Il “Compagno F”

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La mai finita Tangentopoli pavese
di Giovanni Giovannetti

Nella classifica delle peggio città settentrionali per qualità della vita, prima di Pavia c’è solo Imperia, il feudo degli Scajola (l’ex ministro Claudio detto “Sciaboletta” e l’ex sindaco Alessandro, suo fratello).
Del resto, la città lombarda – «sindaco italiano più amato» a parte – non pare incline ai primati; sicché figura seconda dopo Padova anche nella classifica italiana delle città più inquinate. E non tragga in inganno quel quinto posto mondiale (prima città italiana) nello sniffo pro capite di coca; o quell’altro primato con cui si pavoneggia – prima assoluta per spesa pro capite nel gioco d’azzardo – poiché certe classifiche trovano il tempo che trovano.
Eterna seconda. Tuttavia, a dare buona stampa alla città delle eccellenze sanitarie concorre ormai da tempo l’ardimentoso operato di taluni pavesi: chirurghi «crudeli» come Pier Paolo Brega Massone, condannato all’ergastolo per aver volontariamente procurato la morte di 4 pazienti e lesioni gravi ad altri quaranta; oculisti come Aldo Fronterrè, agli arresti dopo aver decretato semicieco un sanguinario killer di Camorra dalla mira infallibile; odontoiatri come Carlo Chiriaco, condannato in primo grado a 13 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.
Fuori da ospedali e cliniche, nel salotto buono di piazza Vittoria si incrociavano tributaristi come il calabrese Pino Neri, capo reggente della ‘Ndrangheta lombarda e “grande elettore” del «sindaco più amato d’Italia» (condannato in primo grado a 18 anni di reclusione) e politici tutti d’un prezzo come il dirimpettaio Ettore Filippi, l’ex vicesindaco sodale di Neri e del «sindaco più amato d’Italia», arrestato per alcuni pubblici favori a privati cementificatori di cui era a libro paga (insomma, corruzione).
Sarà per caso, ma non c’è inchiesta di un certo qual rilievo nazionale che non abbia fascicoli aperti su Pavia e dintorni, a partire dall’indagine antindrangheta Infinito (oltre a Neri e Chiriaco, manette e condanna anche per il capolocale Franco Bertucca) e a finire con la retata di Expo2015: arresto per Enrico Maltauro (proprietario dell’area Chatillon alle porte di Pavia) e indagine aperta su Daniela Troiano, direttore generale dell’azienda ospedaliera pavese.

