La strage della stazione di Bologna si scrive in arabo

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“La pista palestinese e quella libica sono una sola”: analisi storica della strage di Bologna del 2 agosto 1980 e riannodamento dei fili del terrorismo internazionale

di Marco Bonacossa

Ieri, 2 agosto, in occasione dell’anniversario della strage, il presidente Napolitano ha dichiarato come vadano cercati i mandanti dell’attentato per donare, finalmente, la verità al Paese e ai famigliari delle vittime. Un monito doveroso se, però, conoscessimo i responsabili di quella strage.
Ieri ho scritto perché secondo me, con una mai troppo approfondita analisi storica, non possono essere stati i neofascisti i Nar a compiere quella strage.
Vi è un’ulteriore pista che conduce all’estero e che devia le attenzioni degli studiosi su altre formazioni e altre motivazioni per spiegare l’attentato del 2 agosto.
Il primo ad accendere i fari sull’estero fu il repubblicano Giovanni Spadolini che, nella seduta parlamentare del 4 agosto 1980, ipotizzò la responsabilità della Libia, guidata da Gheddafi, nell’attentato.
Perché fece questa ipotesi? Bisogna fare un passo indietro nella storia.
L’Europa degli anni settanta era una polveriera di movimenti extraparlamentari e di gruppi armati di sinistra che organizzavano e facevano attentati in nome della rivoluzione. Vi era poi un contesto internazionale di “guerra fredda” nel quale il Medioriente ed in particolare la Palestina era una delle chiavi principali. Tra i gruppi armati palestinesi più attivi vi erano Al-Fatah, guidata da Arafat, e l’FPLP (Fronte Popolare di Liberazione della Palestina) guidata da George Habbash. Quest’ultima formazione, di ispirazione marxista, perseguiva la teoria “internazionalista” della guerriglia alle potenze imperialiste. Per lotta internazionalista si intendeva l’esportazione della lotta rivoluzionaria al di fuori dai confini nazionali perché il campo di battaglia concepito era il mondo, nella sua totalità.
La vittoria dei vietcong nel Vietnam ai danni degli americani era, per esempio, concepita come un successo di quella guerra rivoluzionaria internazionale.
E’ con l’internazionalismo, dunque, che si spiegano gli attentati terroristici dell’FPLP e degli altri gruppi palestinesi in Europa come quello delle Olimpiadi di Monaco nel ’72, di Fiumicino nel ’73 o il dirottamento di aerei di linea organizzati, anche ma non solo, dall’Armata rossa giapponese.
L’Italia negli anni settanta giocava un ruolo fondamentale nello scacchiere geopolitico per la sua centralità nel Mediterraneo. L’appartenenza al Patto Atlantico che ci legava agli Stati Uniti e alla Nato non impedì ad un politico come Aldo Moro o al dominus dell’Eni Enrico Mattei, fino alla sua misteriosa morte nel 1962, di allacciare un fitto e amichevole dialogo con i paesi arabi.
Queste proficue relazioni portarono nel ’73, dopo l’attentato palestinese all’aeroporto di Fiumicino del 17 dicembre dello stesso anno che costò la vita a 32 persone, a causa di due bombe gettate all’interno di un velivolo e il dirottamento di un aereo, ad un accordo tra i palestinesi e il nostro Paese passato alla storia come “Lodo Moro”.

