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Benessere Equo e Sostenibile in Italia. Il Rapporto 2014
di Paolo Ferloni

Il Rapporto 2014 sul Benessere Equo e Sostenibile (BES) in Italia, il secondo dopo quello del 2013, è stato presentato il 26 Giugno a Roma per l’ISTAT da Antonio Golini, presidente facente funzioni, e per il CNEL dal presidente Antonio Marzano. La sintesi di esso (18 pagine) e la versione integrale sono reperibili in rete [scarica qui « il pdf] ed offrono un’analisi del benessere in Italia nel decennio 2004-2013, con particolare attenzione alla crisi economica degli ultimi anni.
Al posto del PIL (Prodotto Interno Lordo) che in sedi internazionali come pure in Italia molti osservatori e studiosi continuano a usare come criterio – abbastanza criticabile – per confrontare e valutare le tendenze economiche e sociali di differenti Paesi, il BES si basa su un insieme di parametri appropriati che servono a descrivere le condizioni socio-economiche della popolazione, sia quelle reali, sia in buona misura quelle percepite.
Il Rapporto BES 2014 «si basa sull’analisi dei 12 domini del benessere in Italia attraverso 134 indicatori. Ogni capitolo propone una lettura dei fenomeni nel tempo e nei diversi territori del Paese e, ove possibile, anche nel confronto con gli altri paesi europei. Inoltre, in maniera sistematica, si guarda alle differenze esistenti per quanto riguarda il genere, l’età e il territori». Le analisi e i grafici del Rapporto possono servire per «identificare punti di forza e di debolezza, nonché particolari squilibri territoriali o gruppi sociali avvantaggiati/svantaggiati, anche in una prospettiva intergenerazionale», e quindi per elaborare «una riflessione sui fenomeni che è necessario prendere in considerazione per migliorare una società, su come definire obiettivi di breve e lungo periodo e su come valutare i risultati dell’azione pubblica». Per chi non possa concedersi una utile lettura dell’intero rapporto – che si consiglia vivamente – ci si limita qui per ora a commentarne i primi tre capitoli.

La salute

Uno dei risultati più positivi ripreso dai dati di Eurostat, è il miglioramento della speranza di vita, che è tra le più elevate a livello internazionale, 79,8 anni per gli uomini e 84,8 anni per le donne, collocando l’Italia al terzo posto in Europa. Per valutare le condizioni di salute percepite dalla popolazione va considerata però anche la speranza di vita in buona salute alla nascita: un nuovo nato in Italia può contare su 59,8 anni di vita in buona salute se maschio e 57,3 se femmina. Dunque le donne sono più longeve, ma trascorrono più anni in peggiori condizioni di salute (32,1%), contro un quarto degli uomini (24,9%), colpite da malattie meno letali ma spesso più invalidanti. Significative le differenze geografiche: nel Sud nel 2012 il numero di anni in buona salute è pari a 57,5 per gli uomini e 54,9 per le donne, rispetto a 60,9 per gli uomini e 58,4 per le donne del Nord, e a 60,5 per gli uomini e 58,6 per le donne del Centro.
Il divario di genere vede penalizzate le donne sia in termini di salute fisica sia di benessere psicologico: le donne delle regioni meridionali presentano i più bassi punteggi medi dello stato di salute, sia fisico che psicologico, permanendo simili le differenze di genere a loro svantaggio.
Gli effetti degli stili di vita sulla salute possono essere molto rilevanti, anche se appaiono evidenti solo a distanza di tempo. Si sa che l’eccesso di peso rappresenta un importante fattore di rischio per la salute. In Italia le persone di 18 anni e più obese o in sovrappeso, senza variazioni nell’ultimo anno, sono il 44,1%, con differenze notevoli sia di genere sia geografiche, cioè uno svantaggio per gli uomini di quasi 20 punti percentuali (54,1% contro il 34,6% tra le donne) e una percentuale di individui in eccesso di peso nel Mezzogiorno pari al 49,1%, contro il 40,7% nel Nord e il 43,3% nel Centro. Indipendentemente dalla fascia d’età e dal genere, l’eccesso di peso è più diffuso tra le persone meno istruite; inoltre l’eccesso di peso dei genitori incide sul rischio di insorgenza di obesità e sovrappeso per i figli.
In parallelo con questi dati si registra il fatto che in Italia uno stile di vita sedentario caratterizza nel 2013 ancora il 41,3% delle persone di 14 anni e più, con marcate differenze territoriali, cioè una percentuale di sedentari del 31,4% nel Nord, del 39,8% nel Centro e del 55,5% nel Mezzogiorno, con incrementi negli ultimi anni e differenze di genere stabili nel tempo a svantaggio delle donne: nel 2013 la percentuale di sedentari è pari al 45,3% tra le donne e al 37,1% tra gli uomini; i meno istruiti risultano i più sedentari. Apprezzabile infine la tendenza alla diminuzione del consumo di fumo e di alcool per l’insieme della popolazione.