Le trinità

Expo2015. Una “trinità” composta dal postcomunista Primo Greganti, da Sergio Cattozzo dell’Udc e dal postdemocristo Gianstefano Frigerio è sorpresa dall’antimafia nel gestire intrallazzi, spartire favoritismi e incassare tangenti. Un copione ben noto a Pavia.
Un passo indietro e siamo al 26 marzo 1992: in riva al Ticino vengono arrestati il democristiano Giuseppe Girani e il comunista Giuseppe Inzaghi, membri del Cda dell’ospedale San Matteo; il primo detiene la delega al patrimonio, il secondo all’edilizia. Sono al vertice di una «cupola» che lucra sugli appalti al San Matteo, «una congrega di politici e amministratori – come scrive il 5 luglio 2010 il direttore della “Provincia pavese” Sergio Baraldi – che avevano trasformato reparti e lavori che servivano per ampliare l’ospedale, in un losco giro di tangenti». Baraldi rincara poi la dose: «Ci accorgiamo che una vera e propria associazione a delinquere, invece di fare politica al servizio dei cittadini, si preoccupava di dirigere i propri affari, di occupare le istituzioni per spremere denaro ed accrescere il suo potere». Associazione a delinquere? Il 4 giugno vengono incarcerati altri membri del Cda: il socialista Luigi Panigazzi, il comunista Armelino Milani (morto nel 1994) e il democristiano Albini. Come spiegherà Panigazzi, «le bustarelle, erano un sistema, non si poteva fare diversamente…»
Così la Ivces costruzioni di Vigevano otterrà l’appalto del valore di 15 miliardi in lire per la nuova Ematologia, versando 350 milioni in tangenti; la Castagnetti (impianti di condizionamento) esborserà 108 milioni – il 10 per cento – «per non essere estromessa dalla gara»; la Bull Honeywell donerà alla “cupola” 50 milioni in contanti per ottenere l’appalto dell’informatizzazione del Policlinico. Cifre minori saranno versate dalla Sorin (valvole cardiache), dalla Florenzia (settore costruzioni) e dalla Siemens (multinazionale delle apparecchiature elettromedicali).
Ma la madre di tutte le tangenti (560 milioni in comode rate da 100 milioni brevimano, più o meno equamente divisi tra Dc, Psi e Pci-Pds) è quella versata per la costruzione dei Reparti speciali, il cosiddetto “palazzone”: appalto affidato alla Cogefar-Impresit (gruppo Fiat) per 2 miliardi e 842 milioni di lire. L’impresa infine verrà a costare oltre 45 miliardi.
Così la raccontano Fabrizio Guerrini e Filiberto Mayda in Mala Pavia scritto “a caldo” nel 1992: «Nel 1990, con la gestione di Trespi [Virginio Trespi, democristiano, presidente del Cda del San Matteo], viene presentata la perizia di completamento; 28 miliardi e 253 milioni ed il Consiglio di amministrazione ne approva la delibera. […] Il progetto Cogefar-Impresit è del tipo “chiavi in mano”, un appalto-concorso, visto e rivisto da apposite commissioni tecnico-scientifiche ed elaborato secondo le norme Cee sulla trasparenza. Tant’è che, in tangenti, costerà oltre mezzo miliardo».
Un anno prima, il 3 febbraio 1991 al congresso di Rimini, il Partito comunista era confluito nel Partito democratico della sinistra (Pds). L’ex sindaco di Vigevano Luigi Bertone ne è il segretario provinciale. Due giorni dopo l’arresto di Inzaghi e Girani, al quotidiano locale Bertone dichiara che, di fronte a una storia così grave, andava fatta giustizia, invitando a «ricostruire nuove regole» perché l’accaduto non poteva essere liquidato «come un semplice incidente». Il democristiano Girani si mantiene zitto e cheto (vuoterà il sacco solo due mesi dopo) anche se lì per lì si assume ogni responsabilità contabile in quanto amministratore del partito, offrendo così più di un paracadute al segretario provinciale Luigino Maggi.
Più loquace un frastornato nonché “pentito” Inzaghi. Per le mazzette al Policlinico accusa Girani di essere stato «il referente della Democrazia cristiana e di tutti i partiti» dando addosso altresì al suo segretario politico: «Avevo ricevuto l’incarico di seguire l’attività di Girani e di informare lo stesso Bertone del progredire di tutte le pratiche che avrebbero avuto un ritorno economico per il mio partito […] Bertone svolgeva il ruolo di collettore del denaro destinato a finanziare il Pds […] lo stesso Bertone disse a me e a Milani che il referente per ricevere il denaro delle tangenti del Policlinico era, per il Pds come per la Dc e il Psi, Giuseppe Girani. […] In più occasioni Girani si è recato presso la federazione Pci/Pds, rivolgendosi direttamente a Bertone, sia per consegnare denaro sia per discutere di problemi in generale».
Di fronte al pm Vincenzo Calia, Inzaghi aggiunge che la tangente pagata dalla Ivces venne subito consegnata «direttamente a Bertone». E ancora: dal segretario provinciale della Quercia «mi fu chiesto se, nell’ambito dei programmi di edilizia ospedaliera del San Matteo, era possibile affidare alcuni lavori a CoopSette, che era stata indicata a Bertone dagli organi regionali del partito». Secondo Inzaghi, «Bertone si era particolarmente impegnato nel risolvere il problema dei ritardi nel rilascio delle concessioni edilizie per la realizzazione della nuova Ematologia».
