Le ceneri rimosse 3

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Indagine sulla strage di Paolo Pezzino

La prima delle spiegazioni che i sopravvissuti si dettero fu quella dell’eccidio casuale. Che la strage non fosse stata programmata, ma rappresentasse l’evoluzione improvvisa di un’azione di rastrellamento, era ipotesi di cui parlava esplicitamente già nel 1946 il vicecommissario di pubblica sicurezza Vito Majorca, che però del fatto che avrebbe provocato il brusco cambiamento di atteggiamento dei tedeschi non era riuscito a trovare prove certe. Egli aveva tratto probabilmente l’informazione da Alfredo Graziani, testimone oculare degli eventi, che nel suo scritto pubblicato in occasione del primo anniversario della strage, scriveva testualmente:
 Si disse che, nei pressi della «Vaccareccia», fosse stato sparato un colpo di fucile contro i tedeschi di cui un ufficiale sarebbe stato ferito. L’eccidio sarebbe stato, quindi, una conseguenza imprevista per gli stessi tedeschi i quali – si dice – si sarebbero altrimenti limitati alla distruzione delle abitazioni per «punire» gli abitanti della connivenza che avevano o avevano avuto coi partigiani. Una barella con un ufficiale ferito, da alcuni, fu infatti veduta scendere a Valdicastello, e ciò fu confermato anche dall’interprete di una Commissione Alleata che, nell’ottobre scorso, si portò a Sant’Anna per una inchiesta preliminare, il quale disse appunto che erano in mani alleate alcuni delle SS partecipanti all’eccidio, fra cui l’ufficiale ferito che, a quel tempo, era degente in un ospedale militare a Livorno.
La voce quindi si diffuse subito dopo l’eccidio, e rappresentava una risposta plausibile alle domande sul perché della strage, tanto più che le testimonianze su quel tedesco ferito erano più d’una […] A questa tesi fu subito contrapposta quella di un ferimento accidentale, da fuoco «amico». Così continuava Graziani la sua esposizione:
Il fatto in se stesso non prova nulla, però. Eran così nutrite le raffiche di mitragliatori e così fitti i colpi di moschetto che i tedeschi, sfociati nella valle, sparavano all’impazzata a scopo intimidatorio, per cui nulla di più verosimile che l’ufficiale ferito lo sia stato dagli stessi compagni di spedizione. […] Secondo un appartenente alla 6a compagnia, Ludvig Göring, interrogato nel marzo 2004, un commilitone sarebbe stato ferito dallo sparo di un partigiano. Ma è difficile credere a questa versione di un colpo singolo di fucile: i partigiani non c’erano a Sant’Anna il 12 agosto, ed è ancora più problematico dare credito a quanto si sussurrava a Sant’Anna, di un colpo sparato, magari dallo «scemo» del paese, o comunque da un qualche abitante della Vaccareccia che, all’arrivo dei tedeschi, avrebbe tirato fuori il fucile da caccia: nessuno dei sopravvissuti della Vaccareccia, o di altrove, ha sentito questo sparo (che avrebbe dovuto essere precedente alle raffiche dei tedeschi) e non si capisce bene a quale scopo, essendo fin troppo ovvia l’evidente inutilità di tale gesto.
Inoltre appare poco convincente che un eccidio di tali proporzioni sia stato la risposta al ferimento di striscio di un solo soldato: per Sant’Anna si mosse, come appurò l’inchiesta della commissione crimini di guerra della V armata, l’intero II battaglione del 35o reggimento della XVI SS Panzer- Grenadier Division, composto di 4 compagnie (ed infatti i due soldati feriti appartenevano all’8a compagnia), armato con mitragliatrici pesanti, con parecchie munizioni (tanto da utilizzare almeno 14 civili come portatori delle munizioni), e con mortai (che però non sembra siano stati usati): si trattava, a seconda delle stime, dai 150 ai 300 uomini, in assetto da combattimento. Il tutto è assolutamente sproporzionato per una semplice operazione di rastrellamento, tanto più se si afferma che i tedeschi erano consapevoli che nella zona non vi erano più partigiani.
Che l’azione fosse invece programmata come «rastrellamento finalizzato al massacro» (così lo storico Lutz Klinkhammer ha definito le successive operazioni di fine settembre contro la brigata partigiana «Stella Rossa» a Monte Sole), lo dimostrerebbe non solo tutto l’andamento delle operazioni in quella giornata, ma anche la testimonianza di Gianfranco Quilici, resa nel corso del processo Simon: il cuoco della villa di Nozzano San Pietro, dove era stato fissato il comando di Simon, gli preannunciò l’operazione di Stazzema («mi disse che stavano andando a Stazzema ed altri villaggi per un’operazione di rastrellamento e che potevano uccidere civili»).
[…] La stessa considerazione fu svolta da Graziani (e fu poi ripresa alla lettera dal vicecommissario Majorca), altro scampato all’eccidio: «sia per il numero rilevante delle SS che vi presero parte, che per il piano di attacco che svilupparono, è chiaro [che] tutto era già stato previsto prima e che le pattuglie andarono lassù col preciso scopo di fare quello che fecero». Ed oggi che conosciamo le dichiarazioni di alcuni soldati delle SS presenti a Sant’Anna, si conferma questo carattere programmatico: così Ignaz Alois Lippert ha ricordato che, durante il tragitto per raggiungere Sant’Anna di Stazzema, videro due uomini anziani che camminavano nella loro stessa direzione. Qualcuno nella sua squadra disse che erano partigiani, lui invece ritenne fossero abitanti del villaggio. Senza chieder loro nulla, un sottufficiale estrasse la pistola e li uccise sparando un colpo alla nuca, lasciandoli morti sul bordo della strada.
