmette, prevede che lo Stato attribuisca a sei monaci (sì, proprio a sei monaci) la concessione a gestire il complesso, eccettuati area agricola e museo, per uno o due anni, anche nel periodo lucroso dell’Expo senza gara, senza oneri, senza garanzie,senza una qualche valutazione d’idoneità, quasi che la Certosa di Pavia fosse un’enclave extraterritoriale. Addirittura la bozza di concessione prevede che lo Stato chieda ai monaci il permesso di svolgere qualsiasi attività istituzionale.
Noi riteniamo che proprio in occasione dell’Expo occorra una gestione efficiente e diretta da parte dello Stato, che sia necessario il reclutamento come guide di giovani laureati in lettere o scienze turistiche – ora impiegati saltuariamente nei supermercati – e di operai e tecnici specializzati nelle manutenzioni. La riapertura della biglietteria e la vendita dei biglietti consentirebbero allo Stato di ricavare le entrate necessarie per l’assunzione del personale.
Per tutti i motivi esposti il Comitato per la salvaguardia della Certosa di Pavia chiede che il Ministro dei Beni e delle Attività Culturali nomini un Commissario per la gestione e la tutela del complesso con l’incarico specifico di porre fine alla disastrosa situazione in atto e di chiedere all’Unione Europea i fondi necessari per il restauro del complesso, finora neppure mai richiesti.

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Una Risposta to “Frati franceschini”

  1. Giacomo Brustenghi Says:

    Parlo per esperienza personale e diretta.
    Ritengo davvero vergognoso il tono a sfavore dei monaci cistercensi che si prendono cura attualmente di una parte della Certosa. I monaci offrono un servizio di guida negli orari a loro possibili e devo dire che spesse volte davvero non rispettano gli orari: tardano la chiusura o anticipano l’apertura per permettere a turisti e pellegrini (per la verità non eccessivamente numerosi) di visitare comodamente il complesso. Le offerte (del tutto libere) e l’incasso del negozio permettono ai turisti di manifestare ai monaci il loro ringraziamento e di portare avanti il lavoro che permette alla Certosa di restare ancora aperta. C’è forse qualche disonestà nel lavorare del proprio lavoro? Proclamerei disonesto, piuttosto, denigrare chi offre tempo ed energie per offrire un servizio pubblico senza alcun impegno ufficiale.
    È ridicolo raccontare fatti tendenziosi e parziali: comportamenti da persone immature e non obiettive; non c’è motivo (se non ideologico, che vergogna!) di dover fare lotte inutili contro chi lavora onestamente. Ma la verità si farà strada da sola: ognuno, poi, raccoglierà quello che avrà seminato, che sia esso “riso” o “disonestà”!

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