La tela del ragno – terza puntata: “Quando Pinochet governò Genova”

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“Scorre il sangue a Genova nell’estate del 2001”

di Marco Magnani, direttore di “Jaromil“, rivista degli studenti universitari dell’Università degli studi di Pavia

Uno due tre, viva viva Pinochet!
Io sono fermamente convinto che il generale Augusto Pinochet sia una delle persone più immonde che abbia mai calpestato la nostra terra.
Non tanto, e non solo, per la dittatura fascista che dominò il Cile per tanti anni, o per la ferocia nella repressione degli avversari politici, o per le sparizioni di massa, per avere usato gli stadi come prigioni a cielo aperto, per la tortura sistematica o per aver infilato ratti tra le gambe di giovani donne.
Cose orrende, sia chiaro, che mi si stringe lo stomaco solo a scriverle, però purtroppo tipiche non solo del regime cileno. Per me, il diavolo ha la faccia di Pinochet perché Pinochet ha assassinato Salvador Allende, e con lui ha soffocato il sogno di un’America Latina libera, ha strangolato la lotta di un popolo per scrivere la sua storia, costringendolo a continuare la fellatio economica verso gli USA.
“Uno due tre, viva viva Pinochet” è l’inizio di una canzoncina idiota molto diffusa tra le file della nuova destra, un motivetto cantato più volte anche dalle forze dell’ordine impegnate a Genova nel luglio 2001, per garantire l’ordine pubblico durante lo svolgimento del G8.
Io a quell’epoca avevo tredici anni, che è notoriamente un’età stupida: hai il cuore pieno di paura, e non lo sai.
A Pavia, a luglio, c’è un caldo appiccicoso, torrido, ma i miei tredici anni mi permettono di potermi sdraiare sul tappeto per rincorrere quel po’ di fresco che viene su dal pavimento, e seguire così comodamente le immagini televisive che raccontano il disastro di Genova.
Anche a Parigi, pochi giorni dopo, fa un caldo torrido, e la Gazzetta dello sport che compro per dieci franchi continua a raccontarmi di Genova, con il nero che prende il sopravvento sul rosa.
Tredici anni, per fortuna, non è tempo di domande: le domande vengono dopo, anni dopo, quando capisci che la ferita di Genova è ancora aperta, e soprattutto che quelle immagini, quei nomi, ti hanno cambiato la vita, ti hanno istintivamente spinto da una parte.
La prima domanda, banale, è: perché Genova?
Basta ascoltare una canzone di De Andrè per capire che i carruggi del capoluogo ligure non possono essere adatti a ospitare il grandioso spiegamento di forze che impone una manifestazione come il G8, la riunione dei rappresentanti degli otto “grandi”, gli stati più industrializzati del mondo: e allora chi è il genio che incastra questo circo sotto l’intricato tendone genovese, con evidenti rischi per l’ordine pubblico?
Il governo Berlusconi, appena insediato, rimbalza la responsabilità sul precedente esecutivo di centrosinistra, ma non cambia location, al contrario di quanto accaduto in altra occasione, quando per ragioni promozionali trasferì in fretta e furia il G8 da La Maddalena all’Aquila.

E così, che Genova sia: vengono predisposte eccezionali misure di sicurezza, chiuse le frontiere, chiusi il porto, l’aeroporto, le stazioni ferroviarie, sotto controllo le autostrade, impiegati circa ventimila uomini delle forze dell’ordine.
E poi, la mitica “Fortezza Genova”, la zona rossa, quella del centro, accessibile ai soli residenti: è l’area più sensibile, che viene circondata da grate metalliche.
E’ la prima volta che sento parlare di zona rossa, la ritroverò all’Aquila, e l’esperienza mi insegna che si tratta di un termine mai foriero di buone notizie.
Ma perché tutte queste precauzioni?
