Grana padano-calabrese

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di Giovanni Giovannetti

Prima del 16 luglio 2010 una manifestazione antindrangheta con a capo gli amici degli amici si era vista solo a Cosenza o a Reggio. Quella sera Pavia assiste a due opposti cortei antimafia: da una parte i cittadini incazzati neri; dall’altra, molti amici di Carlo Chiriaco e di Pino Neri, con in testa il sindaco bardato a festa e la fascia tricolore, lo stesso sindaco più volte gradito ospite a casa di “compare Pino” reduce dalle patrie galere dopo una condanna a 9 anni pernarcotraffico, lo stesso sindaco eletto l’anno prima proprio con il contributo del capo della ‘Ndrangheta lombarda.
Manifesta Ettore Filippi, l’ex assessore tutto d’un prezzo recentemente ai “domiciliari”, che aveva candidato nelle liste di “Rinnovare Pavia” le persone indicate da Chiriaco e da Neri e posto a revisore dei conti Asm il chiacchieratissimo Pietro Pilello da Palmi, suo sodale e commercialista. Manifesta suo figlio Luca (è tra i più citati nell’ordinanza del Gip milanese) che, nel maggio 2010, ha assunto ad Asm Lavori l’ingegner Francesco Rocco Del Prete, quello «nella piena disponibilità» del capo della ’Ndrangheta lombarda Pino Neri. Manifesta l’assessore Antonio Bobbio Pallavicini, l’anno prima sorpreso nei più esclusivi ristoranti della Locride in compagnia di Neri e del suo braccio politico Antonio Dieni. Manifesta l’assessore Luigi Greco (Pdl), già socio in affari della moglie prestanome dell’indagato Rodolfo Morabito (cugino di Chiriaco), dell’amante prestanome di Chiriaco e di un parente prestanome del pluricondannato per mafia e narcotraffico Salvatore Pizzata. Manifesta Valerio Gimigliano, consigliere comunale Pdl e membro del Cda dell’Azienda servizi alla persona (Asp – Chiriaco ad un certo “Peppino”: «quel consiglio di amministrazione me lo sono scelto io…»), in rapporti anche con Pino Neri. E chissà se tra i manifestanti c’era anche il fantomatico “Peppino”, a cui l’ex direttore sanitario dell’Asl pavese nell’agosto 2009 confidava la necessità di «costruire un centro di potere» a Pavia.
Assente giustificato Dante Labate: eletto nel 2005 con il contributo dell’amico e sodale Pino Neri, per Labate presenziare a una marcia antindrangheta forse è troppo.
Il sindaco Alessandro Cattaneo ora cerca la riconferma.Nella sua lista civica, un paio di candidati sono in quota a Ettore Filippi e un terzo, Giovanni Demaria, è migrato per tempo in Forza Italia. E proprio nel partito di Dell’Utri ritroviamo impuniti proprio loro: Luigi Greco, Antonio Bobbio Pallavicini, Dante Labate e Valerio Gimigliano.

Luigi Greco

«A quello gli taglio le orecchie e gliele infilo su per il culo». Non è la voce di un macellaio alle prese con un bovino recalcitrante alla macellazione, ma il linguaggio oggettivamente mafioso attribuito all’assessore ai Lavori pubblici di Pavia Luigi Greco, sorpreso a intimorire un noto avvocato pavese. Del resto in certi ambienti i toni minacciosi sono ormai consuetudine. Lo stesso ex direttore sanitario dell’Asl pavese Carlo Antonio Chiriaco (condannato in primo grado a 13 anni per associazione mafiosa) in alcune intercettazioni riferisce a un certo “Peppino” le minacce da lui rivolte all’imprenditore edile Bruno Silvestrini, «che faticava a darmi i soldi»: «…la prossima volta che ti vengo a trovare, nella migliore delle ipotesi ti mando in ospedale, nella peggiore ti sotterro…»
Ancora Chiriaco, qui intercettato in conversazione con Luca Filippi, figlio di Ettore:
Il 17 giugno 2009 Luca Filippi e Chiriaco sono in auto e parlano del neo assessore ai Lavori pubblici:

