QUALCUNO CONTINUA A FERIRE L’AQUILA

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C’è rabbia quando leggi di cose che già sai e la rabbia sale ancor di più quando sai che in questo strambo Paese funziona sempre così.
Era l’ottobre del 2010, quando con un meraviglioso gruppo di amici e di compagni che volevano cambiare il mondo con una rivista universitaria, “Jaromil”, sono andato a L’Aquila.
Eravamo in pieno governo Berlusconi e sentivamo parlare di case nuove, di spumante e torte nei frigoriferi, di un futuro radioso per L’Aquila che sarebbe tornata ancora a volare.
Perfino i grandi della Terra si erano spinti tra le macerie che la natura aveva prodotto e la puzza dello spot politico ad uso e consumo del governo era così forte da rimanerne nauseati.

Siamo andati per capire se era vero il miracolo, se tutto quello che le tv ci raccontavano fosse reale.

Siamo arrivati e la prima frase che ho detto nella mia mente era: “ecco come è una città dopo un bombardamento”.

Militari e poliziotti a presidiare un centro storico devastato e fantasma. Macerie, macerie e ancora macerie.
Case sventrate svelavano armadi aperti con i vestiti ancora appesi, un letto sfatto, segno di una fuga improvvisa, una scrivania, un cassetto.
Ho provato ad immaginarmi la vita in una qualsiasi di quelle stanze: uno studente chino sui libri per preparare un esame, un letto che ha conosciuto l’amore con la propria ragazza e nottate passate a sognare ad occhi aperti. Ho immaginato cartoline, foto, cd musicali. Ma cosa sono tutte queste cose se non le leghiamo a ricordi, a sentimenti, ad emozioni? Mi si stringeva la stomaco ad immaginare una vita che non c’era più. Quando sentivo parlare i giovani aquilani mi sembrava di ascoltare dei reduci: nei loro ricordi, nelle loro parole c’era un prima e un dopo.

Era una città abitata dagli spettri del passato e dalle bugie di chi aveva il dovere di fare qualcosa.

Sono passati quasi quattro anni da quei giorni dell’ottobre 2010, eppure L’Aquila è sempre lì e poco o nulla è cambiato, lì come in Italia. E’ notizia di oggi che la Camorra, in particolare il clan dei Casalesi, era “il centro di reclutamento” per la manodopera a basso costo per gli imprenditori aquilani: affari, soldi, mafia, sfruttamento. Lo schifo, “la montagna di merda”.

Eppure c’è ancora un letto da rifare, delle lenzuola da ripiegare. Ci sono foto impolverate in un cassetto chiuso dal destino, cd musicali da ascoltare ancora, vestiti da lavare per una sera che sappia di gioia e non di rabbia, di amore e non di ricordi tristi, di futuro e non di un passato incancellabile.

Se le responsabilità politiche e forse anche giudiziarie dei quattro governi che si sono susseguiti negli anni sono evidenti, lo sono ancor di più quelle umane, quelle di chi ha seppellito con gli affari sporchi, con la corruzione, col girarsi dall’altra parte quando bussano le mafie, i ricordi, i sogni e la speranza che L’Aquila possa tornare di nuovo a volare.

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