Giù la cler

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Mafie lombarde. Cuccatevi questo utile ripasso
di Giovanni Giovannetti

Avevo meditato di titolare Perle ai pirla questo mio testo di parziale congedo (dal 1° giugno Direfarebaciare passerà in altre mani). Fatico a riconoscermi nella città in cui vivo, nella sua mediocre classe dirigente e l’ancor più mediocre borghesia che la abita. Ma fatico anche a riconoscermi nella “mia” sinistra, sempre più piccina e infantile, sempre più inutile.

Maggio 2009. L’inconsapevole futuro sindaco di Pavia Alessandro Cattaneo è più volte gradito ospite alle cene del capo reggente della ’Ndrangheta lombarda Pino Neri (un sospettabile avvocato tributarista, reduce da 9 anni di reclusione per narcotraffico) e a più d’un ricevimento accompagnati dal tradizionale nonché benaugurante “taglio della caciotta”.
Cinque mesi dopo aver brindato all’elezione di Cattaneo – vittorioso “a sua insaputa” con i voti della mafia – il 31 ottobre 2009 Pino Neri innalzerà di nuovo il suo calice al Circolo “Falcone e Borsellino” di Paderno Dugnano per festeggiare la ritrovata concordia tra le Locali padane e la terra madre dopo che, il 14 luglio 2007, al bar “Reduci e combattenti” di San Vittore Olona, profondo nord, il futuro pentito di ‘Ndrangheta Antonino Belnome e Michel Panajia avevano ammazzato Carmelo Novella da Gurdavalle (Catanzaro), che mirava a una maggiore autonomia dalla terra madre: «fare da soli»? Nemmeno a parlarne, e lo sparano, su mandato del compaesano Vincenzo Gallace, un tempo alleato del Novella poi sodale di altre storiche famiglie guardavallesi “di rispetto”, come gli Andreacchio, migrati ad Anzio e Nettuno, arrestati nel luglio 2010 per associazione mafiosa.
13 luglio 2010, San Enrico. A seguito dell’indagine Infinito/Crimine trovano la via del carcere 174 tra affiliati e fiancheggiatori al ramo lombardo della ’Ndrangheta calabrese. Fra gli altri, ai ferri per concorso esterno in associazione mafiosa il direttore sanitario dell’Asl pavese Carlo Chiriaco, colui che l’anno prima stava tra i curatori della campagna elettorale dell’imberbe Cattaneo. E con Chiriaco torna agli arresti lo stesso Pino Neri, quale figura apicale della “Lombardia” – la “cupola” regionale della ‘Ndrangheta – gestita insieme ai fratelli Mandalari di Bollate e con Cosimo Barranca di Segrate.
Per taluni è un fulmine a ciel sereno, a partire da Gian Valerio Lombardi, prefetto di Milano: nel gennaio 2010 – solo pochi mesi prima – assai temerariamente si era spinto ad affermare che in Lombardia «la mafia non esiste».
Dall’indagine Infinito emerge invece che la ’Ndrangheta in Lombardia eccome se esiste, e sta prendendo piede nelle istituzioni, diffondendosi «non attraverso un modello di imitazione, nel quale gruppi delinquenziali autoctoni riproducono modelli di azione dei gruppi mafiosi, ma attraverso un vero e proprio fenomeno di colonizzazione, cioè di espansione su di un nuovo territorio, organizzandone il controllo e gestendone i traffici illeciti, conducendo alla formazione di uno stabile insediamento mafioso in Lombardia». Del resto, come si legge nell’Ordinanza di custodia cautelare, «ciò che distingue la criminalità comune dalla criminalità mafiosa è la capacità di quest’ultima di fare sistema, di creare un medesimo blocco sociale con esponenti della classe dirigente locale, di creare rapporti tra le classi sociali, di costruire rapporti di reciproca convenienza […] Tali rapporti si possono ricondurre alla nozione di “amicizia strumentale” caratterizzata da scambio di risorse tra “gli amici”, continuità nello scambio e dalla natura aperta di tale amicizia, nel senso che ciascuno degli amici agisce come “ponte” per altri “amici”. […] I mafiosi hanno interesse a instaurare questi rapporti in quanto ciò consente loro di aumentare il proprio capitale sociale (e di conseguenza anche quello dell’associazione); di entrare a far parte della rete di rapporti del soggetto, con ulteriore incremento della rete di rapporti; di porsi come punto di raccordo tra le reti di rapporti facenti capo ai vari individui con cui entrano in contatto, esercitando una sorta di mediazione tra ambienti sociali», così da offrire «sbocchi per investimenti imprenditoriali, coperture a vari livelli, con conseguente integrazione della ’Ndrangheta nella società civile e abbandono di un atteggiamento di contrapposizione nei confronti di quest’ultima […] il sodalizio criminoso passa così da corpo separato a componente della società, e pertanto più pericoloso in quanto in grado di mimetizzarsi».
Innovazione e tradizione: il summit ’ndranghestista di Paderno Dugnano ripropone «i medesimi personaggi, i medesimi luoghi di ritrovo, la stessa simbologia, terminologia, doti, cariche» di quello tenuto a Novate Milanese il 30 maggio 1998, subito dopo il sequestro di Alessandra Sgarella, «e ciò a testimonianza di una sostanziale continuità della ’Ndrangheta, sempre legata alla tradizione ma capace di cogliere le trasformazioni sociali e di adattarsi alle nuove realtà locali».
La ’Ndrangheta ha colonizzato la Lombardia con almeno 20 Locali, di cui 15 individuate a Milano, Cormano, Bollate, Bresso, Corsico, Legnano, Limbiate, Solaro, Pioltello, Rho, Pavia, Canzo, Mariano Comense, Erba, Desio e Seregno: «Qua in Lombardia siamo cinquecento uomini, Cecé; non siamo uno», riferisce il 13 giugno 2008 il capo della Locale di Bresso, Saverio Minasi, a Vincenzo Raccosta, della Locale di Oppido Mamertina in Calabria. La Procura antimafia sottolinea che «la ’Ndrangheta è largamente presente e attiva in Lombardia, sia in termini di attività sia in termini di associati, disvelando un penetrante controllo del territorio».
Nelle sole regioni del nord, oltre 8.000 negozi sono gestiti direttamente dalle mafie inabissate dei colletti bianchi. In Italia, 180.000 esercizi commerciali sono sottoposti all’usura, con tassi d’interesse in media del 270 per cento: un movimento in denaro di 12,6 miliardi che va a sommarsi al ricavato delle estorsioni (circa 250 milioni di euro), della droga (59 miliardi di euro), delle armi (5,8), della contraffazione (6,3), dei rifiuti (16), dell’edilizia pubblica e privata (6,5), delle sale gioco e scommesse (2,4), della compravendita di immobili, della ristorazione, dei locali notturni, ecc. Uomini cerniera mantengono i collegamenti con il mondo dell’economia, della politica e della finanza. Le mafie condizionano l’intera filiera agroalimentare (7,5 miliardi di euro) interagendo con segmenti della grande distribuzione.