Chiriaco – Se lo sappiamo gestire abbiamo un bel si-stema…
Luca Filippi – Lo so…
Chiriaco – Non come prima che eravamo… [incompr.].
Filippi – Siamo in pochi, adesso Greco bisogna un attimo inquadrare…
Chiriaco – Greco si farà i cazzi suoi ed i suoi intrallazzini…
Filippi – Gli ha regalato il ristorante…
Chiriaco – Eh… il ristorante… allora, ufficialmente…
Filippi – Ufficialmente?
Chiriaco – Adesso è tutto di Greco, ufficialmente…
Filippi – Ho capito che non l’ha pagato lui… dove li trova i soldi…
Chiriaco – Lui non ha messo una lira, ho messo tutto io…
Filippi – Lo so che non ha una lira, è mio socio…

Chiriaco possedeva quote in tre società occulte: la Melhouse Srl e la Carriebean International Society Srl e la Pfp Srl. Melhouse ha gestito il ristorante-griglieria La Cueva in via Brambilla a Pavia, di cui l’assessore Greco deteneva il 34 per cento mentre il residuo 66 per cento era in quota a Monica Fanelli, moglie del costruttore Rodolfo Morabito, cugino di Chiriaco e tra gli indagati nell’inchiesta antindrangheta. Secondo gli inquirenti «Greco è il titolare apparente in quanto i reali soci sono Chiriaco e Giuseppe Romeo» detto “Peppino”. Quest’ultimo è il nipote di Salvatore Pizzata, un costruttore edile della Locride, da anni residente in città.
In una intercettazione ambientale del dicembre 2009 Chiriaco si vanta di essere stato insieme a Neri e Pizzata «il capo della ’Ndrangheta a Pavia». A Salvatore Pizzata rispettosamente Pino Neri dava del “voi” (i due erano anche confratelli in Massoneria). Nei primi anni Novanta Neri, Chiriaco e Pizzata condividono la proprietà della discoteca Vertigo di Pavia. Anni in cui Chiriaco comincia la sua resistibile ascesa in ambito sanitario. Il 24 settembre 1997 la Corte d’appello di Milano condanna Pizzata a due anni e dieci mesi di galera per associazione mafiosa; il 14 maggio 1998 l’imprenditore viene di nuovo condannato, questa volta per narcotraffico.
Un passo indietro. A Pavia tutti ricordano il rapimento del diciottenne Cesare Casella il 18 gennaio 1988 e – prima ancora – quello di Giuliano Ravizza la sera del 24 settembre 1981, entrambi ad opera della cosca Nirta-Strangio. Casella rimase recluso in Aspromonte per ben 743 giorni, e già allora si parlò di “talpe” locali dei calabresi. Venne poi liberato il 30 gennaio 1990, si dice anche grazie alla mediazione del capo della Locale pavese Salvatore Pizzata,

