Maestri in mazzette

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Pavia: ex sbirri corrotti e lotte sociali
da Movimento.org

«30 agosto 1976: io sono arrivato a Pavia da dirigente della Squadra Mobile […] abbiamo ripulito la città […] abbiamo creato un sistema di prevenzione che ci ha permesso di risolvere tutti i sequestri di persona avvenuti in città e provincia, nella tragica vicenda della rapina del Borgo, con due guardie giurate assassinate, di arrestare in due giorni una banda di malviventi di Bergamo e Reggio Emilia e, da poliziotto di Pavia, di decapitare le Brigate Rosse arrestando i due leader che da anni, senza successo, erano ricercati da strutture nazionali appositamente create, una delle quali diretta dal leggendario Generale Dalla Chiesa, che diventato Prefetto di Palermo mi fece assegnare in missione alla Sezione Omicidi di quella Squadra Mobile!»
Così Ettore Filippi diceva di sé appena qualche mese fa, in una requisitoria nella quale si difendeva dagli ennesimi attacchi ricevuti in merito alla gestione delle partecipate comunali Asm, di cui il figlio Luca è membro del Cda, e Asm Lavori, di cui il figlio Luca è stato presidente. Le referenze sfoggiate sono incentrate sulla sua attività di supersbirro, come se potesse essere un elemento sufficiente a fugare qualsiasi dubbio sulla sua figura. Filippi di questi “meriti” acquisiti sul campo si è sempre fatto scudo per poter gestire in modo più o meno limpido la politica pavese, incluso quando il suo nome è comparso ben 57 volte nell’inchiesta “Infinito” della Dda sulla penetrazione della ‘ndrangheta in Lombardia. Dalle intercettazioni emerse che Filippi aveva stabilmente intrattenuto rapporti con i capi mafiosi lombardi e che aveva candidato nella sua lista civica, oltre a un dirigente di una nota società di slot machines, un naziskin e il proprietario dei locali della movida pavese, anche persone suggerite dai capi mafiosi stessi.
Nell’operazione “Infinito” Filippi non venne direttamente coinvolto, ma oggi è alla ribalta delle cronache per il suo arresto relativo al caso Punta Est. Ex poliziotto, già fondatore di Forza Italia, ex assessore, ex vicesindaco con il centro-sinistra, fondatore anche del Partito democratico, da poco rientrato nel partito di Berlusconi, Filippi avrebbe, secondo la procura, ricevuto mazzette e favori dal costruttore Maestri, in cambio della sua intercessione per il disbrigo di pratiche urbanistiche per le quali risultano indagati due costruttori, un professore universitario e un dirigente comunale.
Fino a qui, apparentemente, una banalissima storia di corruzione all’italiana, che potrebbe lasciarci quasi indifferenti, se non fosse che Filippi è spesso entrato in rotta di collisione con i percorsi di riappropriazione dal basso intrapresi dai movimenti cittadini in questi anni. Ciò è accaduto perché Filippi è la personificazione, il grande burattinaio, di quel “sistema Pavia” di cui la procura si premura di negare l’esistenza.
Non a caso, il sindaco Cattaneo si affretta a minimizzare il ruolo di Filippi all’interno della maggioranza che lo sostiene, dimenticandosi però che i 2500 voti portati dall’ex vicesindaco di centrosinistra al giovane forzitaliota nel 2009 sono stati fondamentali per la sua elezione al primo turno e sono valsi a Filippi la riconferma nel Cda del policlinico San Matteo. Inoltre, Filippi aveva già confermato il suo appoggio a Cattaneo in vista delle imminenti elezioni comunali.
Il primo cittadino dice di non aver ricevuto pressioni da Filippi in merito alle scelte politiche della sua giunta, ma noi non dimentichiamo che la trama tessuta da Filippi tra gli scranni del consiglio comunale, quando si trattava di votare una moratoria degli sfratti, ha determinato il voto contrario in una seduta nella quale sembrava inizialmente che si potesse arrivare a un esito diverso.
Che interesse aveva in quell’occasione Filippi? Perché il suo lavoro dietro le quinte è risultato decisivo per mutare totalmente l’indirizzo politico della maggioranza? Non si tratta di una domanda irrilevante, dal punto di vista della lotta del movimento pavese per l’abitare: questa decisione del consiglio comunale ha avuto enormi, quotidiane e tangibili ripercussioni sulle esistenze di migliaia di famiglie. Le funzioni che Filippi doveva (deve?) assolvere nel panorama politico cittadino erano quelle di garantire al blocco edilizio cittadino la continuità della rendita, di oliare la macchina comunale affinché non si inceppasse il motore della speculazione, di permettere la spartizione delle aree su cui edificare. In fin dei conti, appare quasi irrilevante il fatto che per l’adempimento di questi compiti Filippi sia stato, nel corso degli anni, retribuito più o meno illecitamente.
La questione che interessa, piuttosto, è un’altra, ovvero il rapporto tra politica e capitale immobiliare, un rapporto che determina il governo del territorio e che vede Filippi protagonista indiscusso. In una città con 25mila iscritti all’università, in cui quest’ultima incide per il 10% circa sul PIL cittadino, buona parte del quale è generato dagli affitti pagati dagli studenti, si è arrivati a un innalzamento dei prezzi delle case tale da escludere da alcune fasce del mercato immobiliare numerose famiglie di lavoratori. La speculazione ha preso il sopravvento, imponendo alla città processi di gentrification trainati dal segmento del mattone di lusso, anche grazie all’afflusso di capitali mafiosi riciclati, svelato dall’inchiesta “Infinito”. Ciò ha condotto al conclamato e lampante abusivismo edilizio dei casi di Punta Est e Green Campus, dove, su aree destinate alla costruzione di studentati a prezzi agevolati, sono sorte palazzine con appartamenti di lusso, da immettere sul libero mercato.