L’azzardo

In altri tempi la “’Ndrangheta rurale” si dedicava a rapimenti e all’usura. A Vigevano operava il clan dei Valle. Vennero condannati per usura nel maggio 1993. Francesco Valle detto “don Ciccio”, della cosca Condello di Reggio Calabria, era giunto a Vigevano nei primi anni Ottanta. In Lomellina prestava denaro ai commercianti e ai piccoli artigiani del calzaturiero bisognosi di liquidità immediata, praticando interessi del 35 per cento al mese e del 400 per cento all’anno; interessi estorti con minacce, violenze e intimidazioni dal figlio Fortunato – «la mente del clan» –, dal genero Fortunato Pellicanò e dal nipote Leone Lucisano, i suoi “esattori”.
A Vigevano il clan affiliava una trentina di persone. Ritroviamo oggi la cosca in provincia di Milano. Siamo alla “politica dei matrimoni”, volta a formare un coeso “organismo collettivo” forte economicamente. Dopo le nozze del 20 aprile 1991 tra Leonardo Valle e Maria Concetta Lampada (sorella di Francesco e Giulio), il 15 luglio 2006 Francesco Lampada sposa Maria Valle, la figlia di Fortunato, nipote di don Ciccio. Fra gli invitati alle nozze figurano personaggi di alto lignaggio mafioso: oltre ai Cordello, ci sono i Papalia, Giovanni Barillà, Paolo Martino…
Non vissero felici e contenti: Francesco e Maria entrano in carcere il 1° luglio 2010, e con loro l’intero clan dei Valle. In totale sono 14 persone, accusate di associazione mafiosa finalizzata «a commettere estorsioni, usure, abusivo esercizio di attività finanziaria, intestazione fittizia di beni, fondi attraverso l’esercizio di videogiochi, acquisire la gestione di attività economiche nel settore edilizio, immobiliare, ristorazione, acquisire appalti privati, ostacolare il libero esercizio del voto, realizzare profitti e vantaggi ingiusti».
Nel frattempo, 8 giugno 2008, il battesimo del figlio di Giulio Lampada e Giuseppa Zema viene celebrato nientemeno che in Vaticano (Giulio è Cavaliere di San Silvestro in Vaticano, per nomina del segretario di Stato cardinal Tarcisio Bertone). Come scrive il Gip milanese Giuseppe Gennari, «Anche in Vaticano si allungano le mani della famiglia mafiosa e come spesso accade questo mondo rimane fuori dall’area della punibilità. Carenza di fattispecie incriminatorie idonee non consentono di punire personaggi dei quali non si riesce a dire che siano organici all’associazione ma che sicuramente offrono sponde essenziali (palesemente consapevoli) per la crescita economica e sociale del gruppo mafioso».
Nonostante gli arresti del luglio 2010, Giulio Lampada si associa a Leonardo Valle nella International Games. I due continuano a gestire bar e Slot machines, e aumentano il giro di ulteriori 1.200 “macchinette”, mantenendosi così lontani da problemi di liquidità: «Vedi qua?» riferisce Lampada in una intercettazione: «Ho una chiavetta nera e ho praticamente un centinaio di sportelli bancomat disposti tra Milano e provincia. Tu dici, che sono questi sportelli bancomat? È la chiave del cambiamoneta, ti faccio un esempio, stasera sono con te e mi serve del contante, 1.000 euro, vado in uno dei bar, apro e me li prendo, così». Insomma, anche appropriazione indebita.
A pochi giorni dall’installazione, il gruppo Lampada aveva comunicato all’Aams (l’agenzia delle Dogane e dei Monopoli) che 327 macchinette non erano più funzionanti. In tal caso, riferisce un funzionario dell’agenzia, «l’apparecchio viene scollegato e non vengono conteggiate le giocate» rendendo così agevole «un lucro notevole, a fronte di rischi bassissimi, poiché si prevede una sanzione amministrativa di circa mille euro, irrisoria rispetto al guadagno prodotto da una macchinetta non collegata».
Non solo: la Procura milanese ha stimato da 20 a 40.000 euro l’incasso quotidiano dalle schede taroccate. A rivelare il “metodo Valle” alla Direzione distrettuale antimafia (Dda) provvede Domenico Bettinelli, un consulente aziendale di Como indebitato con questi usurai. Infatti Bettinelli «finisce nelle maglie della famiglia per un prestito chiesto per tamponare una disavventura lavorativa. Così, nell’ottobre 2005, Fortunato Valle gli consegna 20.000 euro. Ogni mese, per sei mesi, il malcapitato restituisce 4.000 euro. In tutto fanno 24.000. Ma, secondo il sistema-Valle, in questo modo si sono restituiti solo gli interessi. Manca il capitale. Bettinelli non ce la fa più. Fortunato capisce che non ha a che fare con il solito piccolo impresario edile, ma con una persona abile negli affari».
Fortunato propone allora a Bettinelli di lavorare per Europlay (settore noleggio e commercio di New slot) con sede proprio nel bunker del clan a Cisliano. Stando alla sua deposizione al processo, i Valle alteravano «i collegamenti e i software delle macchinette all’insaputa dei titolari dei bar. Il meccanismo è semplice, anche se tecnicamente complesso: le Slot vengono scollegate dalla rete gestita dall’Agenzia delle entrate e viene sostituita la scheda madre con una clonata. Poi però bisogna avere amici tra chi fa controlli. Per questo viene attivata una fitta rete corruttiva che porterà in carcere diversi finanzieri molto ben retribuiti dal clan».
Alti prelati, professionisti, magistrati, finanzieri. Giulio Lampada frequenta i salotti buoni della Milano filo berlusconiana, mantenendo entrature a più livelli: “aiuta”, lusinga, corrompe… A libro paga troviamo persino Giancarlo Giusti, il giudice civile di Palmi, foraggiato con viaggi, alberghi di lusso e prostitute in cambio di favori immobiliari. Secondo il Gip Gennari, questa è la «temibilissima terra, dai confini poco definiti, in cui la mafia si intrinseca con l’imprenditoria, con la politica, con la borghesia cittadina» a cui Giulio suadentemente «si presenta come l’imprenditore in carriera, che finanzia eventi politici a livello nazionale».