Ancora più chiara l’intervista rilasciata da Horst Eggert, con lo pseudonimo di Alfred Otte, a Christiane Kohl nel 1999: Eggert, che aveva 18 anni, ricorda che erano acquartierati vicino a Pietrasanta. L’ordine riguardante quella che venne presentata come operazione contro le bande venne dato la sera prima: «si trattava di annientare i partigiani», e come tale veniva considerato di fatto chiunque si trovasse nell’area delle montagne, gli uomini ma anche le donne, che «potevano essere molto pericolose», e diversi ordini della Wehrmacht includevano l’uccisione della popolazione civile, per esempio se quest’ultima forniva ai partigiani generi alimentari. Infine lo stesso Göring ha ammesso che il presunto ferimento del suo commilitone da parte di un partigiano sarebbe avvenuto solo dopo che la sua squadra aveva già ucciso un gruppo di donne. Rimane da affrontare un’ultima questione, il diverso comportamento dei soldati nelle frazioni più lontane dal centro del paese (Argentiera, Sennari), dove le persone furono rastrellate e indirizzate verso il paese (all’Argentiera) o a Valdicastello (a Sennari). Alcuni borghi poi non furono interessati dall’azione tedesca (Bambini, Case di Berna e Vallecava). Si è dedotto da tale circostanza un cambio di atteggiamento dei tedeschi: fino ad un certo momento la loro azione si sarebbe limitata all’incendio di case o capanne, e al rastrellamento di persone inviate verso Valdicastello o alla Vaccareccia, dopo lo sparo del fantomatico colpo di fucile il rastrellamento si sarebbe trasformato in strage. Ma, oltre alle considerazioni sopra svolte, è difficile individuare un’ora precisa dopo la quale il massacro sarebbe cominciato (le testimonianze in merito sono comprensibilmente poco precise); inoltre altre considerazioni, di natura più strettamente tattica, potrebbero spiegare un simile comportamento, ad esempio l’esigenza di restringere il perimetro del campo di operazioni prima di dedicarsi ad operazioni di sterminio di massa, che comunque avrebbero occupato tempo ed attenzione dei reparti impegnati. Si consideri che Argentiera è sull’altro versante rispetto alla foce che immette nell’anfiteatro di Sant’Anna, Case di Berna sono il gruppo di abitazioni, sulle pendici del monte Gabberi, più lontane dal centro del paese, e Vallecava è un colle relativamente periferico (oggi vi è situato l’ossario). In ogni caso, una differenza di comportamento delle truppe è rilevabile anche fra le varie località dove non furono commesse uccisioni: all’Argentiera le persone furono avviate verso Vaccareccia, ai Bambini non fu commesso alcun atto di violenza e anche le abitazioni furono risparmiate (tanto da giustificare il sospetto degli abitanti di Sant’Anna che ciò fosse dovuto alla presenza in quelle case di parenti di fascisti), le Case di Berna e Vallecava furono evitate, a Sennari l’intervento di un ufficiale evitò la strage già decisa.
È difficile, oggi, dare conto di queste differenze di comportamento, che non trovano una spiegazione, tuttavia, neanche secondo la tesi di chi vorrebbe trovare in esse la dimostrazione di un cambiamento di atteggiamento da parte tedesca nel corso delle operazioni a Sant’Anna. Un’ipotesi potrebbe essere quella avanzata da Carlo Gentile: «la parte di gran lunga più consistente delle uccisioni si svolse nel settore occidentale, quello più vicino alla zona d’accesso del battaglione Galler. Questo potrebbe significare che nel settore orientale furono impegnate altre unità, con un diverso atteggiamento verso i civili». L’ipotesi è peraltro applicabile alle borgate di Sennari e Case di Berna, non a quella ai Bambini.
Le modalità dell’azione di rastrellamento-sterminio di Sant’Anna di Stazzema sono d’altra parte le stesse che verranno attuate qualche giorno dopo, il 19 agosto, a Valla, e il 24 agosto a Vinca (entrambe in comune di Fivizzano, sulle Apuane), e oltre un mese dopo a Monte Sole: la zona da «rastrellare», che in molte testimonianze viene indicata come «zona nera», rappresenta il perimetro entro il quale chiunque venisse trovato, fosse bambino, anziano o donna, era considerato un «nemico» da eliminare. Essa veniva circondata da uno schieramento di forze più o meno imponente, a seconda della sua ampiezza; quindi vi penetravano truppe scelte, normalmente appartenenti ai reparti più «agguerriti» in questo genere di azioni finalizzate allo sterminio. Una volta arrivati in posizione i vari reparti, cosa segnalata spesso da razzi, il massacro aveva inizio.
(3 – fine)

Leggi anche:
Le ceneri rimosse 1 · 12 agosto 1944 a Sant’Anna
Giovanni Giovannetti in dialogo con Enio Mancini

Le ceneri rimosse 2 · Fu strage terroristica di Angelo Paoluzi

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