Nostalgia canaglia

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Pavia non era terra per camorristi

di Marco Bonacossa

E’ il due dicembre 1995 quando Vincenza Di Domenico, detta “Nikita”, come l’assassina dell’omonimo film di Luc Besson, camorrista dei Quartieri Spagnoli, decide di pentirsi.
La causa è un agguato subìto il giorno prima, mentre passeggiava con la zia, da parte di due uomini armati di pistola che la feriscono alla testa e alla mano. Preoccupata, anzi terrorizzata dal pensiero che i suoi attentatori ci riprovino decide di collaborare con la giustizia e raccontare tutto al Commissariato di polizia di Montecalvario. La sua confessione permette alle forze dell’ordine di arrestare decine di camorristi e fare luce sugli affari illegali di una delle zone più importanti della città.
Ma nel luglio del ’96, dopo aver vissuto per mesi protetta dagli agenti di polizia in una località segreta, decide di ritrattare. Probabilmente sono i suoi tre figli a mancarle, i parenti, le abitudini, il cibo. Probabilmente è anche tutto questo, ma è la località protetta dove l’hanno nascosta che proprio non le va. Non le piace quella città, troppo grigia, fredda e così diversa dalla sua Napoli: Pavia. Ai giornalisti che il 13 luglio 1996 la intervistarono dopo la sua dichiarazione di voler ritrattare la sua confessione dichiarò: “Pavia è una città triste, dove piove sempre. Voglio tornare a Napoli, nei vicoli dei Quartieri. Stare a Pavia era peggio che rimanere nella mia città. I miei tre figli sono nati nei Quartieri Spagnoli ed è lì che voglio tornare”.
Bei tempi quando Pavia non era terra per mafiosi, camorristi e ‘ndranghetisti. Nel solo 2008 v’erano Francesco Pelle, responsabile della strage di Duisburg, e Giuseppe Setola, esecutore della strage di Castel Volturno; nel 2010 gli arresti Infinito con i noti Chiriaco, Pino Neri e i loro rapporti stretti, troppo stretti, con alcuni “professionisti” della politica cittadina. Per onestà storica bisogna dire che anche negli anni settanta e ottanta Pavia, ma soprattutto l’Oltrepo’, fu terra di nascondiglio per alcuni noti criminali che operavano a Milano e nel milanese come Michele Argento detto “Carlo”, braccio destro diFrancis Turatello, e Angelo Epaminonda detto “Il Tebano”, il catanese che governò Milano negli anni ottanta dopo Turatello. Ma su “Il Tebano” c’è un “professionista della politica cittadina” che ne sa sicuramente più di tutti noi.

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