E ci casca Gianni Alemanno: nell’aprile 2008 al Cafè de Paris in via Veneto (di proprietà della cosca Alvaro di Sinopoli) il futuro sindaco di Roma ringrazia pubblicamente «il gruppo Lampada, solido gruppo industriale a Milano, e il dottor Vincenzo Giglio». Il magistrato “antimafia” a Reggio (delegato al sequestro dei beni mafiosi) viene arrestato nel dicembre 2011 con l’accusa di corruzione, rivelazione di segreti d’ufficio e favoreggiamento personale aggravato, per aver girato al clan informazioni sulle indagini in corso («e noi in un angolino ringraziavamo con la mano», ironizzerà Lampada).
Un altro passo indietro: 26 maggio 2006. Al ristorante-discoteca milanese Le Barque, a due passi dal Duomo, Letizia Moratti tiene il gran finale della sua campagna elettorale quale candidata sindaco della città: «c’è il suo staff al gran completo; ci sono tanti amici e sostenitori. Tra questi c’è Armando Vagliati, consigliere comunale di Forza Italia fin dal 1997, membro della segreteria cittadina del partito. E c’è Giulio Lampada con sua moglie, Giuseppa Zema. La coppia conosce bene Vagliati, tanto da aver passato parte del pomeriggio di quel venerdì 26 maggio proprio nella sede del suo comitato elettorale in via Palma». Tra gli accompagnatori di Vagliati c’è anche Domenico Mollica, «segnalato già nel 1977 dalla Criminalpol di Milano come associato a uomini della ’Ndrangheta sospettati di trafficare stupefacenti».
Giulio Lampada è in ottimi rapporti con l’allora segretario provinciale Udeur Antonio Oliverio; conosce anche Francesco Morelli, consigliere regionale Pdl della Calabria. Contemporaneamente, riferiscono gli inquirenti, «mantiene i contatti con le famiglie mafiose di Reggio Calabria», in particolare con lo zio Giacinto Polimeni.
Lampada punta in alto: vuole diventare concessionario dei Monopoli. A tale scopo, scrivono i giudici, «Morelli mette in campo un’azione di lobbyng in cui grazie alle sue entrature politiche sponsorizza un progetto di cui il primo beneficiario è lui stesso».
Su ordine del Gip Giuseppe Gennari, Morelli e Lampada sono arrestati il 30 novembre 2011. Secondo il Gip, Morelli si sarebbe incontrato più volte con Giulio e suo fratello Francesco in Calabria, a Milano e a Roma, sia «per questioni legate alla concessione a livello nazionale dei Monopoli sia per questioni elettorali in vista di competizioni nazionali e locali». Morelli mantiene anche quote «in società facenti capo ai Valle-Lampada». Nel merito, scrive il Gip, il politico calabrese detiene il 10 per cento dell’Andromeda srl «per l’esercizio del Punto.it e del gioco legale a distanza, che svolge attività connesse a lotterie e scommesse», oltre a una quota analoga in Orion Service srl e in Pegasus srl, società di cui è amministratore Giuseppa Zema (moglie di Giulio Lampada), tutte costituite il 19 novembre 2009. Morelli se ne libera nel settembre 2010, due mesi dopo la cattura di Giuseppe Lampada, «all’evidente scopo» osserva il Gip «di non essere coinvolto in alcun modo nelle vicende giudiziarie indicate».
Insomma, conclude Gennari: «Se le infiltrazioni sono già una realtà conclamata nel mondo dei gestori, qui si è corso il rischio di vedere, a fianco della Snai o altri soggetti simili, una banda di mafiosi gestire le scommesse su incarico dello Stato. La vigilanza in questi campi si dimostra del tutto assente».
Tra gli interessi della criminalità organizzata, il gioco d’azzardo resiste come settore di punta. Non a caso l’annuale Relazione della Commissione parlamentare antimafia 2010 lo afferma quale «nuova frontiera» per il riciclaggio del denaro sporco, ricordando che «l’Italia è tra i primi cinque Paesi al mondo per volume di gioco» (il primo in Europa) con un fatturato pari al 3-4 per cento della ricchezza nazionale. E sono i dati del gioco legale, «destinati ad impennarsi se si guarda anche al gioco clandestino».
Anni fa destò scalpore la notizia che Pavia ne era la “capitale”, per numero di macchinette e spesa procapite media di 1.364 euro per ogni abitante sopra i 15 anni, più del triplo della media nazionale. Correva l’anno 2007. Ormai a Pavia si conta una macchinetta mangiasoldi ogni 110 persone e nei dodici mesi si giocano mediamente 1.634 euro – con punte vicine a 3.000 euro – tra scommesse, Gratta e vinci e Slot machine, ovvero 116 milioni di euro, che salgono a 589 (avete capito bene: oltre mezzo miliardo in euro) nel computo provinciale. Una cifra in progressiva crescita, quando la già elevata media nazionale è intorno ai 1.260 euro.
Giocatori incalliti o Pavia quale base elettiva del riciclaggio? Comunque sia, la dipendenza dal gioco qui traspare per ciò che è: una patologia. Come le tossicodipendenze, è una servitù psicologica dagli elevati costi sociali (indebitamento, insicurezza diffusa, devianza giovanile, ecc.) su cui lucrano un po’ tutti, dalle mafie allo Stato.
A Pavia ha sede Royal Games di Germano Bernardi, una delle aziende leader nel settore, di cui è dirigente Giovanni Demaria consigliere comunale di Rinnovare Pavia (lista civica della famiglia Filippi, sostenuta fra gli altri dal Bernardi), fiero sostenitore del giovane telegenico Cattaneo. Dal bunker in via Carcano (vigilantes armati, telecamere e porte blindate) lo stesso Bernardi nega infiltrazioni o pressioni da parte della criminalità organizzata. Forse non ha letto il Rapporto 2003 della Commissione parlamentare antimafia, là dove il documento rileva che «a Pavia il controllo criminale del territorio non segue la via del “pizzo” ma quella del videopoker». E si capisce: come Bernardi avverte, nel suo mestiere «la riservatezza è un obbligo».