Antonio Bobbio Pallavicini

Prima dell’ondata di arresti, l’assessore pavese alla Mobilità Antonio Bobbio Pallavicini (in quota a “Rinnovare Pavia”, il movimento di Filippi) era solito narrare, con sempre nuovi particolari, le sue leggendarie vacanze estive 2009, ospite di Pino Neri in Calabria, in compagnia dell’indagato Antonio Dieni, di Rocco Del Prete e di Marco Stanisci della Polizia municipale di Pavia. Vacanze bellissime, tra persone assai reverenti verso il capo della ’Ndrangheta lombarda e i suoi graditi ospiti.
Ora Neri è agli arresti (condannato in primo grado a 18 anni di reclusione per associazione mafiosa); sono stati indagati il suo braccio politico Antonio Dieni e Francesco Rocco Del Prete, nel 2009 candidato con Filippi «nella piena disponibilità di Pino Neri». Ma che ci faceva Antonio Bobbio Pallavicini dal capo della ‘Ndrangheta lombarda a Marina di Gioiosa Jonica? L’assessore riferisce che a quel tavolo si è parlato di calcio e difende Del Prete, «che conosco da anni, ingiustamente massacrato in questa inchiesta». Insomma, un bravo ragazzo tutto casa, Neri e chiesa. Leggiamo allora come lo dipinge la Direzione distrettuale antimafia: «il 6 luglio 2009 personale della Dia documenta l’incontro tra Neri Giuseppe Antonio, Coluccio Rocco e Lucà Nicola in un bar adiacente lo studio del primo. In questa circostanza, i tre soggetti sono stati raggiunti anche da Dieni Antonio e da Del Prete Rocco Francesco nonché da altri due soggetti rimasti ignoti. Lo stesso 6 luglio 2009 si incontrano anche Neri, Dieni e Del Prete con Barranca Cosimo». Nella Richiesta della Dda al Gip, il «bravo ragazzo» viene citato ben 72 volte, pizzicato in compagnia di mafiosi o presunti tali quali Neri, Chiriaco, Cosimo Barranca (14 anni di reclusione, il mammasantissima a capo della Locale milanese), Rocco Coluccio (6 anni di reclusione, il “dottore” novarese affiliato alla Locale di Pavia, uno degli organizzatori del summit di Paderno Dugnano, a cui fra poco accenneremo, e membro della “camera di controllo” ’ndranghetista) e Nicola Lucà (12 anni di reclusione), il contabile della Locale di Cormano.

Dante Labate

L’11 dicembre 2013 su indicazione di Valerio Gimigliano e Dante Labate (dal 2003 socio dell’Immobiliare Vittoria, condivisa con Antonio Dieni e Teresa e Graziella Aloi, rispettivamente cognata e moglie di Neri), il sindaco Cattaneo nomina Luciano Lepri come suo rappresentante nel Cda del Teatro Fraschini (un informatore medico- scientifico al capezzale di un teatro?)
Chi è Lepri? Stando alle carte dell’operazione Infinito, nell’autunno 2009 qualcuno avvertì Chiriaco di stare in campana, perché il suo telefono era sotto controllo. E infatti a pagina 3283 delle Richieste antimafia si legge che: il 16 novembre 2009 «a bordo del veicolo in uso a Chiriaco Carlo» veniva captata una conversazione tra l’ex direttore sanitario dell’Asl pavese e la sua commercialista, alla quale l’odontoiatra confidava di sapere «che qualche organismo investigativo eseguiva delle mirate attività di inter- cettazione telefonica sul suo conto a causa della sua partecipazione al ricovero presso strutture ospedaliere pavesi di soggetti calabresi in stato di latitanza: “mi ha detto coso che ho il telefono sotto controllo, che avevo il telefono sotto controllo tre mesi fa. Perché venivo sospettato di essere in Questura quello che fa ricoverare i mafiosi”». E chi è “coso”? In una conversazione del 17 novembre 2009 «Chiriaco ha riferito che a fornire la notizia delle indagini era stato tale Lepri Luciano».
Altri indicano in Labate la “fonte” indiretta di Chiriaco. Nel luglio 2007 in Calabria viene arrestato Massimo Labate, fratello di Dante, consigliere comunale a Reggio Calabria, processato e poi assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa (nonostante i frequenti contatti tra Massimo Labate detto “Baccheggio” e Antonino Caridi, genero del boss Domenico “Mico” Libri). Nel corso della campagna elettorale pavese, il 29 maggio 2009 si è sentito il candidato sindaco Cattaneo lodare la buona amministrazione dell’allora sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Scopelliti (nel marzo 2014 condannato in primo grado a sei anni per abuso d’ufficio e falso in atto pubblico) salito a Pavia per sostenere Dante Labate; al candidato calabro-pavese lo aveva consigliato Chiriaco («a te che sei mio fratello…»): «così scatta il meccanismo dell’identità calabrese».
Dopo la visita a Cattaneo, a Labate e ai calabresi locali, quell’anno Scopelliti «incontra a Milano Paolo Martino, il boss della ’Ndrangheta legato alla cosca De Stefano». Martino (già latitante, precedenti per omicidio, fatti di mafia e narcotraffico) viene nuovamente arrestato per associazione mafiosa il 13 marzo 2011. Secondo gli inquirenti, è «diretta espressione» in Lombardia della famiglia reggina dei De Stefano – con cui è imparentato – e di Giuseppe Romeo e Francesco Gligora, boss delle cosche di Africo. Interrogato dal Gip Giuseppe Gennari, Martino conferma di conoscere Scopelliti, così come «suo fratello Francesco, che sta a Como e fa l’assessore. Io, signor giudice, conosco un po’ tutti».
Già in solidi rapporti con il clan vigevanese dei Valle, dall’inchiesta Infinito emergerebbero rapporti anche tra Martino e Carlo Chiriaco (da una conversazione del 28 dicembre 2008 tra l’odontoiatra e il cugino Rodolfo Morabito): Chiriaco – «l’altro giorno ho incontrato a Paolo Martino, tu dici come campa Paolo, non lo so…»; Morabito – «ma chi è questo?»; Chiriaco – «Martino, minchia… è ai livelli di Nirta eh… ora, è apparso adesso, dieci mesi… residuo pena… ora penso che non ne ha più… quando hanno ucciso a… [pausa] …no a Paolo, a coso… il maggiore, come si chiamava? Giorgio… quando hanno ammazzato Giorgio De Stefano, cioè quando… gli hanno sparato a Giorgio, no? …sono stati i Tripodi, quelli là di… Sambatello no, Tripodi… il primo a scendere… i cosi, è stato lui, quello che gli ha ammazzato il cognato poi a Tripodi, lui era uno che… [inc.]… anni… [inc.]…».
E come dimenticare il 1° dicembre 2008 – due anni prima degli arresti in conclusione dell’indagine Infinito – il duro attacco di Dante Labate a Irene Campari in Consiglio comunale per una allusione di Campari ai rapporti tra Chiriaco e il clan vigevanese dei Valle. Quella sera si discuteva la proposta di costituire la Commissione antimafia comunale, che qualcuno – è il caso di Luca Filippi, figlio di Ettore nonché consigliere comunale – vedeva come conseguenza di un «ingiustificato allarmismo».