Perché, in occasione di precedenti incontri analoghi, si erano tenute gigantesche manifestazioni di protesta contro il sistema economico capitalista e neoliberista, e in rappresentanza di queste istanze era nato il “popolo di Seattle”, attorno al quale gravita il Black Bloc, il blocco nero, a leggere i giornali un manipolo di delinquenti con l’obiettivo della distruzione di banche, auto, negozi.
Secondo i rapporti dei servizi di sicurezza italiani e stranieri, Genova avrebbe rappresentato l’apice della protesta, e il Black Bloc sarebbe stato attrezzato con sacche di sangue infetto, lamette da barba nascoste nella frutta, giochi radiocomandati carichi di esplosivo, da scagliare contro le forze dell’ordine: fortunatamente, non vedremo nulla di tutto ciò.
Addirittura, la popolazione è invitata a lasciare la città: si prevede un numero di arresti tra i tre e i cinquemila, e vengono predisposte quasi altrettante body bag, le sacche per i cadaveri.
Insomma, ci si aspetta una strage.
Mi rivedo a tredici anni, in salotto, mentre ascolto la tele, e capisco di provare una sensazione che ora definirei di paura: la carica di tensione è enorme, e tutta quella paura ancora non me la spiego.
Il G8 si apre giovedì 19 luglio, con la coloratissima manifestazione dei migranti che coinvolge circa cinquantamila persone: in totale, nei tre giorni di riunioni si conteranno trecentomila manifestanti, facenti riferimento a più di 700 associazioni, coordinate dal Genoa Social Forum.
Non succede niente, giovedì, la gente sfila tranquilla e la giornata va in archivio senza scontri: vuoi vedere che ho ragione io?
Bambino ingenuo.

Quattro cinque sei, fossi in te non parlerei!
Il giorno dopo, venerdì 20 luglio, alle dieci di mattina si muove, senza preavviso o autorizzazione, il corteo del Blocco nero: fanno spavento, tutti neri, le maglie nere, le scarpe nere, i tamburi neri, ma la polizia non interviene, né sul momento né in seguito, dato che non risultano indagini sulle violenze commesse in questa occasione dai Black blocs.
Alle ore 14, come da programma, parte invece il corteo dei “disobbedienti”, che prevedeva anche una violazione simbolica della zona rossa, concordata con le forze dell’ordine: nel momento in cui i manifestanti si avvicinano alle grate, una pattuglia dei carabinieri carica, gli stivali corrono veloci, i manganelli già alti.
E’ un errore dei carabinieri, che ignorano o fraintendono il comportamento dei manifestanti, oppure si tratta di premeditazione, dell’occasione che si aspettava per dare inizio agli scontri?
Non lo sapremo mai, il responsabile della pattuglia dichiarerà di aver agito di propria iniziativa, senza aver ricevuto ordini, fatto sta che dal quel momento a Genova si scatena la guerra civile: gli scontri sono durissimi e non risparmiamo nessuno.
La cosa sconvolgente è che le cariche della polizia sono perlopiù riservate ai manifestanti pacifici, mentre i famigerati black blocs, nonostante le moltissime segnalazioni della cittadinanza, continuano indisturbati a mettere a ferro e fuoco la città.
Le immagini televisive, mandate in onda dal prudente TG1, mi buttano addosso scene di vera guerriglia urbana, e appare evidente, tragica, l’incapacità delle forze dell’ordine, che sembrano muoversi un po’ a casaccio, spinte solo dal desiderio di dare una lezione a questi pacifisti del cazzo.
Mi restano in gola il giallo e il rosso, il giallo acre della polvere e il rosso sangue di persone inermi, picchiate con le mani alzate, manganellate a terra, davvero ostaggio dello Stato.
Sono passati più di dieci anni, e ancora non riesco a sopportare quelle immagini, mi viene da gridare basta! Cazzo, smettetela!, come se potessi cambiare le cose.
E’ un po’ la stessa sensazione che provo rivedendo il rigore di Fabio Grosso contro la Francia: non sono mai sicuro che segni.