Politici tutti d’un prezzo

Sempre a Pavia, al civico 19 di piazza Vittoria aveva sede l’immobiliare di compare Neri detto Pino. Sul lato opposto di quella piazza dimora Ettore Filippi, l’ex vicesindaco e pensionato di Polizia che, dal mafioso dirimpettaio, aveva ottenuto voti e candidati per Rinnovare Pavia, la lista fiancheggiatrice di Alessandro Cattaneo nelle vittoriose Amministrative 2009. All’alba di giovedì 13 marzo 2014 l’ex assessore al proprio Bilancio si è ritrovato agli arresti, quale prezzolato pontiere tra la pubblica amministrazione e taluni imprenditori senza scrupoli.
Ettore Filippi (per molti anni capo della Squadra mobile di Pavia) lo ricordiamo già incarcerato a Peschiera nel febbraio 1983, per via – sostiene lui – di vendicative “toghe rosse” dopo che, il 4 aprile 1981 a Milano, proprio lui aveva catturato Enrico Fenzi e Mario Moretti, capi delle Brigate Rosse. E ritroverà la via del carcere di lì a poco, per certi piccanti favorini confessati ai giudici dal pentito di mafia Angelo Epaminonda detto il Tebano, boss della mala milanese e referente lombardo di Cosa nostra catanese (all’epoca – siamo nel 1983 – Epaminonda gestiva spaccio di coca, night, bordelli e bische anche in provincia di Pavia). Insomma, corruzione. Sarà infine assolto per insufficienza di prove. Così che nel 1992 Giulio Catelani, allora procuratore capo di Milano, potrà affermare che «Milano non è Palermo».
Ricordiamo Filippi nel 2005 membro “a sua insaputa” del Cda della fondazione di diritto sammarinese Ester Barbaglia – la maga di Craxi e Berlusconi – che fra l’altro possedeva il 21 per cento di una banca, il Credito Sammarinese, incline al riciclaggio per conto di narcotrafficanti apicali. Ad esempio: 1.300.000 in euro in contanti ricevuti nel dicembre 2010 in due tranches, dal broker della droga Vincenzo Barbieri, affiliato al clan ’ndranghetista dei Mancuso, ucciso il 21 marzo 2011 in Calabria.
Per oltre un ventennio il Filippi si è mantenuto in precario equilibrio lungo lo scivoloso crinale della cosiddetta “zona grigia”. Tra i suoi più stretti amici e collaboratori c’è Pietro Pilello da Palmi (Reggio Calabria), revisore dei conti di Asm Pavia e di molte altre società; legato – secondo l’antimafia – da un «patto occulto» con Pino Neri, suo collega di Massoneria. Negli anni in cui “compare Pino” sconta la sua condanna a nove anni per narcotraffico, tra i due resiste una «compartecipazione» alle cause civili di cui si dividevano i guadagni in nero (secondo il capo della ’Ndrangheta: «8.500 euro se li è fottuti lui. Fatturavo io e dividevamo in due, fatturavo come studio, ed a lui glieli davo in nero»).
In Asm Pavia il dottor Pilello viene chiamato il 29 giugno 2007 da Filippi (allora vicesindaco del centrosinistra) di cui il calabrese è anche il commercialista. Sembra sia stato proprio lui a introdurre Filippi dal capo della ’Ndrangheta lombarda, al quale l’ex vicesindaco (passato armi bagagli e figli al centrodestra: con la Francia o con la Spagna…) si era rivolto per mendicare voti e candidati per la sua lista Rinnovare Pavia.
Oltre che in Asm Pavia, Pilello sedeva quale revisore dei conti in altre 27 società. Nel 2007 il potente commercialista massone e Agostino Saccà (ex direttore di Raifiction) vengono indicati tra i più risoluti nel reclutare parlamentari in svendita, per far cadere il governo Prodi, su mandato di Berlusconi (Saccà a Berlusconi: «Sto lavorando per far cadere il Governo e conto di riuscirci». Più recentemente, ritroviamo il Pilello quanto mai attivo nell’organizzare «cene elettorali con i boss». Ad esempio, nelle carte dell’inchiesta Infinito si narra quella in favore di Guido Podestà, il candidato di centrodestra alla presidenza della Provincia di Milano: il 29 maggio 2009 «tale Pilello Pina» sorella di Pietro, a nome del fratello «chiama Cosimo Barranca, capo della locale di Milano, per invitarlo ad una cena organizzata presso il ristorante il Cascinale». E l’invito fu accolto.
Scrive Francesco Forgione in Porto Franco (2012): «Pietro Pilello è un uomo chiave del sistema di potere berlusconiano e di quello di Comunione e Liberazione a Milano. Di tanto in tanto, tra cose “inspiegabili” e fatti “penalmente irrilevanti” il suo nome spunta all’improvviso da intercettazioni e inchieste giudiziarie». Forgione accenna anche gli anni calabresi di Pilello: fuori dalla Piana, «il commercialista non lo conosceva nessuno, almeno fino ai primi mesi del 1992. In quel periodo, proprio da un’indagine sui traffici della cosca Pesce di Rosarno, i magistrati di Palmi arrivano alla massoneria e al capo della P2 Licio Gelli e cominciano a occuparsi pure di Pietro, il Venerabile della Piana. Nello stesso periodo, il 12 settembre, nel corso di un’indagine partita da Roma, si scopre che due autentici sconosciuti, Cecilia Morena e Giuseppe Cutrupi, avevano depositato 45 certificati di deposito del valore di 95 milioni l’uno, pari a 4 miliardi 275 milioni di lire, nella Banca Cooperativa di Palmi. Provengono tutti dal bottino di una rapina fatta due anni prima a Roma ai danni di un portavalori del Banco di Santo Spirito della Capitale. Chissà come avevano fatto ad arrivare a Palmi». Fatto sta che «a far piazzare i titoli nella piccola banca della Piana era stato Pietro Pilello». E come va a finire? Va a finire che «i magistrati sequestrano il conto corrente, ma dopo quindici giorni trovano e sequestrano altri 31 miliardi degli stessi certificati nella Cassa di Risparmio di Firenze. Secondo i magistrati di Roma che indagano sul furto dei certificati, e secondo quelli di Palmi che indagano sulla Massoneria, dietro l’operazione c’è sempre Pilello, questa volta in compagnia di un imprenditore marchigiano, Arturo Maresca, e di un ex direttore generale del ministero delle Finanze, Angelo Iaselli, iscritto alla P2 di Gelli».
Pilello fra l’altro è stato revisore dei conti alla Finlombarda Spa (la finanziaria della Regione Lombardia ai cui vertici siede il presidente dell’Asm pavese, il leghista Giampaolo Chirichelli) e presso Amicogas – compartecipata della stessa Asm – nonché all’Ente autonomo Fiera internazionale di Milano, alla Metropolitana milanese e all’Agenzia sviluppo Milano metropoli.
Agli inquirenti non resta che domandarsi come possa un tale «soggetto pienamente inserito in strutture societarie di alto livello […] essere in una condizione di sudditanza nei confronti di Barranca».

La via della Setola