Valerio Gimigliano

Rapporti tra Valerio Gimigliano e Pino Neri emergono da una intercettazione del 23 giugno 2009, in cui Neri manifesta ad Antonio Dieni la delusione per la mancata elezione di Del Prete in Consiglio comunale. Nel racconto degli investigatori, Neri «ipotizza che qualcuno li abbia venduti» e accusa Ettore Filippi. Il capo della ’Ndrangheta lombarda lo avrebbe saputo personalmente da Gimigliano, che si sarebbe presentato a Neri e Antonio Dieni per sapere chi avessero appoggiato. Alla notizia che il favorito era stato Rocco Del Prete, candidato nella lista di Rinnovare Pavia, Gimigliano avrebbe avvertito Neri e Dieni che Del Prete «lo hanno trombato; anzi, lo hanno preso in giro». A Gimigliano lo avrebbe confessato nientemeno che Luca Filippi, il figlio di Ettore (Antonio Dieni: «ma guarda che pezzi di merda… ma voi due parole non volete che le diciamo a questo, no?»; Pino Neri: «Certo che gliele diciamo»; Dieni: «Che cosa c’entrava andare a dire a Gimigliano che lo hanno trombato»; Neri: «Andiamo a dirgli qualcosa, andiamo a trovarlo»; Dieni: «Ma uno i fatti suoi non può farseli?»: Neri: «No»; Dieni: «Ma sono cose incredibili […] Adesso comunque il calvario è finito»; Neri: «Sì, è finito… adesso vediamo cosa diranno per parare questo colpo… ma vah… io sono amico di Ciocca… parlando con lui non disse niente»). Rocco Del Prete (primo tra i non eletti di Rinnovare Pavia) era in corsa per un posto quale rappresentante comunale nel Cda dell’Azienda servizi alla persona (Asp), poi assegnato a Gimigliano. Un unico dubbio: dalla conversazione non emerge con chiarezza se Neri e Gimigliano stanno commentando l’insuccesso elettorale o la successiva «trombatura» di Del Prete all’Asp.
Lo stesso Gimigliano che l’anno prima avevano definito «superfluo» un emendamento antimafia alle linee guida del Piano di governo del territorio. lo stesso Gimigliano che, dopo una lettera di Elio Veltri al Consiglio comunale (lettera in cui si denunciava la presenza delle cosche in città), invitò l’allora sindaco Capitelli di centrosinistra «a richiedere un parere legale per accertare se» in quella missiva o nei testi citati da Veltri sussistessero «gli estremi della diffamazione o altro per la valutazione di una eventuale azione legale con la conseguente costituzione di parte civile del Comune» (interpellanza del 26 novembre 2007). Tutto questo, scrisse Gimigliano, «a tutela del nome della città e/o dell’amministrazione cittadina».