Istruzione e formazione

È il secondo punto di grande rilievo, ed è il punto debole dell’intero Paese nel suo complesso. Infatti se dal 2011 sono migliorati quasi tutti gli indicatori sulla formazione, «la crescita è lenta e troppo esigua per riuscire a colmare il divario che separa l’Italia dal resto d’Europa».
Continua ad aumentare in misura rilevante il numero di ragazzi che non studiano e non lavorano, soprattutto nel Sud, dove in molte regioni oltre un terzo dei giovani si trova in questa situazione. L’indice di partecipazione culturale continua il suo trend discendente.
I dati dell’OCSE tracciano un quadro allarmante indicando che solo un terzo degli italiani tra i 16 e i 65 anni raggiunge un livello accettabile di competenza alfabetica mentre un altro terzo è ad un livello così basso che non è in grado di sintetizzare un’informazione scritta. Questa è la gente che si accontenta di un livello culturale preistorico, anche se crede di essere informata perché (passivamente) è accanita consumatrice di immagini, mode, musiche, espressioni anglosassoni e spettacoli, anche sportivi.
«È necessario – sottolinea il Rapporto – attivare programmi adeguati mirati alla riduzione delle disuguaglianze sociali, territoriali e di genere tra i giovani e di investire in formazione degli adulti per diminuire gli enormi divari generazionali nei livelli di competenze alfabetiche, numeriche e informatiche». Si osserva trattarsi di preoccupazioni che non paiono essere state al primo posto nelle scelte programmatiche degli ultimi cinque governi nazionali, né peraltro dei governi regionali.

Il lavoro

Costituisce il terzo punto, assieme alla conciliazione dei tempi di vita, come componente prioritaria del benessere nell’analisi del Rapporto, secondo il quale «l’acuirsi della crisi economica ha determinato una grave contrazione dell’impiego di risorse umane del Paese e un aumento delle disuguaglianze territoriali e generazionali» ampliando negli ultimi due anni il divario tra «i tassi di occupazione e di mancata partecipazione italiani» e quelli della Unione Europea a 27 Paesi. Inoltre «gran parte degli indicatori di qualità del lavoro segnalano un preoccupante peggioramento della condizione dei lavoratori. L’instabilità dell’occupazione rimane diffusa e l’incidenza di lavoratori a termine di lungo periodo si associa ad una propensione sempre minore alla stabilizzazione dei contratti di lavoro temporanei, soprattutto per i giovani. Inoltre, aumenta la presenza di lavoratori con un titolo di studio superiore a quello richiesto dall’attività effettivamente svolta, mentre resta pressoché invariata la quota di occupati con bassa retribuzione o irregolari».
Con il protrarsi della crisi, il numero dei disoccupati è cresciuto in modo più sostenuto rispetto al resto d’Europa: fino al 2011 l’Italia aveva un tasso di disoccupazione di 1,5 punti inferiore alla media UE27, nel secondo trimestre 2013 esso risulta più elevato di 1,4 punti. La situazione di svantaggio del mercato del lavoro italiano diviene ancora più evidente se, oltre ai disoccupati, si considerano anche le forze di lavoro potenziali, cioè quegli inattivi che, sebbene nell’ultimo mese non abbiano effettuato azioni di ricerca, si dichiarano disponibili a lavorare. La crisi fa crescere le differenze territoriali e generazionali, peggiorando anche la situazione di genere. Assieme a quelle degli italiani, peggiorano naturalmente le condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori stranieri immigrati.
In Italia dunque si osserva, rispetto all’Europa, la forte esclusione dei giovani dal mercato del lavoro, in particolare il Mezzogiorno presenta una marcata incidenza di occupati in posizione non regolare: sostanzialmente stabile tra il 2008 e il 2012, l’indicatore si attesta su valori di poco superiori al 10%, pari a oltre 2 milioni e mezzo di persone. Le situazioni lavorative irregolari sono più diffuse in agricoltura, nei servizi di informazione e di intrattenimento e, soprattutto, nei servizi domestici e di cura presso le famiglie, dove 1 occupato su 2 (per lo più straniero) è in posizione non regolare.
A livello territoriale le diseguaglianze nella qualità dell’occupazione si aggiungono a quelle nella partecipazione al lavoro. Nelle regioni meridionali la permanenza nel lavoro a tempo determinato è più diffusa, la quota di lavoratori con basse remunerazioni è maggiore, l’occupazione non regolare è pari a due volte e mezzo quella del Nord e l’incidenza di incidenti mortali sul lavoro è più elevata.
La qualità dell’occupazione, inoltre, si lega strettamente alle difficoltà di conciliare tempi di lavoro e di vita.
Per concludere questo breve esame dei primi tre punti del Rapporto BES 2014, si può convenire che un individuo riesca a sostenere un dignitoso livello di vita se dispone di un reddito che gli fornisca risorse economiche adeguate al suo ruolo sociale ed alle sue competenze. L’analisi di questo aspetto non può limitarsi a considerare i livelli medi degli indicatori scelti, ma deve anche dar conto della distribuzione delle risorse economiche.
Infatti il livello complessivo di benessere materiale di una società dipende anche da come il reddito e la ricchezza sono ripartiti tra i cittadini. Purtroppo, secondo il Rapporto, «come in gran parte delle altre dimensioni del benessere, nel nostro Paese la disuguaglianza del reddito è superiore a quella media europea ed è ancora più elevata nel Mezzogiorno».
Le sperequazioni nei redditi rappresentano perciò un altro grave fattore di fragilità istituzionale e di debolezza intrinseca della società italiana. Non sembra che i partiti e i movimenti politici nei loro programmi e nelle loro scelte affrontino la questione con cura particolare, per dirla con una litote. Invece un buon governo del Paese potrebbe proporsi l’obiettivo di ridurre sensibilmente il divario dei redditi tra i cittadini, per avere in generale migliori condizioni di convivenza civile tra la gente.

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