Su ordine della Direzione distrettuale antimafia campana, venerdì 21 dicembre 2012 i Carabinieri di Caserta e Pavia arrestano cinque persone. Tra loro Aldo Fronterrè, ex primario di oculistica presso la pavese clinica Maugeri. Il medico è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa per aver fornito un «falso certificato» in cui attestava la sostanziale cecità dell’ergastolano camorrista Giuseppe Setola, capo dell’ala stragista dei casalesi. La certificazione – a partire dal 19 gennaio 2008, su disposizione del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere – è valsa al sanguinario casalese l’uscita dal carcere di Cuneo e gli arresti domiciliari a Pavia, per frequentare il Centro di riabilitazione visiva della clinica pavese.
Il killer era sottoposto al 41bis, la legge che impone il carcere duro e il sequestro dei beni ai condannati per attività mafiose, ma non viene trasferito nel carcere di Opera né in quello pavese di Torre del Gallo. A Pavia Setola trova alloggio con la moglie in un appartamento al civico 2 di vicolo San Marcello, a due passi dalla chiesa romanica di San Michele, a cento passi dalla Maugeri. Nella nuova dimora Setola rimarrà solo quattro mesi, poiché il 23 aprile 2008 si renderà irreperibile.
18 settembre 2008, ancora alla clinica Maugeri: viene arrestato il boss della ’Ndrangheta Ciccio Pelle “Pakistan”, ricoverato sotto falso nome e con false cartelle cliniche. Nelle stesse ore a Castel Volturno un commando guidato da Setola, in soli trenta secondi uccide sei inermi immigrati ghanesi. In cinque mesi la sua banda ammazza sedici persone.
A Pavia il camorrista era tenuto solamente al quotidiano obbligo di firma alla caserma dei Carabinieri in via Defendente Sacchi: una passeggiata per le vie cittadine poco prima di recarsi dalla dottoressa Monica Schmid, che lo aveva in cura alla Maugeri; o ad una delle periodiche visite dall’oculista Fronterrè, presso il suo studio al numero 4 di viale Libertà.
Per gli inquirenti, Aldo Fronterrè «ha agito violando i più elementari princìpi di lealtà connessi alla sua funzione sociale e dimostrato un inserimento stabile e continuo in ambienti criminali di elevata professionalità».
Setola era un cieco dalla mira infallibile. Secondo il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti – all’epoca coordinatore della Dda di Napoli – «Setola ci vedeva benissimo». Rifugiato in Campania, l’ipovedente guida l’auto di notte a folle velocità sotto la pioggia battente, come rendiconta una registrazione ottenuta grazie a una microspia piazzata in una delle tre macchine del commando. Si sentono distintamente le voci dei sicari, le battute che si scambiano, le canzoni che cantano. E il rumore di 107 colpi esplosi nella notte.
Se sappiamo chi ha favorito il “ricovero” e dunque la fuga da Pavia del casalese, è invece buio fitto sui “basisti” pavesi dell’ospedalizzazione alla Maugeri del killer ’ndranghetista e boss del narcotraffico Ciccio Pelle “Pakistan”, lui sì invalido, ridotto paraplegico da una scarica di pallettoni e ricoverato nella clinica pavese sotto il falso nome di Oppedisano.
Ad Africo in Calabria, il 30 giugno 2006 un colpo di fucile a pallettoni gli ha leso la spina dorsale: è la sanguinaria “faida di San Luca”, da anni in corso tra i Pelle-Vottari e i Nirta-Strangio, culminata con la tristemente nota strage di Duisburg del 15 agosto 2007.
Pasqualino Oppedisano (ovvero Pelle) era in riabilitazione a Pavia e in attesa di essere operato. Lo arrestano alcuni militi dell’anticrimine travestiti da medici. Lì per lì Pelle ha un soprassalto, e si capisce: per un momento ha temuto di avere davanti a sé quelli della cosca rivale venuti a farlo fuori.
Fra i «precedenti ricoveri» di Pelle viene annotata una degenza a Sesto San Giovanni circa un anno dopo la fucilata che lo ha reso paraplegico. All’epoca Sesto dipendeva ancora dalla Asl monzese Milano3, di cui era direttore generale PietroGino Pezzano, indagato negli anni Ottanta per narcotraffico, più volte citato nelle carte dell’indagine Infinito. Sia chiaro, pura coincidenza, poiché niente induce a ritenere che Pezzano abbia in qualche modo favorito il primo ricovero lombardo di Francesco Pelle.
Niente induce, anche se tra Pezzano e i soliti noti sembrano abbondare le sintonie: ad esempio con il boss Pino Neri, che lo chiamava confidenzialmente Gino o «il pezzo grosso della Brianza», uno che «fa favori a tutti». Ma anche con l’onorevole Gian Carlo Abelli (sempre Neri in una intercettazione: «Sono grandi amici con Abelli, glielo presentai io a Gino»).
Sintonie con gli amici d’infanzia nonché affiliati Giuseppe Sgrò e il vice capo della ’Ndrangheta di Desio Pio Candeloro.
Sintonie con Candeloro Polimeni, componente della Locale desiana, nipote e portavoce di Saverio Moscato, figura di primo piano della ’Ndrangheta lombarda (Pezzano a Polimeni: «Hai bisogno di me?»; Polimeni: «Si, quando vuole»; Pezzano «Dove vengo?»).
Sintonie con Eduardo Sgrò, altro affiliato della Locale di Desio dedito all’estorsione (dal 13 luglio 2010 sono tutti in carcere), al quale Pezzano affida l’installazione di alcuni condizionatori nelle Asl di Cesano Maderno, Desio e Carate Brianza (Sgrò: «Dobbiamo chiamare il direttore generale, che è amico mio, così lo chiamiamo e fissiamo un appuntamento»).
Nel dicembre 2010 Pezzano viene promosso a direttore generale dell’Asl Milano1: sintonie con il governatore lombardo Roberto Formigoni, soddisfatto per aver potuto nominare «uomini in sintonia con la Regione».
La degenza al nord del latitante Pelle vede tuttavia coinvolto l’inconsapevole ex assessore provinciale milanese al Turismo Antonio Oliverio, al quale fu chiesto di spendersi per il ricovero di un «autotrasportatore» della Perego Strade (Ivano Perego, l’imprenditore lecchese socio di Salvatore Strangio, entrambi in manette il 13 luglio 2010). L’«autotrasportatore» era in realtà Francesco Pelle.
Quanto alla sua degenza pavese, il 24 settembre 2008 i pm antimafia Alessandra Dolci e Mario Venditti inaugurano le indagini sul direttore sanitario dell’Asl Carlo Chiriaco per favoreggiamento personale, con l’aggravante dell’associazione mafiosa (come già sappiamo, è tra gli arrestati per concorso esterno in associazione mafiosa di quel 13 luglio 2010; poi condannato in primo grado a 13 anni il 6 dicembre 2012). Ma nonostante le approfondite indagini, non sono emerse sue responsabilità. Se Chiriaco non ebbe parte nella degenza del Pelle alla Maugeri, chi ne ha davvero favorito il ricovero?