Alessandro Cattaneo

Maggio 2009. L’inconsapevole futuro sindaco di Pavia Alessandro Cattaneo è più volte gradito ospite alle cene del capo reggente della ’Ndrangheta lombarda Pino Neri (un sospettabile avvocato tributarista, reduce da 9 anni di reclusione per narcotraffico) e ai vari ricevimenti accompagnati dal tradizionale nonché benaugurante “taglio della caciotta”.
Cinque mesi dopo aver brindato all’elezione di Cattaneo – vittorioso “a sua insaputa” con i voti della mafia – il 31 ottobre 2009 Pino Neri innalzerà di nuovo il suo calice al Circolo “Falcone e Borsellino” di Paderno Dugnano per festeggiare la ritrovata concordia tra le Locali padane e la terra madre dopo che, il 14 luglio 2007, al bar “Reduci e combattenti” di San Vittore Olona, profondo nord, il futuro pentito di ‘Ndrangheta Antonino Belnome e Michel Panajia avevano ammazzato Carmelo Novella da Gurdavalle (Catanzaro), che mirava a una maggiore autonomia dalla terra madre: «fare da soli»? Nemmeno a parlarne, e lo sparano, su mandato del compaesano Vincenzo Gallace, un tempo alleato del Novella poi sodale di altre storiche famiglie guardavallesi “di rispetto”, come gli Andreacchio, migrati ad Anzio e Nettuno, arrestati nel luglio 2010 per associazione mafiosa.

