Il camerata Napolitano

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di Marco Bonacossa

«Giorgio Almirante è stato espressione di una generazione di leader di partito che, pur da posizioni ideologiche profondamente diverse, hanno saputo confrontarsi mantenendo reciproco rispetto, a dimostrazione di un superiore senso dello Stato che ancora oggi rappresenta un esempio».
È quanto ha scritto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano alla vedova del leader missino in occasione del centenario della sua nascita.
Mi scusi presidente ma sta parlando di quell’Almirante che da caporedattore de “Il Tevere” firmò il Manifesto della razza che anticipò le leggi razziali antisemite in Italia? Lo stesso che collaborò alla rivista “La difesa della razza” dal 1938 al 1942? Così scriveva il futuro leader politico nel sesto numero di quel periodico: «Il razzismo è il più vasto e coraggioso riconoscimento di sé che l’Italia abbia mai tentato».

Mi scusi presidente ma sta parlando del capo manipolo della Guardia Nazionale Repubblicana durante la RSI? Sta parlando del capo di gabinetto del Ministero della cultura popolare? Sta parlando di chi, da tenente delle Brigate nere, firmò un decreto di fucilazione per i renitenti alla leva del grossetano? Ma questa era la guerra, un’altra epoca, un’altra storia, un’altra Italia.
Allora deduco che stia parlando di quel Giorgio Almirante fondatore del Movimento Sociale Italiano e segretario del partito dal ’47 al ’50 e definito dalla questura di Roma, nel 1947, «elemento pericoloso all’esercizio delle libertà democratiche, non solo per l’acceso fanatismo fascista dimostrato sotto il passato regime e particolarmente in periodo repubblichino, ma più ancora per le sue recenti manifestazioni politiche di esaltazione dell’infausto ventennio fascista e di propaganda di principi sovvertitori delle istituzioni democratiche ai quali informa la sua attività, tendente a far rivivere istituzioni deleterie alle pubbliche libertà e alla dignità del Paese».

Sta parlando, credo, dello stesso Almirante che da posizioni antisistema e rivoluzionarie riconquistò la segreteria del Movimento nel 1969 inaugurando la politica del “doppiopetto” e della «difesa dell’Italia dalla minaccia comunista».
Ipotizzo che stia parlando di quell’Almirante che sfruttò i giovani del suo partito per usarli come scudi umani durante i comizi e che utilizzò il funerale di Ugo Venturini, giovane di destra morto negli scontri di piazza del luglio 1970 a Genova, per affermare che: «Se altri popoli si sono salvati con la forza, anche il popolo italiano deve saper esprimere qualcuno che sia disposto all’uso della forza, per battere la minaccia comunista».
Immagino stia parlando di quell’Almirante che nel 1971 affermava la necessità per i giovani italiani di prepararsi ad un colpo di mano per realizzare un regime autoritario come quello greco, quello portoghese e quello spagnolo. Lo stesso che nel 1973 lodò il golpe di Pinochet in Cile auspicandone uno simile in Italia e che ottenne i ringraziamenti del macellaio (chiedo scusa a chi esercita questa nobile professione) sudamericano.

Lo stesso Almirante che fu coinvolto in una squallida storia di soldi transitati per banche svizzere e spagnole per permettere ad un terrorista nero latitante, Carlo Cicuttini, di fare un’operazione alle corde vocali evitando così un riconoscimento che lo avrebbe incastrato per la strage di Peteano. Una storia dalla quale ne uscì soltanto perché si avvalse dell’immunità parlamentare e di un’amnistia.
Presidente, si ricorda degli anni settanta? Almirante fu colui che si mise a disposizione del principe Borghese nel caso il golpe dell’8 dicembre 1970 avesse avuto successo. Il segretario missino fu colui che accolse nel partito il generale De Lorenzo, golpista mancato nel 1964, il generale Vito Miceli, capo dei servizi segreti, iscritto alla P2 e protagonista delle trame stragiste degli “anni di piombo”.

Presidente, ma stiamo parlando dello stesso Giorgio Almirante del quale persino i più giovani estremisti militanti missini degli anni settanta capirono la doppiezza e l’asservimento al sistema? Le sembra questo uno statista che dimostrava di avere un «superiore senso dello Stato» alla pari di altri leader politici della stessa generazione?

A lei la risposta, camerata Napolitano.

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3 Risposte to “Il camerata Napolitano”

  1. Anonimo Says:

    Ma vergognati scemo.

  2. Marco Bonacossa Says:

    Perchè? Sei Napolitano per caso? :D

  3. ggiovannetti Says:

    No, Marco, è il solito pirla.

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