Le ragioni della leggerezza

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La mafia uccide solo d’estate

di Paolo Ferloni

Oltre alla solita indaffarata nuvola di zanzare, il chiostro del Vittadini a Pavia, la sera dell’ultima domenica di luglio, ha ospitato la più numerosa e attenta platea del Cinema sotto le Stelle 2014. Un pubblico fin da piazza Ghislieri in lunga coda da prima delle 21 ha preso d’assalto il cortile settecentesco per occuparlo fino all’ultima sedia o panca disponibile.
Attirato da cosa? Dal bizzarro titolo di un film su Palermo e su tanti anni di delitti e stragi di mafia dal 1969 al 1992, osservati da Arturo, l’attore protagonista che è il regista stesso, Pierfrancesco Diliberto detto Pif: da piccino inizia a parlare pronunciando la parola “mafia” (della quale ancora negli anni ’80 nessuno in città ammetteva l’esistenza); da bambino e da ragazzo, affascinato da Flora, bionda e angelica compagna di scuola, per dichiararle il suo amore si fa ammiratore di Giulio Andreotti, surreale modello sentimentale, di cui colleziona le foto, col
favore dei genitori, ligi democristiani.

Poi da ragazzotto maldestro, sull’ambigua quanto rischiosa via del giornalista d’inchiesta e del telereporter di una TV locale, è ingaggiato grazie a Flora a seguire la goffa campagna elettorale di Salvo Lima, del quale nel 1992 vede in strada l’ assassinio.
Subito dopo questo delitto, e dopo la strage di Capaci per eliminare Falcone, saràl’ esplosione di Borsellino e della sua scorta vicino a casa sua a completare la formazione politica del giovane, con le oscillazioni e il crollo simbolico dalla parete della sua camera dell’ultimo ritratto in bianco e nero di Andreotti, fino a poco prima presidente del Consiglio, grande assente ai funerali delle vittime di mafia.

Vittime che alla fine il film rievoca in serrata successione con una visita ai luoghi delle loro lapidi, dedicata in primis da Arturo e Flora al piccolo nato dalla loro unione, ma in realtà forse più a se stessi ed alla propria incapacità adolescenziale e giovanile di comprendere il male mafioso – incoscienza peraltro comune a tutti coloro che, contigui alla mafia, ne ignoravano il potere e i brutali meccanismi d’azione, giudicati e messi in pubblico con chiarezza per la prima volta nel maxiprocesso di Palermo tra il 1987 e il 1989.
Se è vero che “dalla crisi della sudditanza al male si può uscire”, come dice Roberto Figazzolo nel fascicolo “estiva 2014 – sul vuoto ma in volo” del Comune di Pavia (pag. 48), si potrebbe suggerire al nuovo sindaco Depaoli di far vedere questo film “antiretorico” in tutte le scuole della città. Secondo noi sarebbe bene mostrarlo per seminare dubbi e spirito di ricerca nelle scuole d’Italia di ogni ordine e grado, e anche per sostenere “le ragioni della leggerezza” in letteratura e nell’arte: da riconoscere, secondo Italo Calvino nella prima delle sue “Lezioni americane”, come un valore per il presente e per il futuro.

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