L’accordo, del quale non abbiamo ovviamente alcun documento scritto, è stata confermato anche da Bassam Abu Sharif, portavoce dell’FPLP, in un’intervista al Corriere della Sera del 14 agosto 2008 e da altri esponenti della lotta armata palestinese nel corso degli anni.
Già lo stesso Moro nei suoi scritti durante la prigionia brigatista scrisse dell’accordo in cinque lettere indirizzate ai suoi compagni di partito fra il 22 e il 30 aprile, ma stranamente o forse intenzionalmente “l’amico del Mossad” e capo brigatista Mario Moretti non le divulgò (di lui mi occuperò un’altra volta). Fu il giornalista Mino Pecorelli, assassinato nel 1979, sulla sua rivista “OP” del 10 ottobre ’78 a rivelare il patto segreto italopalestinese.
Grazie ad esso i militanti del Fronte Popolare potevano transitare nel nostro territorio trasportando armi, documenti o uomini senza ricevere alcun controllo da parte delle forze dell’ordine in cambio della garanzia a non compiere attentati sul suolo italiano e a non organizzare piani e spedizioni terroristiche, dirette verso altri paesi, in Italia.
Tra i militanti più conosciuti del Fronte Popolare vi era il famoso Carlos, al secolo Ilich Ramirez Sanchez, venezuelano di nascita, una laurea in Unione Sovietica e militante comunista internazionalista.
Carlos era il punto di riferimento dei palestinesi in Europa e il terminale principale dei legami tra e con le maggiori organizzazioni armate di sinistra dell’Europa occidentale, tra le quali le Cellule Rivoluzionarie tedesche (Revolutionäre Zellen). Egli, inoltre, godeva di una specie di salvacondotto che gli permetteva di muoversi liberamente fra i paesi del Patto di Varsavia per rifornirsi di armi e documenti. Tra gli alleati dell’FPLP c’erano diverse realtà non europee come l’armata rossa giapponese, movimenti di guerriglia sudamericani o capi di stato come Gheddafi e Assad che perseguivano la sconfitta di Israele e auspicavano il panarabismo ai danni delle potenze imperialiste e dei loro alleati della zona mediorientale, come la Persia e l’Arabia saudita.
Nel 1976 Carlos si “mise in proprio”, lasciò il Fronte Popolare a causa di alcune divergenze con la direzione, e fondò una sua formazione denominata Separat (separato in tedesco).
Nonostante ciò continuò a collaborare con l’FPLP e mantenne i legami con le formazioni internazionali, con i sovietici, i siriani e i libici, per i quali lavorò con una certa frequenza dal ’79 all’83.
La Libia, va aggiunto, dalla seconda metà degli anni settanta, nonostante la retorica anti italiana del regime, era un partner economico di fondamentale importanza per la Fiat, della quale era il secondo azionista, e per l’Eni grazie al petrolio libico. Un ruolo non indifferente era dettato dall’ingente quantitativo di denaro che, tramite l’Eni, il colonnello versava ai partiti italiani al governo in nome degli affari in comune.
La svolta, ci avviciniamo così a spiegare la storia della strage di Bologna, ci fu il 14 novembre 1979 quando ad Ortona, in provincia di Chieti, fu fermata un’auto che trasportava due lanciamissili di fabbricazione bulgara (N.B. che la Bulgaria era un paese del Patto di Varsavia). I tre uomini a bordo, estremisti di sinistra di Roma, furono arrestati e fu catturato anche il destinatario di quelle armi ovvero Abu Saleh Anzeh, responsabile del Fronte Popolare in Italia e collegamento della formazione palestinese con la Separat di Carlos, residente a Bologna.
Il “lodo Moro” fu così violato, non si sa se per caso o volutamente, e la “pax” stipulata con l’FPLP cessò quindi il suo corso. Durante il processo a Saleh che si svolse a partire dal gennaio ’80 l’organizzazione araba chiese, in maniera privata e poi pubblica, la scarcerazione del loro militante e la restituzione delle armi e non mancarono le “informative” interne tra i servizi segreti italiani, soprattutto nel mese di giugno e di luglio dell’80, che raccontavano di una “rappresaglia pesantissima” da parte palestinese per il tradimento di quel patto.
Il Mediterraneo, come precedentemente affermato, era una zona strategica di vitale importanza per le due super potenze. La Libia e la Siria che sostenevano la causa palestinese erano molto vicine all’Unione Sovietica e un ruolo centrale era giocato da Malta.
Quella piccola isola in mezzo al mare era un punto strategico militare, sia per la marina che per l’aviazione, di assoluta importanza per dominare l’Europa meridionale, il Nord Africa e il Medio Oriente. La Nato, in nome dell’Alleanza atlantica, spinse l’Italia a siglare un “trattato di assistenza politico-militare” con Malta per difendere l’isola dalle mire espansionistiche della Libia che ne aveva più volte minacciato l’integrità territoriale ed avere così un avamposto fondamentale nell’area.
L’intesa fra i due paesi fu firmata il 2 agosto 1980, proprio il giorno della strage.
La sera prima dell’attentato arrivarono a Bologna due militanti tedeschi di Separat, Thomas Kram alias Lothar, esperto di esplosivi, e Christa Martah Froilich alias Heidi, già latitante, che soggiornarono in due diversi alberghi nei pressi della stazione e si allontanarono nei minuti successivi all’attentato, come ha confermato lo stesso Kram ai magistrati italiani nel luglio 2013.
Il terrorista tedesco, latitante per venticinque anni, ha però affermato di non c’entrare nulla con la bomba e di essere fuggito soltanto per il via vai di ambulanze e di auto delle forze dell’ordine vicino all’albergo. Dagli archivi della Stasi, i servizi segreti della DDR, abbiamo appreso che il 5 agosto i due erano a Berlino Est alla riunione della direzione strategica di Separat con Carlos.
Dalle carte della Digos, invece, grazie al lavoro dell’on. Enzo Raisi di Futuro e Libertà, abbiamo appreso che a Bologna, probabilmente per accogliere i tedeschi, alloggiava in un albergo diverso ma vicino a quello dei due terroristi, il brigatista Francesco Marra, infiltrato nelle Br dall’Ufficio affari riservati del ministero degli Interni dal 1973.
La procura di Bologna ha aperto un’indagine, ha ascoltato Kram e il 31 luglio scorso ha chiesto l’archiviazione per i due terroristi tedeschi.
Tirando le somme abbiamo visto che v’era un patto italopalestinese che fu violato nel novembre del ’79. L’arabo arrestato era un membro del FPLP, risiedeva a Bologna ed era molto vicino a Carlos.
Quest’ultimo, ricordo, si batteva per la causa palestinese in nome dell’internazionalismo e lavorava, non solo ma soprattutto, con Gheddafi. Il 2 agosto l’Italia viola, costretta politicamente dalla Nato, l’amicizia con la Libia firmando un patto antilibico con Malta. Nello stesso giorno due terroristi tedeschi del gruppo di Carlos, esperti in esplosivi, sono a Bologna dove scoppia una bomba dalla complicata elaborazione e composta da materiale sofisticato di tipo militare, e poche ore dopo ritornano in Germania dell’Est.
Non vanno dimenticate, infine, le stragi pianificate ed operate dai libici nella seconda metà degli anni ottanta come quella della discoteca di Berlino Ovest del 5 aprile ’86, per vendicare la morte di 35 soldati della marina libica uccisi in uno scontro con gli americani, e la bomba posta da agenti libici sul volo Pan Am 103 in volo su Lockerbie, in Scozia, che costò la vita a 270 persone il 21 dicembre 1988. Lo stesso gruppo di Carlos, per vendicare l’arresto di alcuni militanti di Separat in Francia, scatenò un’ondata di attentati contro treni francesi tra il 1982 e l’83 ed è di notevole interesse l’attentato alla stazione di Marsiglia del 31 dicembre 1983. Il gruppo di Carlos lasciò una bomba, dalla composizione simile a quella di Bologna, all’interno di una borsa, proprio come nella città felsinea, e il suo scoppiò provocò cinque morti e cinquanta feriti. Non vi fu una strage numericamente simile a quella in Italia soltanto perché il treno atteso al momento dello scoppio previsto era in ritardo.
Alla luce di tutto questo sono troppe le ombre che oscurano la luce artificiale di chi vuole a tutti i costi che Bologna sia una strage fascista con Fioravanti, Mambro e Ciavardini colpevoli ed apre uno squarcio di luce reale sia sui presunti mandanti sia sui presunti colpevoli.
Non si può certo dire con assoluta certezza che Kram e la Froilich siano i colpevoli della strage e che Gheddafi ne sia stato il mandante, ma è possibile, però, affermare che le due piste estere, quella libica e quella palestinese, non possono più essere analizzate separatamente, come è accaduto fino ad ora, ma viste sotto un’unica lente focale. Le cose, in questo modo, potrebbero essere osservate più facilmente o perlomeno con qualche ombra in meno e qualche raggio di luce in più.