Gli scontri vanno avanti senza tregua per tutta la giornata: arriva a Genova anche il vicepresidente del consiglio, Gianfranco Fini, che si fa ospitare al comando dei carabinieri, la vera centrale operativa di quei giorni.
A proposito delle presenza di Fini a Genova si è detto forse fin troppo, a me interessa rimarcare solo un dato: il governo italiano non può non sapere quello che sta succedendo, anche se il ministro dell’interno è Claudio Scajola, lo stesso che non sa chi gli compra casa.
Le violenze di venerdì 20 culminano alle 17.27: in piazza Alimonda, una jeep dei carabinieri si incastra contro un cassonetto dei rifiuti, apparentemente senza motivo, forse l’autista perde la testa vedendo di essere rimasto solo, a distanza dai colleghi che già si sono ritirati.
Il veicolo resta fermo per alcuni minuti e viene assaltato dai manifestanti, uno dei quali, il viso coperto da un passamontagna, solleva un estintore per scaraventarlo contro l’auto, ma non fa in tempo: dall’interno della macchina il carabiniere Mario Placanica esplode due colpi di pistola, uno dei quali colpisce allo zigomo Carlo Giuliani.
Subito la jeep si mette in moto, fa manovra passando per due volte sul cadavere a terra e si dilegua: l’autista dirà di aver scambiato il corpo per un sacchetto di spazzatura.
Immediatamente si fa il vuoto, silenzio, si sentono solo le pale degli elicotteri e le urla del vicequestore Adriano Lauro a un manifestante: “Bastardo!L’hai ucciso tu, l’hai ucciso, bastardo! Tu l’hai ucciso, col tuo sasso, pezzo di merda!”
A fianco della testa di Carlo Giuliani compare in effetti un sasso, che qualcuno dice essere stato usato per colpire il ragazzo già morto, per tentare una maldestra copertura dell’accaduto.

Tiro il fiato, ho scritto in apnea, negli occhi ancora quelle immagini che ho rivisto centinaia di volte: parlare della morte di un ragazzo di vent’anni è cosa difficile, la retorica è impossibile da evitare.
Ci tengo a dire due cose: primo, non vorrei mai vedere mio figlio impugnare un estintore per tirarlo addosso a qualcuno; secondo, Carlo Giuliani poteva essere mio fratello.
Carlo Giuliani poteva essere chiunque: non era un “professionista delle violenza”, sotto la tuta aveva il costume da bagno, perché quella mattina era indeciso tra andare a manifestare e andare al mare.
In ogni caso, non sono in grado, e non ho nemmeno voglia, di dare giudizi su questa tragedia, anche perché Carlo Giuliani assomiglia in modo incredibile al ragazzo con cui ho condiviso migliaia di tiri a pallone.
Comunque, Placanica è stato indagato e archiviato, per legittima difesa: il colpo mortale è stato sparato verso l’alto, è rimbalzato su un sasso volante, scagliato da un altro manifestante, e ha colpito la vittima.
E’ la stessa versione accolta anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, che al pari della magistratura italiana non ha accettato la perizia della famiglia Giuliani, che sostiene invece che il colpo sia stato sparato in direzione della vittima, e ha confermato la sussistenza della legittima difesa: la stessa corte ha assolto l’Italia anche dall’accusa di non aver condotto un’inchiesta sulla morte del ragazzo; resta ancora da definire il giudizio in sede civile per il risarcimento danni, intentato dalla famiglia Giuliani contro lo Stato italiano.
Una sola cosa, prima di girare pagina: in qualunque modo la pensiate, non fate passare Carlo Giuliani come quello che aveva torto, anche perché più passa il tempo e più mi convinco che ha ragione Francesco Guccini, quando canta che “uscir di casa a vent’anni è quasi un obbligo, quasi un dovere”.
Quei due spari, in rapida sequenza, pam pam, fanno il gelo, come un pugno alla bocca dello stomaco: gli occhi sfuocano, le mani si abbassano, la bocca si apre senza suono.
