Quando i no diventan sì

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di Giovanni Giovannetti

L’ipocrisia finto-garantista di chi spaccia come «offensiva per la dignità della persona» la divulgazione delle foto di polizia anche quando siano ripresi pubblici amministratori per i quali, a dirla con Dante, i no «per li denar» diventan sì.

A Pavia, al civico 1 di piazza Vittoria aveva sede l’omonima immobiliare dell’avvocato tributarista Giuseppe Neri detto Pino, noto alle cronache quale capo reggente della ‘Ndrangheta lombarda, condannato una prima volta a 9 anni per narcotraffico, di nuovo incarcerato il 13 luglio 2010 per associazione mafiosa. Sul lato opposto della stessa piazza dimorano alcuni politici eccellenti, e tra loro l’ex vicesindaco e pensionato di Polizia Ettore Filippi, che dal mafioso aveva ottenuto voti e candidati per “Rinnovare Pavia”, lista fiancheggiatrice di Alessandro Cattaneo (almeno tre incontri – due sono “elettorali” – tra lui e Pino Neri) nelle vittoriose Amministrative 2009.
All’alba di giovedì 13 marzo 2014 Filippi si ritrova lui stesso agli arresti, quale prezzolato pontiere tra la pubblica amministrazione e taluni imprenditori senza scrupoli.
Quella stessa mattina, come da consuetudine i carabinieri diffondono una sua fotografia fronte e profilo [foto] – prontamente ripresa sulle pagine online dei giornali e dalle tivù – e subito è polemica: non tanto per le malefatte in danno del pubblico interesse di cui l’ex vicesindaco è accusato, quanto per “quella fotografia”, giudicata «lesiva della la sua dignità» anche da persone a quanto sembra del mestiere: un paio di indignati speciali, di quelli che ogni giorno mandano in stampa foto segnaletiche di polizia senza troppo andar per il sottile. Lecito? illecito? Inopportuno? E perché discuterne solo ora-subito-adesso, a fronte della quotidiana sfacciata divulgazione di numerosissime analoghe immagini?
Allora vediamo. L’articolo 8 del Codice di deontologia sul trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica (3 agosto 1998), al comma 2 dispone che «Salvo rilevanti motivi di interesse pubblico o comprovati fini di giustizia e di polizia, il giornalista non riprende né produce immagini e foto di persone in stato di detenzione senza il consenso dell’interessato». La legge 22 aprile 1941, n. 633, all’art. 97, dispone tuttavia che «Non occorre il consenso della persona ritrattata quando la riproduzione dell’immagine è giustificata […] da necessità di giustizia o di polizia […] o quando la riproduzione è collegata a fatti, avvenimenti, cerimonie di interesse pubblico o svoltisi in pubblico». Firmato: il Garante.
Posto che non è consentita la pubblicazione di immagini di persone arrestate in manette, le foto segnaletiche possono essere diffuse o per motivi di giustizia e di polizia oppure perché di interesse pubblico. Non resta che domandarsi se la divulgazione delle sembianze di un pubblico amministratore arrestato per corruzione risponda al pubblico interesse almeno quanto se non più della moltitudine sovente in prima pagina dopo uno scippo o una rapina, persone per le quali non ci si straccia più di tanto le vesti. Beh, a nostro umile  parere rientra, eccome.
Si obietterà: umiliante non è tanto l’icona quanto il protocollo a cui viene obbligato un arrestato subito dopo la privazione della libertà individuale; se ne può riscontrare il riverbero nello sguardo impotente indifeso a volte disperato offerto alla fotocamera (ad esempio, Filippi – uno che tiene molto al suo aspetto – è ripreso sgarrupato e spettinato). Ma è altra cosa, poiché di tutto questo l’impronta ottica non è causa, semmai ne registra l’effetto.