Nell’aprile 1990 Bertone era assessore comunale pavese all’Urbanistica. C’era da ristrutturare l’ex padiglione “contagiosi” – l’attuale clinica di Ematologia – da parte della Ivces per un importo indicato in tre miliardi di lire (infine se ne spenderanno tredici!) e il presidente Trespi chiede al Comune l’aumento dell’indice di utilizzazione fondiaria, in deroga al Piano regolatore. L’approvazione, nel febbraio 1991, «consentirà al San Matteo di edificare su 17.000 metri quadrati fuori dalle regole del Piano regolatore», come sottolineano gli autori di Mala Pavia.
Il 4 giugno 1992 Bertone si ritrova in carcere insieme a democristiani, socialisti e altri comunisti, accusato di corruzione, concussione e associazione a delinquere. Lo denuncia anche Girani: «Ho portato io a Bertone una quota dei 100 milioni della Ivces (20 milioni in contanti). In quell’occasione dissi a Bertone che per i successivi versamenti avrebbe dovuto pensarci direttamente Inzaghi, che nel frattempo mi era stato indicato da Bertone come colui al quale avrei dovuto consegnare i soldi per il Pci».
Nonostante le ricostruzioni circostanziate, Bertone si è sempre dichiarato estraneo alla vicenda, così come Armelino Milani.
Tuttavia, nel marzo 1993 lui e Girani sono di nuovo agli arresti domiciliari. Bertone è accusato di tentata concussione: una mazzetta di 200 milioni – e altre concordate ma non consegnate – per l’affare mai realizzato del teleriscaldamento in città (dopo Tangentopoli, nel 1992 saltò tutto), metà della cifra sarà intascata dal Pci. L’indagine si concluse con l’arresto dell’assessore regionale Giancarlo Magenta (Psi), del consigliere comunale Roberto Portolan (Psi) e dell’ex assessore comunale pavese ai Lavori pubblici Giovanni Grieco (Dc).
Tutti assolti. Bertone lo troveremo nuovamente inquisito, ancora nel 1993, per un appalto truccato al Bosco Negri, e infine condannato a 1 anno e 4 mesi per corruzione e finanziamento illecito dei partiti, dopo aver patteggiato per un giro di bustarelle volto a favorire l’edificazione di un parcheggio lungo il Ticino. Patteggiarono anche altri inquisiti: il consigliere comunale Renzo Cavioni (Psi, 8 mesi); e gli imprenditori Danilo Brera, Pietro Pecora, Vittorio Pacchiarotti e Augusto Graziadei, tutti e quattro condannati a 1 anno e 3 mesi.
Dall’inchiesta milanese di “Mani Pulite” il Pds emerge con meno graffi di altri: il partito – scrive l’ex cronista di giudiziaria de “l’Unità” Marco Brando – non aveva partecipato in modo diffuso e organico alla spartizione delle tangenti: «Ma uscì pure che non ne aveva bisogno, perché la Lega della cooperative otteneva una quota di appalti concordata e poi finanziava – diciamo legalmente – il Pci-Pds. Solo a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta gli altri partiti, prima beneficiari di soldi attraverso l’incasso di soldi provenienti da tangenti vere e proprie versate dalle aziende vincitrici di appalti pubblici, cominciarono col chiedere» a Milano come a Pavia «che anche il Pci-Pds seguisse la stessa trafila. Così si passò dal finanziamento formalmente legale attraverso le coop all’unico calderone di mazzette in cui anche una parte dell’ex partito comunista dovette attingere».
La stagione pavese di “Mani pulite” cade grossomodo negli anni in cui in Procura operano magistrati di valore come Vincenzo Calia (dal maggio 2002 è a Genova; nel 2008 è nominato procuratore aggiunto) o come il futuro presidente della sezione penale presso il Tribunale pavese Cesare Beretta.
Beretta si spinge persino ad inquisire “intoccabili” come Gian Carlo Abelli detto “il faraone”, il ras della sanità in Lombardia. Era il 13 febbraio 1985 quando il “faraone” venne arrestato – insieme a Dino Landini e al cognato Claudio Gariboldi – con l’accusa di peculato e concorso in truffa. Gariboldi è il fratello di Rosanna, l’ex assessore provinciale pavese e moglie di Abelli balzata nel 2009 agli onori delle cronache per alcuni movimenti in denaro “sporco” dell’amico e sodale ciellino Giuseppe Grossi presso un conto cifrato (17964 A) alla banca J. Safra di Montecarlo condiviso con il marito.
1985, altri tempi? A Tangentopoli mancano sette anni e c’è ancora la Democrazia cristiana, il partito per il quale si industriava l’allora apprendista “faraone”. Tra gli arrestati figurano il “compagno G” Primo Greganti e Gianstefano Frigerio.
1985. A Expo2015 di anni ne mancano trenta: di nuovo arrestati Frigerio e il “compagno G”.
Il costruttore Grossi, ormai deceduto, lo ricordiamo in affari con Mario Resca (erano anche proprietari dell’ex zuccherificio di Casei Gerola in Oltrepo), l’imprenditore vicinissimo a Paolo e Silvio Berlusconi, nonché direttore generale del Ministero dei Beni culturali e vicepresidente della Sesto Immobiliare (la società di Davide Brizzi che nel 2008 – in cordata con il Consorzio cooperative costruzioni di Bologna, Bancaintesa, Unicredit, un Fondo coreano e uno americano – ha acquistato da Luigi Zunino l’area Falk di Sesto San Giovanni), al centro dello scandalo mazzette che ha visto coinvolto anche l’ex sindaco e presidente della Provincia di Milano Filippo Penati (Pd), candidato governatore per il centrosinistra alle elezioni regionali lombarde nel 2010.