Capitale sociale

19 novembre 2011. La sentenza di condanna in primo grado per 110 dei 118 rinviati a giudizio con rito abbreviato accoglie in ogni sua piega l’impianto accusatorio della Direzione antimafia guidata da Ilda Boccassini. Essa può a ragione considerarsi una svolta storica per più di un motivo. Fra l’altro viene affermata la natura univoca dell’organizzazione criminosa: la ’Ndrangheta lombarda vista, non come somma aritmetica di Locali o ’ndrine slegate fra loro, bensì come movimento criminale dotato di vertice e ramificazioni che ne fanno la “quarta sponda” delle tre Province storiche calabresi (ionica, tirrenica e reggina).
Sentenza di condanna a 16 anni di carcere per il narcotrafficante di Pioltello Alessandro Manno; 14 anni al capo milanese Cosimo Barranca, al capolocale di Erba Pasquale Varca e al capo di Bollate Vincenzo Mandalari; 12 anni a Pasquale Zappia (successore di Neri ai vertici de “la Lombardia”). E così via, fino ai 6 anni di carcere per Francesco Bertucca della Locale di Pavia. Stesso metro il 6 dicembre 2012, per chi ha preferito il rito ordinario: 18 anni a Pino Neri; 13 a Chiriaco; ecc.
Secondo gli inquirenti, «una visione parcellizzata della ’Ndrangheta non consente di valutarne i legami con il mondo istituzionale, imprenditoriale, così come sono emersi dalla presente indagine: è certamente più difficile apprezzare il capitale sociale mafioso se si continua a ragionare in termini atomistici; quando invece si analizzano i rapporti tra i capi Locale, si “assiste” alle riunioni della “Lombardia”, si è in grado di “vedere” come la ’Ndrangheta sia costituita da una vera e propria rete di rapporti, dove le “relazioni sociali” di un componente ridondano a favore di tutta la struttura. In termini più espliciti: se non si analizza il fenomeno nella sua struttura unitaria non si potrà capire appieno la “pericolosità” di un Chiriaco che ha rapporti con Barranca e Neri, i quali poi “trascinano con sé” (per raccogliere voti) Panetta e Mandalari, a loro volta in rapporti (attestati dalle riunioni della “Lombardia” e monitorate dai Carabinieri) con numerosi altri capi locali».
Sono le stesse drammatiche conclusioni esposte nella Relazione della Commissione parlamentare antimafia (19 febbraio 2008): «La ’Ndrangheta, da corpo separato, si trasforma in componente della società civile, in potente lobby economica, imprenditoriale, politica, elettorale. Da allora diventa l’interlocutore imprescindibile, il convitato di pietra di ogni affare, investimento, programma di opere pubbliche avviato sia a livello regionale che centrale, ma anche di ogni consultazione elettorale, amministrativa e politica. […] Con questa forza la ’Ndrangheta ha sempre cercato, quando ne ha avuto l’opportunità, di valicare l’area del proprio insediamento. Il suo essere locale non è mai stato considerato una gabbia o una limitazione al proprio agire mafioso, ma ha invece rappresentato una pedana di lancio verso altri territori – geografici, economici e sociali – nei quali stabilire relazioni e in cui sviluppare nuove attività criminali».
Il 30 dicembre 2009 Chiriaco indica nel deputato Gian Carlo Abelli, già vice coordinatore di Forza Italia, il politico “amico” su cui fare convergere i voti delle ’ndrine: «Lui deve fare l’assessore alle infrastrutture… lui ha testa… ma nei prossimi cinque anni c’è l’Expo 2015… ma sai cosa c’è da fare nei prossimi cinque anni… proprio a livello di infrastrutture in Lombardia?… ma hai voglia… è l’assessorato più importante…». E aggiunge: «Giuro che farei la campagna elettorale per lui come fosse la prima volta… con la pistola in bocca… perché chi non lo vota gli sparo».
Alle elezioni regionali del marzo 2010, Abelli e Angelo Gianmario (l’altro presunto beneficiario) ottengono un risultato inferiore alle attese. Tuttavia, secondo gli investigatori «a fronte dell’impegno elettorale profuso dalle famiglie Neri e Barranca a favore dei candidati indicati da Chiriaco, gli esponenti della ’Ndrangheta si aspettavano dei precisi ritorni di carattere economico».
Nelle inchieste della Dda figurano coinvolti vari politici. Massimo Ponzoni: ex assessore regionale all’ambiente, arrestato il 16 gennaio 2012 per bancarotta e corruzione – già socio in affari con Rosanna Gariboldi coniugata Abelli – viene definito dal Gip Giuseppe Gennari «parte del capitale sociale della ’Ndrangheta». Antonio Oliverio: dal 2005 al 2009 assessore provinciale milanese al turismo e alla moda nella Giunta Penati (centrosinistra), allora in quota Udeur, in seguito fiero sostenitore di Guido Podestà (centrodestra). Oliverio è accusato di corruzione e bancarotta (in rapporti con Salvatore Strangio, avrebbe fatto da tramite tra la politica e la ’Ndrangheta). E ancora: Giovanni Valdes, ex sindaco ciellino di Borgarello (Comune alle porte di Pavia), incarcerato il 21 ottobre 2010 per aver favorito la società Pfp di Carlo Chiriaco in una gara d’appalto.
Coinvolti anche funzionari di banca come Bruno Bricolo, in rapporti con il clan dei Valle o come Alfredo Introini, in affari con Chiriaco; imprenditori come Andrea Madaffari da Buccinasco, una sorta di terminal finanziario della cosca Barbaro-Papalia. Condannato nel giugno 2010 a 3 anni e 4 mesi con rito abbreviato per aver corrotto l’ex sindaco del Pd di Trezzano sul Naviglio Tiziano Butturini e l’ex consigliere comunale del Pdl di Trezzano Michele Iannuzzi, Madaffari fu nuovamente condannato nell’ottobre 2010 a 6 anni di carcere nell’ambito dell’inchiesta “Parco sud” sulle infiltrazioni della ’Ndrangheta nel settore edile e del movimento terra.
Nell’inchiesta incontriamo anche imprenditori in rapporti con la pubblica amministrazione come Ivano Perego da Lecco, il socio di Strangio, incarcerato perché ritenuto «partecipe» del sodalizio criminale. Oppure come il milanese Giuseppe Grossi (amico del deputato Pdl Abelli) re delle bonifiche e dei bonifici, arrestato il 20 ottobre 2009 per i “fondi neri” ottenuti con la sovra-fatturazione dei lavori di bonifica di Montecity-Rogoredo.
Tecnici come Claudio Tedesi, direttore generale di Asm Pavia, in “quota Abelli”, uno degli uomini più ricchi d’Italia. Arrestato il 22 gennaio 2014 a seguito dell’indagine milanese Black Smoke (o, più eloquentemente, Nero Fumo) sulla bonifica dell’ex Società Italiana Serie Acetica Sintetica di Pioltello e Rodano (Sisas, settore chimico, fallita nel 2001) per un’area di 330.000 metri quadrati. Il nome di Tedesi ricorre anche nella bonifica di Santa Giulia (l’ex Montedison/Redaelli acquistata nel 1998 dal gruppo Risanamento di Luigi Zunino per edificarvi un progetto urbanistico da 1,6 miliardi di euro, a firma dell’architetto Norman Foster) là dove proprio lui aveva certificato l’avvenuta messa in sicurezza dell’area. Si saprà che due imprese subappaltatrici, Edil Bianchi e Lucchini Artoni, avevano sub-subappaltato il movimento terra a «padroncini calabresi» appartenenti alla ‘Ndrangheta così che, nottetempo, quelle “buche” erano derubricate a discariche abusive. Questi smaltimenti illeciti avrebbero poi provocato l’avvelenamento della falda acquifera sottostante.