Sembra tutto fermo, per quel venerdì nessuno ha più voglia di fare niente, le ultime forze strappano le aiuole per deporre fiori vicino alla pozza di sangue dove si è perso Carlo Giuliani.
Sette otto nove, il negretto non commuove!
Nonostante tutto, sabato 21 continuano le manifestazioni e proseguono gli scontri: il clima è irreale, ma non abbiamo ancora visto il peggio.
Già, perché nella notte di sabato assistiamo a un’altra pagina nera della storia italiana, l’assalto alla scuola Diaz, un episodio definito da Amnesty International come “ la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”.
Andiamo con ordine: la scuola Diaz era stata concessa dal comune di Genova al Genoa Social Forum come dormitorio, insieme alla vicina scuola Pascoli, all’interno della quale si installa il media center e il servizio legale delle associazioni.
Stando a quanto riferito dalle forze dell’ordine, verso le 21,30 una pattuglia della polizia sarebbe stata attaccata davanti alla scuola: c’è chi parla di una sassaiola, chi di lancio di bottiglie, chi di inseguimento all’auto; in realtà, le versioni sull’accaduto sono talmente discordanti da porre fortemente in dubbio l’effettivo verificarsi del fatto.
Ad ogni modo, l’accaduto diventa la scusa per l’irruzione nella scuola Diaz, in cui dormono 93 persone tra ragazzi e giornalisti: un alto numero di agenti, stimato dalla Corte di appello di Genova in 346 poliziotti e 149 carabinieri, alle 23,57 sfonda il cancello dell’edificio, allo scopo di effettuare una perquisizione, perché si sospettava la presenza all’interno di Black blocs.
Le modalità dell’operazione sono inquietanti: per prima cosa, non si capisce per quale motivo si utilizzano le tenute antisommossa per una perquisizione, peraltro effettuata secondo una procedura che non richiede, come in tutti gli altri casi, la preventiva autorizzazione del magistrato.
E poi, ed è la cosa che ancora oggi mi spaventa di più, il tutto avviene al buio: le immagini fanno paura, si vede la polizia fare irruzione e salire di corsa le scale, le luci si accendono di piano in piano, la gente che dormiva si sveglia urlando, è impossibile scappare.
Mi mancano le parole, prendo in prestito quelle di chi quella sera c’era: non un manifestante, ma il vicequestore aggiunto Michelangelo Fournier, che ha partecipato all’irruzione e anni dopo ha dichiarato che “sembrava una macelleria messicana”.
Espressione strana, che rende bene l’idea del disastro di quella notte, degli arredi usati come armi, del sangue che cola dai termosifoni: tutti gli occupanti vengono arrestati, quasi tutti picchiati, decine di barelle corrono avanti e indietro.
Nessuno viene informato di essere in arresto, lo scopriranno in ospedale: saranno tutti rilasciati nelle ore successive.
Mark Covell, giornalista inglese, viene massacrato sulla porta della scuola, mentre cerca di mettersi in salvo prima dell’arrivo della polizia: “noi uccideremo i black bloc” gli gridano nelle orecchie, mentre costringono la sua vita a barcollare su un filo sottilissimo per giorni.
Intanto, il prefetto Gianni De Gennaro risponde così a chi lo prega di intervenire e porre fine alle violenze: “Cosa vuole che faccia? E’ una normale operazione di polizia”.
La dimostrazione della normalità dell’operazione, più che dalle mie parole, è data da un cartello appeso ai muri della Diaz: “Don’t clean up the blood”.
Non togliete le macchie di sangue, in inglese per farsi capire da tutte le nazionalità ospitate nella scuola.
In quei minuti, mentre gli agenti calpestano corpi e diritti, la voce stentorea e orgogliosa della portavoce della questura dichiara, in un’imbarazzante conferenza stampa, che l’arresto senza mandato di cattura è avvenuto per detenzione di armi in luogo chiuso, unico reato che ammette tale procedura, e a testimonianza di ciò vengono esibiti gli oggetti raccolti durante la perquisizione,tra cui sbarre metalliche e due bombe molotov.