Ha proprio ragione Marco Vitale quando, sul “Corriere della Sera” del 28 luglo 2010, afferma che «la Lombardia si sta muovendo, fatte le dovute e per ora grandi distinzioni, verso il modello Calabria». Vitale pone l’accento sulla corruzione e aggiunge che «la sottovalutazione del fenomeno è la premessa prima per il radicamento e lo sviluppo delle mafie».
Parole che trovano puntuale riscontro in Nicola Gratteri, procuratore aggiunto a Reggio Calabria: «Ieri erano i mafiosi ad andare dai politici; oggi sono i politici a rivolgersi ai capimafia; ora il mafioso, essendo ricco, può anche corrompere, creando convergenze con la politica e il potere economico».
Ce lo confermano le carte dell’indagine Infinito, là dove i magistrati antimafia scrivono che la ’Ndrangheta in Lombardia sta prendendo piede nelle istituzioni, diffondendosi «non attraverso un modello di imitazione, nel quale gruppi delinquenziali autoctoni riproducono modelli di azione dei gruppi mafiosi, ma attraverso un vero e proprio fenomeno di colonizzazione, cioè di espansione su di un nuovo territorio, organizzandone il controllo e gestendone i traffici illeciti, conducendo alla formazione di uno stabile insediamento mafioso in Lombardia». Come affermano i magistrati antimafia, «ciò che distingue la criminalità comune dalla criminalità mafiosa è la capacità di quest’ultima di fare sistema, di creare un medesimo blocco sociale con esponenti della classe dirigente locale, di creare rapporti tra le classi sociali, di costruire rapporti di reciproca convenienza […] Tali rapporti si possono ricondurre alla nozione di “amicizia strumentale” caratterizzata da scambio di risorse tra “gli amici”, continuità nello scambio e dalla natura aperta di tale amicizia, nel senso che ciascuno degli amici agisce come “ponte” per altri “amici”. […] I mafiosi hanno interesse a instaurare questi rapporti in quanto ciò consente loro di aumentare il proprio capitale sociale (e di conseguenza anche quello dell’associazione); di entrare a far parte della rete di rapporti del soggetto, con ulteriore incremento della rete di rapporti; di porsi come punto di raccordo tra le reti di rapporti facenti capo ai vari individui con cui entrano in contatto, esercitando una sorta di mediazione tra ambienti sociali», così da offrire «sbocchi per investimenti imprenditoriali, coperture a vari livelli, con conseguente integrazione della ’Ndrangheta nella società civile e abbandono di un atteggiamento di contrapposizione nei confronti di quest’ultima […] il sodalizio criminoso passa così da corpo separato a componente della società, e pertanto più pericoloso in quanto in grado di mimetizzarsi».
E cosa dovrebbe fare la politica? Ad esempio, prestare ascolto a Paolo Borsellino: «L’equivoco su cui spesso si gioca è questo: quel politico era vicino ad un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la magistratura non lo ha condannato quindi quel politico è un uomo onesto. E no, questo discorso non va perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire, beh, ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire quest’uomo è mafioso. Però siccome dalle indagini sono emersi altri fatti del genere altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato quindi è un uomo onesto. Il sospetto dovrebbe indurre soprattutto i partiti politici quantomeno a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti anche se non costituenti reati» (Borsellino all’Istituto tecnico professionale di Bassano del Grappa, il 26 gennaio 1989).
E cosa fa invece la “politica” in saldo, a destra così come a sinistra? La “politica” tace, e se parla era da preferire silente.
Nel volantino qui sopra riportato, Insieme per Pavia fa i nomi dei cinque candidati coinvolti nell’inchiesta antimafia Infinito, tutti appartenenti al partito di Dell’Utri, ricevendo minacce di querela. Prontamente si registra la solidarietà di molti militanti e candidati del Partito democratico (Davide Ottini, Ottavio Giulio Rizzo, Davide Lazzari, Riccardo Montagna, Luigi Duse, Silvia Vinci, Angela Mariani fra gli altri). Solidarietà a Insieme per Pavia? No, solidarietà ai cinque amici degli amici, arrivando a definire «insulti ed invettive personali pesantissime» notizie che trovano puntuale riscontro in atti giudiziari, e «provocatori» gli autori del volantino. Passi per chi tra costoro ha “solo” perso un’ottima occasione per starsene zitto (quel silenzio che solitamente è a loro assai congeniale), ma che ci fa Silvia Vinci, iscritta sì al Pd ma anche a Libera, in questa allegra compagnia?
Il Pd e il suo “doppio”. Dopo il candidato sindaco iscritto a Legambiente (ma scelto tra chi, fedele alla linea, aveva dato prova di affidabilità votando una lottizzazione abusiva) ecco ora la candidata consigliera “antimafia” che spaccia per «insulti ed invettive personali pesantissime» alcune notizie sui candidati amici degli amici riprese da atti giudiziari.
Curioso poi riscontrare che gli unici a pagare davvero al fine sono stati Neri e Chiriaco; prima riveriti, poi “scaricati” dai loro compagni di merende elettorali, gli stessi baciapile che prima di quel 13 luglio 2010 reverenti avevano lucrato benefici politici.
Neri e Chiriaco, ma anche i loro famigliari. E lo sa bene la famiglia di Chiriaco, gravemente ammalatosi in carcere, come ha potuto accertare la stessa perizia di Stato: scaricati dagli “amici” a loro non sono rimasti che i “nemici”, gli unici disponibili a sottoscrivere un appello umanitario per il passaggio del loro congiunto agli arresti domiciliari.

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