Bonifiche, pattume e bonifici

L’indagine su Santa Giulia prende spunto da una segnalazione del tribunale tedesco di Kaiserslautern, che stava indagando su «sei cittadini tedeschi sospettati di infedeltà, evasione nonché corruzione in relazione alle operazioni di smaltimento dei rifiuti speciali» provenienti dall’ex area industriale Montecity-Rogoredo e smaltiti in Germania ad un prezzo apparso «esagerato». Emergeranno sovrafatturazioni: la società Meteco per smaltire una tonnellata di veleno riceveva 18 euro, ma ne fatturava 50. Ben 22 milioni di euro tornati al mittente come fondi neri, poi dilavati in esotici paradisi fiscali o presso la banca J. Safra di Montecarlo. Qui, sul conto cifrato 17964 A «Associati» appartenente ai coniugi Abelli (Gian Carlo Abelli, titolare di un mandato come procuratore; e Rosanna Gariboldi, assessore alla Provincia di Pavia). Dopo qualche mese di carcere, Rosanna patteggerà una condanna a 2 anni e la restituzione di 1.200.000 euro, saldo del conto “balneare” condiviso con il marito. Il conto negli ultimi otto anni aveva registrato movimenti per 3,5 milioni di euro: 12 in entrata per 2.350.000 euro e tre in uscita per 1.294.000. Secondo la magistratura milanese, è provato che «tutte le rimesse in entrata e in uscita» provenivano da «conti riferibili direttamente a Grossi o suoi sodali», come Fabrizio Pessina (incarcerato dal febbraio al luglio 2009), l’avvocato che ha disposto i versamenti estero su estero sul conto segreto della signora Abelli.
Ancora a Tedesi è consegnata la direzione dei lavori di bonifica della Fibronit di Broni. Ogni anno 40 morti, certificate per mesotelioma: morti silenziose, silenziose e inquietanti, e se ne contano numerose tuttora, venti o trent’anni dopo. 
Una contaminazione «drammatica» (dal 2002 è tra le bonifiche di interesse nazionale), amministratori e dirigenti Fibronit rinviati a giudizio per disastro ambientale e omicidio colposo aggravato, centinaia di lutti provocati dall’amianto che è stato immesso nell’ambiente di lavoro e in ambienti di vita su vasta scala, causando mesoteliomi pleurici e peritoneali, tumori polmonari, asbestosi o patologie non di origine polmonare «in un elevato e indeterminato numero di lavoratori, di cittadini residenti nel comune di Broni, oltre che di persone che, comunque, prestavano la loro attività lavorativa nello stesso comune» (lo si legge nella Relazione della Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti, 12 dicembre 2012).
Per effettuarla si dovranno spendere 30 milioni di euro (10 solo per lo smaltimento). Un intervento che Daniele Belotti, assessore regionale lombardo all’Urbanistica e all’Ambiente, non a torto, denuncia a «rischio di infiltrazioni della criminalità organizzata». E infatti…
Marzo 2011. Con un ribasso a 2.702.354 euro su un costo indicato in 3.805.300, la gara per la messa in sicurezza di Fibronit e della contigua Ecored (costituita nel 1994 per produrre tubi in fibro-cemento senza amianto, operava nei locali contaminati della stessa Fibronit) se l’aggiudica una “Associazione temporanea di imprese”. Ne fanno parte il Consorzio Stabile Cosint scrl (80 per cento) e la Sadi in quota a Giuseppe Grossi (ancora lui, 20 per cento) in sodale cordata con la Despe Spa del bergamasco Giuseppe Panseri (secondo una nota informativa della Direzione investigativa antimafia, Panseri avrebbe mantenuto rapporti con Antonino Marras e Giovanni Conte – due pregiudicati – e Gino Mamone, imprenditore genovese d’origine calabrese, vicino alla cosca Mammoliti di Oppido Mamertina e in particolare a «Vincenzo Stefanelli, detto Cecé, esponente della criminalità organizzata di stampo mafioso, titolare di un’impresa edile» (da una Informativa della Direzione investigativa antimafia – Centro operativo di Milano, 19 luglio 2011); e con la 1Emme Spa del calabrese Pasquale Gattuso (arrestato nell’agosto 1991 per «produzione e spaccio di sostanze stupefacenti e scarcerato il mese successivo». Informativa Dda, 7 maggio 2010).
Gino Mamone figura indagato nel 2005 dalla procura di Alessandria per la bonifica illegale delle aree Ip di La Spezia e dell’ex Shell di Fegino presso Genova, ad opera della Eco.Ge, di sua proprietà fino al 2009. Avvocato di Mamone è Massimo Casagrande (già consigliere comunale Ds a Genova) meglio noto come il “Compagno F”, arrestato nel maggio 2008 a conclusione dell’inchiesta su Mensopoli insieme a Stefano Francesca, l’ex consigliere provinciale genovese Ds, già portavoce del sindaco Marta Vincenzi (e del sindaco di Pavia Piera Capitelli tra il 2005 e il 2008). In alcune intercettazioni, Francesca e Casagrande parlano di fatture fittizie a Mamone da parte della Wam&co di Francesca, fatture necessarie a coprire tangenti (nell’aprile 2010 Stefano Francesca, accusato di corruzione, patteggia una condanna a un anno e quattro mesi).
Per favorire l’edificabilità e la conseguente buona vendita dell’area ex oleificio genovese Gaslini, tra il 2006 e il 2007 Casagrande chiede a Mamone «un milione»: troppi. Ne parla lui stesso al possibile acquirente, l’immobiliarista milanese Michelino Capparelli: «…e gli ho detto “se vuoi centomila euro te li regalo, perché siamo amici”». Ancora Mamone nella stessa intercettazione ambientale, al ristorante “Edilio”: «questo progetto non lo ferma nessuno, perché sono amico di Burlando [il presidente della Regione Liguria Claudio Burlando, Ds], sono amico di tutti, della Marta…» Casagrande infine patteggerà una condanna a un anno e cinque mesi.
Che dire poi di personaggi e trame dell’ecobusiness, non solo locale. A partire da Giorgio Comerio, che da Borgo San Siro presso Garlasco (Pavia), a quanto sembra trasformava in oro i rifiuti nocivi radioattivi sopra navi a perdere inabissate nel mediterraneo o chissà dove, quando non interrati in discariche abusive calabresi o africane, le stesse su cui stava indagando Ilaria Alpi, uccisa a Mogadiscio il 20 marzo 1994. Per finire con il vigevanese Raoul Alessandro Queiroli, coinvolto nell’inchiesta veneta “Cagliostro” e in quella toscana denominata “Pesciolino d’oro”, infine incarcerato a conclusione dell’inchiesta piemontese “Pinocchio” sul lucroso smaltimento illegale di 350 tonnellate di rifiuti tossici: terre inquinate da idrocarburi, residui della triturazione delle componenti in plastica delle autovetture, materiali con lattice e ammoniaca, fanghi di perforazione, traversine ferroviarie che – da Genova, Savona, Pavia e Lecco – venivano smaltiti nell’alessandrino, nel novarese, nel pavese e nel milanese. L’inchiesta si conclude nel 2008, con 17 persone incarcerate. Una delle ditte coinvolte, la Dvm, avrebbe collocato sotto l’asfalto della tangenziale di Casorate Primo «un milione di chili di scarti di fonderia, eternit e terre contaminate da idrocarburi» che avrebbero fatturato guadagni vertiginosi ad alcune ditte fornitrici (lo smaltimento dei rifiuti speciali costa circa 6,6 euro al chilo: in questo modo la spesa può superare di poco i 50 centesimi).
Scrive Roberto Saviano in Gomorra: «Dalla fine degli anni Novanta diciottomila tonnellate di rifiuti tossici partiti da Brescia sono stati smaltiti tra Napoli e Caserta e un milione di tonnellate, in quattro anni, sono finite a Santa Maria Capua Vetere. Dal nord i rifiuti trattati negli impianti di Milano, Pavia e Pisa venivano spediti in Campania. Le Procure di Napoli e di Santa Maria Capua Vetere hanno scoperto nel gennaio 2003 che in quaranta giorni oltre seimilacinquecento tonnellate di rifiuti dalla Lombardia sono giunte a Trentola Ducenta, vicino a Caserta».
Pavia? Sembra un riferimento all’inceneritore di Parona. Giulio Facchi, sub-commissario ai rifiuti in Campania, il business lo ha raccontato così: «In Campania arrivano rifiuti da altre regioni. Da Milano e ad esempio da Castelfranco in provincia di Pisa. Lo abbiamo accertato direttamente sul posto, a Trentola Ducenta, nell’azienda Rfg, ma abbiamo informazioni di analoghe situazioni anche in provincia di Napoli, a Giugliano e anche nell’Agro nocerino sarnese […]. Bisogna partire un po’ più da lontano […]. Parliamo innanzitutto del Fos, della Frazione organica stabilizzata dei rifiuti trattati dagli impianti. Dovrebbe essere utilizzato come combustibile dai termovalorizzatori, ma c’è un altro impiego al momento redditizio. Viene utilizzato ad esempio per la copertura delle discariche e per il ripristino dei terreni delle cave. Ebbene, ci sono molte aziende campane (106 quelle che hanno già avanzato istanza) che hanno immediatamente capito l’affare, e grazie all’assenza di controlli efficaci e alle maglie larghe delle norme che regolano le autorizzazioni, riescono a conquistare questo nuovo e redditizio mercato, nel quale si riesce anche a far passare rifiuti speciali e nocivi per terriccio inerme, e a far risparmiare ad esempio un bel po’ di denaro alle aziende del nord che mandano giù in Campania rifiuti sulla carta stabilizzati, ma di cui poi non vi è traccia, ad esempio, al capolinea di Trentola Ducenta».
A Trentola finivano circa 200 tonnellate di rifiuti al giorno provenienti dal Consorzio Milano Pulita (Amsa), dalla Lomellina Energia di Parona (Pavia) e dalla Waste Recycling di Castelfranco (Pisa). Da Parona partivano camion diretti in Campania.
Il termovalorizzatore di Parona è gestito da Lomellina Energia Srl, società in compartecipazione al 20 per cento con la municipalizzata Asm Isa di Vigevano e all’80 per cento con Mf Waste (in proprietà al 51 per cento della municipalizzata bresciana Cogeme e al 49 per cento della Foster Wheeler). La Foster Wheeler ha realizzato il progetto, previsto a suo tempo per Napoli. I gestori incassano ogni anno 36 milioni di euro. Cogeme ha conferito questo impianto a Linea Group Holding, il Gruppo di cui fa parte anche l’Asm di Pavia. Tra partecipazioni e incroci societari, l’Asm di Pavia detiene il controllo su circa il 34 per cento degli impianti di Parona. Nel centro lomellino il livello di diossina nell’aria è ormai al limite, se non oltre.
Secondo il pentito di Camorra Carmine Schiavone, contabile dell’omonimo clan, «a Milano e in Lombardia c’erano delle grosse società che raccoglievano rifiuti, anche dall’estero, rifiuti che poi venivano smaltiti al sud».