Peccato, però, che le sbarre provenissero dal cantiere per la ristrutturazione della scuola, e le molotov fossero state portate alla Diaz dalla polizia, come poi ammesso da un agente incastrato da un video.
A scanso di equivoci, la questura dichiara anche che 63 manifestanti, ricoverati in ospedale, avevano ferite e contusioni pregresse, dovute agli scontri: probabilmente, aggiungo io, il sangue sui muri e sui pavimenti della Diaz era sugo.
Infine, a completare l’opera, la polizia perquisisce anche la scuola Pascoli, ufficialmente per errore, trafugando e distruggendo computer e testimonianze su cui si sarebbe basata un’annunciata denuncia del Genoa Social Forum contro le violenze commesse dalla polizia durante gli scontri.

Quella notte ha ovviamente anche un esito giudiziario: in primo grado si contano tredici condanne e sedici assoluzioni tra le forze dell’ordine; in particolare, i vertici della catena di comando vengono assolti: è la famosa sentenza accolta dal coro “vergogna, vergogna”, urlato in aula dalle vittime della Diaz.
In appello, però, la sentenza è ribaltata e tutti i capi della polizia presenti quella notte condannati: nonostante questo, l’ex sottosegretario all’interno Mantovano, e dopo di lui il ministro Maroni, hanno confermato la piena fiducia del Viminale nei loro confronti.
Le sentenze saranno confermate in via definitiva dalla Cassazione.
Per completezza, aldilà delle divertenti dichiarazioni dell’allora senatore Pdl Gasparri, che ha parlato di “sentenza scritta dai no-global”, è interessante ricordare la condanna in secondo grado dell’allora prefetto De Gennaro, colpevole di istigazione alla falsa testimonianza, per aver costretto un suo subordinato a mentire circa le circostanze del sanguinario blitz alla scuola Diaz.
Ma l’inferno di Genova, purtroppo, non finisce qui, dobbiamo aggiungere un altro girone di dannazione.
Molte delle persone fermate o arrestate nei giorni del G8, per un totale che oscilla tra le 250 e le 500 unità, vengono condotte nella caserma di Bolzaneto, adibita come centro di identificazione: in tanti accusano il personale medico e delle forze dell’ordine di aver negato loro i diritti legali, dal momento che non hanno potuto informare nessuno del proprio stato di detenzione né hanno potuto godere dell’assistenza di un avvocato, e soprattutto di aver commesso violenze fisiche e psicologiche.
Persone costrette a stare in piedi per ore, ad abbaiare, insultate e schernite, ragazze obbligate a spogliarsi e minacciate di essere stuprate con i manganelli, schiaffi, colpi alla nuca, anche lo strappo di un piercing dalle parti intime.
E poi ancora: teste sbattute contro il muro, botte se non canti “faccetta nera”, a qualcuno pisciano addosso.
Questo il resoconto, agghiacciante, delle testimonianze degli arrestati, confermate da un anonimo poliziotto in servizio a Bolzaneto in quei giorni: “E’ tutto vero, anche di più. Ho ancora nel naso l’odore di quelle ore, quello delle feci degli arrestati a cui non veniva permesso di andare in bagno.”
Qualcuno ha parlato di “lager Bolzaneto”: di certo è stata una follia, una sospensione dei diritti, un vuoto della Costituzione, per cui è stato decisivo l’apporto dei GOM, il reparto speciale della polizia penitenziaria, da molti indicati come i veri responsabili delle violenze.
Tutti comportamenti per i quali non è azzardato l’uso del termine tortura, nonostante l’allora ministro della giustizia, Roberto Castelli, in visita alla caserma in quelle stesse ore, dichiari di non essersi accorto di nulla.