La casta ci costa

A “sinistra”, la moralità della casta ci è oggi restituita da personaggi quali Penati (Partito democratico, ex presidente della Provincia, ex responsabile della segreteria politica di Bersani, già candidato nel 2010 alla presidenza della Regione Lombardia), a giudizio per concussione, corruzione e finanziamento illecito ai partiti. La storia è nota: quando era sindaco di Sesto San Giovanni, per la modifica del Prg cittadino (l’inserimento di alcune autorizzazioni edilizie volte a favorire speculazioni sull’ex area Falk e sull’ex Magneti Marelli), Penati avrebbe preteso da Giuseppe Pasini mazzette per 20 miliardi delle vecchie lire, di cui “solo” 5 miliardi e 750 milioni sarebbero stati infine versati, tra contanti consegnati a mano e la permuta di terreni dal diverso valore.
Secondo la procura di Monza, i soldi sarebbero serviti a finanziare l’attività degli allora Democratici di sinistra.
Una brutta storia, non diversa da un’altra, meno nota: quando era presidente della Provincia di Milano, nel 2005 Penati comprò dal defunto Marcellino Gavio il 15 per cento delle azioni dell’autostrada Milano-Serravalle. Così la racconta Marco Travaglio: «preceduto da una serie di telefonate di Pierluigi Bersani, Penati gli ha garantito una ricca buonuscita, strapagandogli le azioni. Una plusvalenza di 175 milioni di euro, di poco successiva all’ingresso di Gavio nelle scalate di Gian Piero Fiorani [il capocordata dei “furbetti”, in manette nel 2005] all’Antonveneta e di Consorte – & furbetti al seguito – alla Bnl». Delle azioni Milano-Serravalle, il compianto Gavio ne parla in alcune intercettazioni telefoniche: «sto facendo un pensierino sottovoce a vendere tutto per 4 euro». Dopo l’intervento di Bersani, Penati compra con il pubblico denaro le azioni di Gavio a 8,83 euro per azione.
Per un decennio Bruno Binasco è stato amministratore delegato del gruppo Gavio e braccio destro dell’imprenditore (fra l’altro Gavio è primo azionista di Impregilo, il principale gruppo italiano di costruzioni). A lui danno il benservito del luglio 2013.
Binasco lo ricordiamo agli arresti nel 1993 per una mazzetta di 150 milioni a Primo Greganti, il “compagno G” coinvolto in Tangentopoli, l’omertoso funzionario postcomunista infine condannato a 2 anni e 6 mesi di carcere per il finanziamento illecito del suo partito. Nel 2008 Binasco si era impegnato ad acquistare un immobile da Pietro Di Caterina, titolare della Caronte srl, un imprenditore che vantava cospicui crediti nei confronti di Penati, soldi che l’ex presidente della Provincia aveva promesso di restituire. Una clausola del preliminare di compravendita tra Binasco e Di Caterina stabiliva la generosissima caparra di 2 milioni qualora l’uomo di Gavio non fosse passato all’acquisto entro il 2010. Inutile sottolineare che le cose sono andate proprio così, a conforto di chi sospetta che la somma fosse in onore del dovuto “Democratico” a Di Caterina.