La speculazione edilizia è pratica così diffusa in città che persino il Policlinico San Matteo (nel cui Cda Filippi risiede stabilmente da anni) e l’università, in qualità di proprietari, rispettivamente, di vaste aree agricole e di edifici centralissimi, hanno bussato alla porta del Comune. La richiesta di ospedale e ateneo era che nel Pgt venissero modificate le destinazioni d’uso, per poter realizzare delle vere e proprie speculazioni edilizie, in grado di rimpinguare i bilanci in affanno delle due istituzioni.
Il meccanismo attraverso il quale il sistema dei partiti garantisce profitti milionari ad amici e amici degli amici è proprio la variazione di destinazione d’uso dei terreni, in grado di incrementare magicamente il valore delle aree, trasformandole da agricole o industriali in residenziali. Il servizio prestato dai politicanti ai palazzinari necessita di cospicue sovvenzioni, in soldoni, una montagna di tangenti. A fronte di ciò, nelle casse del comune restano solo le briciole derivanti dagli oneri di urbanizzazione. In alcuni casi, nemmeno le briciole, se è vero, come sostiene la procura, che Filippi abbia garantito indebitamente al palazzinaro di Punta Est l’esonero da questo pagamento relativamente alla costruzione di un centro benessere.
Come si diceva, non ci stupisce che la speculazione sfondi gli argini della legalità: non si tratta solo di criminalità urbanistica. Il vero problema è rappresentato dalla insostituibilità e immodificabilità del concreto e consolidato sistema di governo del territorio che conosciamo da almeno quarant’anni a questa parte. Dal nostro punto di vista esso si mostra come l’unica opzione possibile per il capitale di gestire la conflittualità sociale e di pilotare la dinamica delle classi. Infatti, la ridefinizione della destinazione d’uso dei suoli ha tangibili implicazioni di carattere sociale, che a Pavia hanno condotto alla produzione sproporzionata di una borghesia rentier multiforme e politicamente trasversale, annidata in ogni angolo della città. Lungo le sponde del Ticino aleggia uno spirito di ricerca del profitto senza passare dal “via” della produzione, lo stesso spirito che ha spinto i grandi costruttori ad affidarsi a Filippi per farsi aprire le porte come un ariete di sfondamento e che spinge anche i piccoli e medi proprietari alla guerra contro gli inquilini morosi.
A pagare il conto sono stati e sono tuttora i ceti subalterni, costretti ad abbandonare la città e a dirigersi verso i paesi limitrofi a causa del trend al rialzo del costo del mattone. Oggi un’ondata di sfratti impressionante, uno ogni duecento famiglie, ossia il doppio della media nazionale, colpisce lavoratori, precari e disoccupati pavesi. La forte e talvolta brutale repressione che ha colpito il movimento cittadino di lotta contro gli sfratti è volta a impedire che vengano messi in discussione i dogmi della proprietà e della rendita, unici cardini dell’economia locale.
È in questo contesto che il solito Filippi ha giocato, ancora una volta, un ruolo di prim’ordine, levando in più di una occasione le castagne dal fuoco al sindaco Cattaneo. Grazie alla sua pregressa esperienza di sbirro, ha svolto il compito di gestore dei conflitti, sfoderando alternativamente bastone e carota. Lo si è visto, talvolta, porsi in modo falsamente dialogante in funzione di controllore, nel tentativo di integrare viscidamente nelle sue reti clientelari le famiglie sotto sfratto; talaltra, lo si è visto sfruttare, in chiave repressiva, i solidi legami mantenuti con uomini chiave della questura (non a caso è stato arrestato dai carabinieri…)
Parlare della figura di Filippi e del suo arresto, dunque, non può limitarsi ad indugiare su immagini sbiadite di film poliziotteschi di inizio anni Ottanta. Ma, andando oltre la macchiettistica figura del supersbirro corrotto, guardare alla funzione che concretamente egli ha svolto fino ad oggi come trait d’union tra apparato amministrativo e vari settori della borghesia cittadina, in qualità di elemento trasversale, che si muove in modo tentacolare all’interno dei fintamente opposti schieramenti politici.
Ad un giorno dal suo arresto, nostro compito è quello di vigilare sui possibili scenari che possono aprirsi in vista delle imminenti elezioni politiche: se la fenice risorgerà nuovamente, oppure se il vuoto politico che lascerà sarà rapidamente riempito, e da chi. Ai movimenti conflittuali presenti in città l’onere di proseguire, con maggiore consapevolezza del quadro politico, le battaglie fino ad oggi intraprese e di aprire nuovi fronti di lotta nei quartieri, contro un sistema di potere coeso in difesa di interessi sideralmente opposti agli interessi di classe.

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Una Risposta to “Maestri in mazzette”

  1. Roberto Says:

    Una curiosità: il “proprietario di locali della movida pavese” appartiene o comunque ha forse a che fare con la stessa casata di cui si parla in questi articoli?

    http://archiviostorico.corriere.it/1993/febbraio/09/Pavia_veleni_nei_Palazzi_co_0_9302094730.shtml

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/02/04/protezione-sanitaria/13023/

    http://cerca.unita.it/ARCHIVE/xml/370000/366055.xml?key=Ivan+Cimmarusti&first=11&orderby=0&f=fir

    Il primo articolo (risalente addirittura al 1993, penso che GGiovannetti lo troverà MOLTO interessante) tra l’altro è incentrato sulla Figura di Ettore Filippi. Ergo: corsi e ricorsi della Storia…

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