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6 Risposte to “La strage della stazione di Bologna si scrive in arabo”

  1. Anonimo Says:

    Molto interessante. Complimenti per l’analisi precisa, dettagliata. Come al solito, le valutazioni approfondite di merito poste in un quadro panoramico internazionale che tenga conto di ogni variabile ammissibile, in questo Paese si effettuano …con un po’ di ritardo.

  2. Pierangelo Monni Says:

    Bravo Marco, bell’articolone che fa una vasta panoramica!

  3. Gianluca Says:

    La Frolich non era a Bologna. Informarsi per favore prima di parlare di argomenti del genere

    • Marco Bonacossa Says:

      a parte il tono da tuttologo saccente e lasciamo perdere… ma quali prove vi sono che la froilich non fosse a Bologna? il fatto che non sia stato possibile ricostruirne giuridicamente la presenza dopo 34 anni non lo è certamente ed è anche molto difficile perchè lei era una “clandestina” diversamente da Kram che usava i suoi documenti e inoltre parlava italiano e ciò poteva trarre in inganno qualche portiere d’albergo e non farsi passare per tedesca. Lei stessa non ha mai detto nulla in merito a Bologna perchè non si è mai voluta far interrogare. Un dato è certo: il 1 agosto lei è entrata in Italia con Kram, sono stati controllati al valico di Chiasso, e il 5 erano a Berlino est. Diciamo che è andata a farsi un giro di un paio di giorni in Italia…

  4. Il binario morto vivente | direfarebaciare Says:

    […] i colpevoli materiali (sono molti i miei personali dubbi su queste condanne) è quella di Bologna del 2 agosto 1980 e che per tutte le altre sono sconosciuti i nomi dei mandanti e degli esecutori. Soltanto […]

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