Celesti intrallazzi

Saliamo ora ai piani alti del milanese Pirellone, Regione Lombardia, là dove per quasi vent’anni ha governato il “celeste” Roberto Formigoni; là dove «la mafia non esiste».
Il 13 aprile 2012 la Guardia di Finanza arresta l’ex assessore alla Sanità, il ciellino Antonio Simone, nonché il presidente della Fondazione pavese clinica Umberto Maugeri; il direttore amministrativo Costantino Passerino, il consulente Gianfranco Mozzali e il commercialista Claudio Massimo. E con loro il faccendiere Pierangelo Daccò, in carcere dal novembre 2011 per aver avuto parte nell’oblio materiale e morale dell’ospedale milanese San Raffaele.
Clinica Maugeri: è la stessa presso cui erano in cura Beppe Setola e, sotto falso nome, il boss del narcotraffico Ciccio Pelle “Pakistan”. I magistrati contestano ai vertici della Fondazione d’aver creato, in Svizzera e a Singapore, fondi neri per 73 milioni di euro «attraverso fittizie operazioni commerciali, fondi extra-bilancio», 63 dei quali destinati a «pagamenti corruttivi per intermediari e pubblici ufficiali» così da “pilotare” 15 delibere regionali (e ricavarne indebitamente oltre 200 milioni di pubblico denaro). Quattrini mossi dagli “emissari” in Regione Simone e Daccò, insieme a quegli altri 9 provenienti dal San Raffaele che, di milioni regionali, ne ha infine ottenuti quasi 400, manovrati per nascondere i buchi di bilancio del “santuario” del prete-manager Luigi Verzè.
Secondo la Procura milanese l’onorato e ben remunerato sodalizio Daccò-Simone avrebbe elargito 8 milioni di «tangenti in natura» al governatore lombardo Roberto Formigoni in cambio della sua celeste «protezione globale». In dettaglio: 4.634.000 euro per l’uso esclusivo di tre yacht tra il giugno 2007 e l’ottobre 2011. L’acquisto dalla Limes («riferibile a Daccò e Simone») di villa Li Grazii ad Arzachena in Sardegna (13 locali), «avuta a prezzo notevolmente inferiore a quello di mercato per un importo di 1.500.000». Cinque vacanze di capodanno (in Argentina, Patagonia, Brasile e due volte nei Caraibi) tra il 2006 e il 2011, per una spesa di 638.000 franchi svizzeri da sommare a 86.000 dollari. Altri 600.000 euro «per finanziare la campagna di Formigoni nella competizione elettorale per la Regione nel 2010». Ulteriori 500.000 euro per eventi, incontri e cene elettorali con «altri uomini politici, funzionari regionali, dirigenti di strutture sanitarie private e pubbliche». E ancora 70.000 euro per «l’organizzazione di cene e convention nell’interesse di Formigoni durante le edizioni del Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini» e 18.000 euro in biglietti aerei. A tutto questo andrebbero aggiunte «somme tra i 5.000 e i 10.000 euro consegnate in diverse occasioni a Milano da Daccò a Perego [Alberto Perego, coinquilino di Formigoni alla Memores Domini, la confraternita o “gruppo adulto” dei ciellini che si dedicano a Dio ripromettendosi obbedienza, castità e… povertà] per ulteriori spese connesse all’utilizzo degli yacht» oppure le «somme di denaro periodicamente consegnate a Milano da Daccò a Formigoni, di importo non determinato […] complessivamente non inferiori a circa 270.000 euro».
In cambio di una tale messe di lusinghe – scrivono i magistrati Laura Pedio, Antonio Pastore e Gaetano Ruta – il «promotore e organizzatore dell’associazione a delinquere» Roberto Formigoni si sarebbe adoperato «affinché fossero adottati da parte della Giunta, in violazione di leggi e dei doveri di imparzialità ed esclusivo perseguimento dell’interesse pubblico, provvedimenti diretti ad erogare consistenti somme di denaro e altri indebiti vantaggi economici» alla Fondazione Maugeri e al San Raffaele. «Formigoni e Sanese [il ciellino Nicola Sanese, segretario generale della Regione] nell’ambito di riunioni ristrette del cosiddetto Tavolo sociosanitario inter-assessoriale» o al virtuale “Caffè Sanità” – luoghi «in cui venivano assunte le decisioni più delicate in materia di sanità» – indicavano al direttore generale dell’assessorato alla Sanità Carlo Lucchina e alla dirigente Alessandra Massei (ciellina doc, ex direttore amministrativo della Maugeri nel 2007-2008, «socia in Sudamerica in una serie di attività con Daccò») «il contenuto economico delle decisioni […] anche in assenza delle condizioni di legge». Era poi compito dei dirigenti trovare «le soluzioni tecniche che fornissero una apparente giustificazione alle erogazioni delle somme richieste», nonostante il parere contrario dei funzionari della direzione generale della sanità.
Insomma, tra il 1997 e il 2011 il governatore Formigoni avrebbe elargito discrezionalmente montagne di pubblico denaro a private strutture sanitarie, venendo da loro compensato con vacanze dorate e pecunia a scrocco, vivendo così alla grande per un decennio a spese dei lobbysti Sansone e Daccò.
23 aprile 1995 – 17 marzo 2013: diciotto anni di presidenza Formigoni in Regione Lombardia, anni di corruzione e affarismo. In manette: l’ex presidente della commissione Bilancio Massimo G. Guarischi (settembre 2000, condannato a 5 anni per corruzione e di nuovo arrestato nel marzo 2013 per un presunto giro di tangenti legate alla sanità); l’assessore alla Formazione professionale Guido Bombarda (gennaio 2004, ha infine patteggiato una condanna a 18 mesi di reclusione per una tangente da 110 mila euro e per tre corsi sul turismo religioso mai tenuti o realizzati in modo irregolare); il consigliere Pdl Gianluca Rinaldin (febbraio 2008, corruzione e truffa); l’assessore al Turismo Pier Gianni Prosperini (dicembre 2009, corruzione e turbativa d’asta, ha patteggiato una pena di 3 anni e 5 mesi); il vice presidente del Consiglio regionale ed ex assessore all’Ambiente e al Commercio Franco Nicoli Cristiani (arrestato il 30 novembre 2011, tornato in libertà dopo 86 giorni e confessioni esaustive); il già ricordato assessore alla Protezione civile e Ambiente Massimo Ponzoni (gennaio 2012: corruzione, concussione, bancarotta fraudolenta per il crac dell’immobiliare “il Pellicano”, fino all’agosto 2009 in società con Rosanna Gariboldi).
Per Nicoli Cristiani e Ponzoni grava anche il sospetto di sintonie con le ’ndrine. Per lo stesso motivo, il 10 ottobre 2012 entra in carcere Domenico Zambetti, assessore regionale alla Casa, accusato della compra di 4.000 voti da Eugenio Costantino e Giuseppe D’Agostino, affiliati alla ’Ndrangheta: 50 euro a preferenza, per un ammontare complessivo di 200.000 euro. Fra l’altro, Zambetti avrebbe negoziato corsie preferenziali in vista di Expo 2015.

A fronte di un così inquietante scenario appare arduo cogliere conclamate differenze tra associazione a delinquere di stampo mafioso e quella di intrigo istituzionale, per anni tracimante ovunque, in particolare nelle stanze del grattacielo-simbolo dell’ex “capitale morale” del Paese.
Torna attuale Dante. Quel suo racconto del signore di Lucca Bonturo Dati, per noi disperante, fatto ai diavoli uncinanti Malebranche, lì a vigilare i barattieri dannati nella pece bollente: «…ecco un de li anzïan di Santa Zita! / Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche // a quella terra, che n’è ben fornita: / ogn’uom v’è barattier, fuor che Bonturo; / del no, per li denar, vi si fa ita”» (Inferno, Canto XXI)
I no che «per li denar» diventan sì. Ma risuona anche quell’eco d’Italia precapitalistica, descritta da Leopardi nel suo Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani (1824). L’eco dell’individualismo diffuso e dell’arretratezza di una classe dirigente benestante e miope; attenta al proprio tornaconto e chiusa ermeticamente alle novità che attraversavano l’Europa.
La classe dirigente di un Paese, lamenterebbe oggi Pasolini, a mutazione criminale compiuta.

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