Fortunatamente, l’occhio della giustizia è più vigile di quello del ministro: dopo una sentenza di primo grado quantomeno prudente, con sole quindici condanne tra poliziotti, guardie carcerarie e personale medico per lesioni e maltrattamenti, la Corte d’appello di Genova ha condannato tutti i quarantaquattro imputati.
Soprattutto, la Corte ha riconosciuto che a Bolzaneto sono stati posti in essere “trattamenti inumani e degradanti”, cioè quanto di più simile alla tortura esista nel nostro ordinamento.
I responsabili sono stati condannati anche, in solido con i ministeri di appartenenza, al pagamento dei danni morali e materiali, per una cifra complessiva vicina ai dieci milioni di euro.
Anche in questo caso, le sentenze di condanna sono diventate definitive in seguito al pronunciamento della Cassazione.
Sciaguratamente, molti reati sono caduti in prescrizione, che sarebbe stata evitata se l’Italia avesse introdotto nel sistema penale il reato di tortura, come avrebbe già dovuto fare a partire almeno dal 1988, quando firmò la convenzione ONU contro la tortura.
Uno due tre, viva viva Pinochet!
Quattro cinque sei, a morte tutti gli ebrei!
Sette otto nove, il negretto non commuove!
Domande, un fiume di domande.
Che fine ha fatto la commissione parlamentare di inchiesta sui fatti di Genova, tante volte annunciata e mai realizzata?
Perché la polizia non ha avviato un’inchiesta interna sui responsabili delle violenze, che invece in moltissimi casi hanno ricevuto delle promozioni?
E poi: se circa 250 procedimenti a carico di esponenti delle forze dell’ordine sono stati archiviati per l’impossibilità di individuare gli agenti responsabili, perché i poliziotti non sono identificabili, perché non hanno un codice di riconoscimento come in tanta altri paesi del mondo?
Se la quasi totalità degli arrestati nei giorni degli scontri è poi risultata estranea ai fatti, in che modo ha operato la polizia, quali criteri di valutazione ha seguito?
Perché i temibili Black blocs, che avrebbero distrutto la città, non sono mai stati disturbati dalle forze dell’ordine, perché dove c’è il Blocco nero non c’è mai la polizia?
E che ruolo hanno avuto gli infiltrati tra i manifestanti?
Mi tornano in mente le parole di Cossiga, che consigliava di sfasciare dall’interno il movimento studentesco con l’opera degli infiltrati, e poi di finirlo a manganellate, anche a costo di ammazzare qualcuno.
E mi tornano in mente anche le immagini del G20 di Toronto, nel 2010, quando un gruppo di Black blocs si rivelò in realtà formato da poliziotti canadesi, che non si erano nemmeno presi la briga di cambiarsi gli stivali di ordinanza.
E ancora, perché il ministro Scajola, pochi giorni prima del vertice, consigliava impunemente di “sparare se superano la zona rossa”?
Non esistono risposte ufficiali ai miei interrogativi, circostanza che non fa altro che rafforzare l’ipotesi, amara e indelebile, che Genova sia stata appositamente usata come strumento di governo.
E’ vergognoso, ripugnante, il volto che lo Stato ha mostrato in quei giorni fatali, rovesciando qualsiasi distinzione tra buoni e cattivi, con la polizia che, invece di difenderci, ci massacra sui marciapiedi.
Ho capito una cosa, in questo viaggio, che non è vero il vecchio adagio per cui esaudire gli ordini non è mica reato: ci sono ordini criminali, a cui si deve dire no, per legge o per coscienza.
Altrimenti, dovremmo assolvere i volonterosi carnefici di Hitler, e con loro i volonterosi carnefici di Genova.
E ho capito anche che Genova è una dimostrazione, l’ennesima, del fatto che si può governare con la paura, si può guadagnare consenso con la paura.
La paura è uno strumento ma, semplicemente, non funziona.
Ricordiamocelo, perché, come canta Simone Cristicchi, “ne è morto solo uno, potevano essere cento: i mandanti del massacro sono ancora in parlamento”.

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