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Dante Labate e quel numero “riservato” di Cosimo Barranca
di Giovanni Giovannetti

Giorni fa sono stato nuovamente querelato per “lesa maestà” dall’ex «sindaco più amato d’Italia» Alessandro Cattaneo e dall’ex consigliere comunale Dante Labate. Avevo impunemente ricordato agli elettori pavesi quanto sui due – e su altri locali candidati – annotano le carte dell’inchiesta antimafia Infinito: rapporti d’affari, vicinanze elettorali, “cene eleganti” benedette dal rituale taglio della caciotta “di grotta”, ecc.
Scripta manent, ed è grasso che cola in una città e in un Paese dalla memoria corta tanto che, localmente, si erano visti riproporre  tutti – e dico tutti – i “politici” a vario titolo coinvolti.
E mal gliene colse, poiché proprio l’elettorato di destra ferito nell’orgoglio ha voluto negare la riconferma a tre su quattro di loro nonché al sindaco uscente, smentendo così la “politica”, che li aveva imposti là in alto tra i candidati più in vista nel partito di Berlusconi e Dell’Utri.
Messaggio arrivato? Autocritica? A destra si torna finalmente a far politica? Niente affatto. Eccoli invece intenti ad alambiccar su pubbliche corresponsabilità auto-assolutorie, poiché se tutti sono colpevoli allora nessuno è colpevole. Semmai, per gli apprendisti azzeccagarbugli, colpevoli sono i «calunniatori di professione», noi, “spandiletame” incapaci di «valutare quello che viene fatto e non quello che viene detto» (Labate), anche se nel Pavese questi «fatti» perdono la effe così da riproporsi in atti: atti giudiziari, l’inquietante narrazione della colonizzazione mafiosa, della corruzione e dell’affarismo.
E dopo averla presa elettoralmente – e culturalmente – in quel posto ora lorsignori, frustrati, querelano: quasi a dire che il problema non sono farabulli corrotti e contiguità mafiose o filomafiose, non è ciò «che viene detto» in atti giudiziari («fatti inquietanti, anche se non costituenti reato», direbbe il compianto Paolo Borsellino, di “destra” come loro ma non come loro); semmai è da perseguire chi tutto questo lo ri-afferma.
Quanto a me, le notifiche delle recenti querele si aggiungono ad altre analoghe, tempo fa avanzate dai Neri dai Chiriaco dai Filippi: i primi due li ricordiamo condannati a 18 anni per associazione mafiosa e a 12 anni per concorso esterno; il terzo dopo l’arresto dovrà ora affrontare un processo per corruzione.
Al dunque, mi si comprenda se per una volta pretendo il mio rinvio a giudizio, il primo, così da restituire senso alla relativa scocciatura dell’utile ripasso estivo del copioso faldone su deposizioni “al” e Motivazioni “del” processo antimafia Infinito; carte lasciate alle spalle, in parte archiviate senza nemmeno leggerle.
Utile lettura, come ho detto. Porto ad esempio la requisitoria del Pm Alessandra Dolci, dalla quale a pag. 83 si ricava questo allusivo passo proprio sul Labate (per i neofiti, Cosimo Barranca era a capo della “locale” milanese di ‘Ndrangheta): «Altra conversazione interessante è il progressivo 1682 del 28 aprile del 2004, sono Chiriaco Carlo e Dante, che è Labate Dante, in cui è Chiriaco che chiede a Labate il numero di Barranca, tenete presente che Labate Dante è di origine calabrese, il fratello veniva credo tratto in arresto per concorso esterno in associazione mafiosa in Calabria, ma recentemente è stato assolto da questa accusa, tra l’altro in questa occasione Labate gli dice: “No, guarda non ho il numero di Cosimo, ho il numero di Peppe”, Salvatore Giuseppe. C’è un aspetto che vorrei sottolineare sulla figura di Barranca, che forse non ho evidenziato nelle precedenti udienze, noi abbiamo intercettato 13 utenze in capo a Barranca, tra IMEI e schede telefoniche e cioè a dire che Barranca, contrariamente a quello che fanno tutti i pubblici cittadini che non cambiano mai il numero di telefono perché per rendersi reperibili a tutti, come invece fanno abitualmente quelli che io definisco nostri clienti, cambia sistematicamente scheda telefonica o apparato cellulare, per all’evidenza sottrarsi alla attività di captazione e quindi spesso accade, lo si desume dal contenuto di queste conversazioni, che i soggetti che a lui si rapportano, siano essi Neri, piuttosto che Chiriaco, piuttosto che altri, sono alla ricerca disperata dell’ultimo numero di Cosimo, e di solito il numero viene veicolato tramite l’autista factotum, il solito, Salvatore Giuseppe».
Dunque l’irascibile querelante Labate non era “solo” in sodali rapporti con il capo reggente della ‘Ndrangheta lombarda Pino Neri, tornato in libertà nel 2007 dopo una condanna a 9 anni per narcotraffico; non solo era «come un fratello» per Carlo Chiriaco: Dante Labate disponeva del numero “riservato” di Cosimo Barranca, condannato nel 2012 a 14 anni di galera, nel filone del processo Infinito con rito abbreviato.
Sarà che «a pensar male ci si azzecca» (Andreotti) ma più che prova questo fatto è indizio, l’ultimo di una serie, non sufficiente a fare di «quest’uomo un mafioso» direbbe Borsellino; che tuttavia precisa: «…siccome dalle indagini sono emersi altri fatti del genere altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato quindi è un uomo onesto. Il sospetto dovrebbe indurre soprattutto i partiti politici quantomeno a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti anche se non costituenti reati».
Torno a leggere.

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