Ma cosa è definibile “segnaletico” e “di polizia”? Ogni pubblica icona lo è potenzialmente. Ad esempio, già nell’Ottocento lo sono state le fotografie dei rivoluzionari in posa sulle barricate Comune parigina del 1871, poiché vennero usate dal governo di Thiers per identificare coloro che avevano preso parte alla sommossa e che perciò furono successivamente giustiziati. Altro esempio: sempre nell’Ottocento, a Milano le foto scattate da Luca Comerio durante i “moti del pane” del 1898, duramente repressi dal generale Bava Beccaris, furono poi sequestrate dall’autorità militare; due degli effigiati vennero riconosciuti e condannati.
A Roma, presso l’archivio di Stato, è custodito il Casellario politico centrale: quasi 160.000 dossier su anarchici, repubblicani, comunisti, socialisti (e poi antifascisti) puntualmente schedati dalla polizia politica, dal secondo governo Crispi fino alla caduta del fascismo. I fascicoli venivano continuamente aggiornati, con le informative provenienti da questure, consolati, spie. Quelli più antichi non hanno fotografie, ma già nel 1903 Salvatore Ottolenghi (medico legale e assistente di Cesare Lombroso, il fondatore dell’antropologia criminale) importa dalla Francia in Italia la fotografia giudiziaria (il primo laboratorio fotografico di polizia è fondato a Parigi nel 1872); dagli anni Venti, col fascismo, la foto diventa obbligatoria, con tecniche e strumenti sempre più raffinati, che sia acquisita o sia «segnaletica» di polizia, secondo il dominante modello lombrosiano della fotografia manicomiale e della “catalogazione dei tipi” (di fronte, di profilo e di trequarti), ancora oggi in voga. «Pensa che enorme macchina! Tutte queste persone che vivevano, prendevano uno stipendio, facevano le loro piccole carriere, avevano uno status e vestiti buoni e stirati bene e buoni pasti e famiglia e una riconoscibilità e rispettabilità sociale solo perché ne spiavano un’altra, seguivano le mosse di un uomo povero, solo, infelice, braccandolo come un misero animale inseguito…» ha scritto Antonio Moresco in Zio Demostene (2005). Era l’’albo dei sovversivi’, dal quale si poteva essere depennati solo grazie a un «atto di sottomissione» rivolto personalmente a Mussolini.
Già a fine Ottocento si inaugurò la grande “schedatura di massa” delle fototessere, che da subito si rivelò un fondamentale strumento di controllo e, a volte, di repressione. Durante il nazifascismo, le foto segnaletiche archiviate negli uffici demografici europei contribuirono alla tempestiva identificazione degli ebrei. In Italia, dal 1927 al 1943, 21.000 cittadini vennero denunciati al Tribunale speciale per la difesa del regime fascista, con 5.619 rinvii a giudizio e 4.596 condanne (3.899 erano operai e artigiani, 546 contadini; 4.030 comunisti, 323 antifascisti generici, 24 anarchici, 12 socialisti e 6 repubblicani). Quelli dal 1917 al 1922 sono anni di violenza e repressione: muoiono 3.000 dimostranti, uccisi dalle forze dell’ordine e dai fascisti (2.500 morti e 40.000 feriti nel solo 1921). Nello stesso periodo cadono 43 carabinieri e 300 squadristi.
Si intuisce allora perché, nella cultura iconografica della classe operaia di Otto e Novecento – e dunque ben oltre i guai giudiziari del trapanante Filippi – era assente ogni punto di vista fotografico del lavoro dentro e fuori la fabbrica, industriale e contadino: non c’era spazio per la fotografia di denuncia e testimonianza e, in definitiva, per la fotografia tout-court. Pesavano ovvie ragioni pratiche (nelle fabbriche non era consentito fotografare), tecniche ed economiche e più complesse resistenze psicologiche, derivate dall’uso poliziesco delle foto segnaletiche contro le componenti avanzate del movimento dei lavoratori e, in seguito, contro antifascisti, zingari ed ebrei.
Anche per questo le classi subalterne tardano a prendere coscienza del peso dell’immagine entro il sistema di informazione. E, quando lo farà, dovrà misurarsi con la sua irriducibile ambivalenza. Un libro come Cinque anni a Milano (1973) di Uliano Lucas era, da un lato, la bella istantanea di gruppo del movimento antagonista milanese e, dall’altro, si è rivelato suo malgrado strumento di identificazione e repressione giudiziaria. Così avviene nelle indagini sull’omicidio a Milano del commissario di polizia Luigi Calabresi e gli interrogatori del teste dell’accusa Leonardo Marino: «Nei suoi interrogatori di fine luglio, con Lombardi e Pomarici [il giudice istruttore Antonio Lombardi e il pubblico ministero Ferdinando Pomarici], Marino faceva un identikit del suo “basista”, allora un signor nessuno. Poi, un giorno, gli danno in mano un libro fotografico di Uliano Lucas, Cinque anni a Milano. E a pagina 112 spunta la foto di un corteo di Lotta Continua a Milano. Al centro, un giovane barbuto [foto]. Dirà Marino: “Mi sembra di riconoscere nella persona raffigurata il Luigi che mi ospitò prima dell’omicidio Calabresi”» (“L’espresso”, 19 febbraio 1989, p. 19). Marino si era autoaccusato dell’omicidio Calabresi, chiamando a correi Ovidio Bompressi, Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri, poi condannati; «Luigi» si rivelerà del tutto estraneo ai fatti. Ma l’episodio fa capire come anche le fotografie che la classe autoproduce possono diventare foto segnaletiche nelle mani sbagliate. Lo sapevano bene i partigiani, che l’avevano bandita: molte immagini sulla lotta di liberazione sono ricostruzioni avvenute dopo il 25 aprile (questo argomento è ampiamente trattato da Adolfo Mignemi in Storia fotografica della Resistenza, 1995).

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