Cent’anni di gratitudine

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In ricordo di Gabriel García Márquez
di Giovanni Giovannetti

Ah, Gabo no, te ne sei andato. Dove cominciare questo breve ricordo? Forse dalla tardiva lettura di Cent’anni di solitudine, sedicesima edizione, “Universale Feltrinelli”; o forse da quel nostro breve incontro a Sant’Antonio de los Baños, la “tua” Scuola di cinema presso La Habana.
Era la primavera 1989, e in molti bivaccavamo a Cuba in attesa di Gorbaciov, venuto a dire ai cubani che la fiesta era finita. Ne ho così approfittato per una incursione fotografica tra gli scrittori locali: Eliseo Diego… Anton Arrufat… Pablo Armando Fernandez… Miguel Barnet… A tutti chiedevo notizie di te: «Sarà a Cuba in questi giorni? Possibile vederlo?» Presi anche nota dei voli per Mexico City, dove tu, colombiano, risiedevi da molto tempo.
A La Habana ero ormai in buoni rapporti con molti, e in particolare con Tomas Gutierrez Alea detto Titon, regista e amico di entrambi. Fu lui ad aprire il varco: «Si, verrà, ti faccio sapere».
Mi fece sapere: «È qui da ieri, l’ho visto a casa di Maruccia, gli ho parlato di te e lui… eh, lui ha detto che vuole dei soldi, così lì per lì ho lasciato perdere. Ma a tarda notte salutando mi dice: “puoi dire a quel tuo amico di venire lunedì alle ore 12 alla Scuola di cinema”».
Scuola di cinema di San Antonio de los Baños, a una cinquantina di chilometri da La Habana, finanziata da Gabo anche grazie ai quattrini del “Nobel”, ottenuto nel 1982. Con Alessandra Riccio de “l’Unità” siamo lì per tempo, diciamo due ore buone prima dell’appuntamento: tra oltre 700 inviati a Cuba in quei giorni, solo a noi è dato incontrarti, al di sopra di ogni controllo e protocollo (e molti avrebbero voluto da te un’intervista, un commento…)
Sant’Antonio è un paese da Lego o cartone animato, con la piazza rettangolare e la caserma dei pompieri con i mezzi pronti a mezza porta. Qui la vita scorre lenta. La Scuola di cinema è fuori dal paese: edifici luminosi, verde, palme. Ti vediamo scendere da un’auto enorme, nera, non ricordo di quale marca, ci veniamo incontro. Saluti, si chiacchiera e intanto fotografo. Alessandra timidamente fa qualche domanda – la visita di Gorby… Fidel… l’economia… – rispondi senza reticenze, forse perché già la conosci: lei, studiosa di letteratura ispano-americana, innamorata di Cuba e Fidel l’avevi già incontrata a Città del Messico quando, nel 1968, uscì anche in Italia Cent’anni di solitudine, il tuo romanzo più famoso. Ho con me l’edizione economica Feltrinelli, vorrei la dedica: nemmeno lo chiedo, capisci: «Para Giovani, O’el amigo, Gabriel, ’89 La Habana».
1989. Il mondo sta rapidamente cambiando: 4 giugno, piazza Tienammen; 9 novembre, cade il Muro.
Ciao, amico.

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Una Risposta to “Cent’anni di gratitudine”

  1. giuseppebarreca Says:

    che ricordo fortunato…

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