Il “Compagno F”

E Pavia? In città molti ancora ricordano l’operato di Stefano Francesca, funzionario genovese in quota Bersani. Si faceva chiamare «dottore» ma non era laureato. Passava per giornalista ma non era iscritto all’Ordine. Come informava la sua nota biografica, «dal 1998 è socio fondatore della cooperativa Mandragola» di Grugliasco presso Torino, una associazione di giornalisti nata nel 1992. Diceva di essere tra i primi membri della genovese Fondazione De Andrè, insieme a Dori Ghezzi e ai figli; ma nella pagina web della Fondazione, dove sono pubblicate la storia e lo Statuto, il suo nome non compare. Pare che Battisti gli avesse dedicato una canzone. Non è Francesca ma Confusione.
Il “Compagno F” emulo del “Compagno G”? Chi può dirlo. Certo è che i pubblici fondi della prima edizione del Festival dei Saperi – congegnato dal Francesca e fiore all’occhiello dell’amministrazione di centrosinistra Capitelli (oltre un milione di euro per cinque giorni di conferenze: quattro volte più del necessario) – andarono a ingrossare le tasche di alcune aziende d’area, di amici di amici e di Francesca, rispedito a Genova e subito incarcerato nel maggio 2008, a conclusione dell’inchiesta su Mensopoli, con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e alla turbativa d’asta: in alcune intercettazioni, il “Compagno F” parla di fatture fittizie a Gino Mamone – imprenditore in presunto odore di mafia indagato nel 2005 dalla procura di Alessandria per la bonifica illegale delle aree Ip di La Spezia e dell’ex Shell di Fegino presso Genova – da parte della Wam&co di Francesca, fatture necessarie a coprire tangenti (nell’aprile 2010 patteggerà un anno e mezzo di pena). Sono gli stessi “amici” che un anno prima avevano suggerito idee e lavorato “gratuitamente” e nell’ombra alla privatissima campagna elettorale del futuro sindaco. Una volta eletta, Capitelli ha finalmente saldato i sospesi, usando però i soldi dei contribuenti, e cioè una parte rilevante del pubblico denaro speso impunemente per la prima edizione del Festival.
Secondo recenti calcoli, ad ogni italiano la corruzione costa circa mille euro annuali: 60 miliardi tondi, neonati inclusi. Alcuni assessori di quella triste stagione sono oggi nuovamente candidati. È forse questa l’improrogabile alternativa politica e morale al centrodestra dei Cattaneo, dei Labate, dei Gimigliano, dei Greco, dei Bobbio Pallavicini e altri amici degli amici?

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