Leonardo disegna Pavia

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di Giovanni Giovannetti

Quale cavallo di battaglia per indurre lo sciame di Expo a visitare anche Pavia oltre alla Certosa, ora si ipotizzano le necrofile ceneri di Colombo (Cristoforo). E i cavalli di Leonardo da Vinci? Sanno i pavesi che parte del vinciano Manoscritto B fu vergato a Pavia? Sanno i nostri pubblici amministratori e in Università che a Milano, Parigi e Londra si conservano leonardeschi disegni su Regisole, chiese, castello e altro dal territorio pavese? Pare di no. E dire che di tutto questo si dà notizia in numerosi studi vinciani, e a Pavia già ne scrisse nel 1911 Edmondo Solmi cui fra gli altri ha fatto eco, nel 1995, Gianni Carlo Sciolla.

Nel 1490 Leonardo da Vinci soggiornò alcuni giorni a Pavia, per poi tornarvi ripetutamente, l’ultima volta nel 1513. Accompagnato dall’architetto senese Francesco di Giorgio Martini, l’8 giugno 1490 Leonardo era in visita ai lavori del nuovo Duomo. I due alloggiarono all’osteria del Saracino, come documenta la ricevuta del pagamento disposto dalla “Fabbriceria” il 21 giugno («Item die XXI Junii Johanni Augustino de Barberiis hospiti ad signum Saracini Papiae pro expensis sibifactis per Dominos Franciscus senensem [Francesco di Giorgio Martini] et Leonardum Florentinum ingeniarios cum sociiset famulis suis et cum equis, qui ambospecialiter vocati fuerunt pro consultatione suprascriptae fabbricae in summa lib. XX»).
Secondo lo studioso di testi vinciani Edmondo Solmi, ampie parti del «Manoscritto B fu vergato in Pavia, e mostra in Leonardo la preoccupazione di chi doveva attendere ad opere di architettura ecclesiastica, civile e militare» (in Leonardo da Vinci, il Duomo, il Castello e l’Università di Pavia, Società Pavese di Storia Patria, 1911; poi ripreso in Scritti vinciani, 1924, e in Leonardo da Vinci e Pavia, 1952).

In particolare, ci sono pervenuti disegni su chiese (il Duomo e «Santa Maria in Pertica da Pavia») e – numerosi – sul monumento equestre del Regisole, distrutto dai “giacobini” nel 1796. Dunque, negli studi preparatori del cavallo al passo in onore di Francesco Sforza Leonardo non guardava, come si è creduto, al Marco Aurelio di Roma «ma bensì al Regisole di Pavia, che troviamo imitato anche in diversi altri schizzi» preparatori, sia della grande statua equestre voluta da Ludovico il Moro, figlio di Francesco e nativo di Vigevano, sia per il monumento Trivulzio, alfine mai realizzati. Scrive Leonardo nel Codice Atlantico (foglio 147 recto): «Di quel di Pavia si lalda [loda] più il movimento che nessuna altra cosa. L’imitazione delle cose antiche è più laldabile [lodevole] che le moderne. […] Il trotto è quasi di qualità di cavallo libero».

Altri disegni riguardano il sistema difensivo; le conche dei Navigli («Quando serri la porta M l’acqua empie la conca e lle navi basse s’alzano e tornano allo universale piano della città»); movimenti d’acqua, mulini, vigne, attività presso la vigevanese cascina Sforzesca («Adí 2 febbraio 1494 alla Sforzesca ritrassi 25 scalini di 2/3 di braccia l’uno, larga braccia 8») e altro ancora. Secondo Solmi, a Pavia Leonardo appuntò anche il perduto anfiteatro di Teodorico (per altri sarebbe il romano Colosseo): «No, mentre Leonardo scriveva il Manoscritto B non era né poteva essere dinnanzi al Colosseo: il disegno che egli traccia e l’idea di trasformare un teatro antico in un auditorium originale si riferiscono alle rovine dell’anfiteatro ticinese, che era stato eretto d’ordine del re Teodorico allo scopo di intrattenere i cittadini col divertimento della caccia e dell’uccisione delle fiere. Questo anfiteatro era annesso al palazzo ed ai giardini reali, infatti dalle notizie, che ci furono tramandate, tale anfiteatro si estendeva dalla chiesa di Santa Maria dei Cani a quella di San Lorenzo. Un valente antiquario, il conte Mezzabarba, che visse nella seconda metà del diciassettesimo secolo, scrive di avere a’ suoi giorni veduto nella contrada San Lorenzo le “ruine” del suddetto anfiteatro. […] Ora nulla resta di quelle rovine. Il solo Leonardo nel Manoscritto B ci ha tramandato il disegno di quell’ordine di sedili e di quell’anfiteatro, che egli voleva trasformar in un “loco dove si predica”».

Ne Le vite, Giorgio Vasari fra l’altro ripercorre i rapporti tra Leonardo e l’anatonomo veronese Marc’Antonio della Torre, «che allora leggeva in Pavia, e scriveva di questa materia, e fu dè primi (come odo dire) che cominciò a illustrare con la dottrina di Galeno le cose di medicina e a dar vera luce alla notomia fino a quel temo involta in molte e grandissime tenebre di ignoranza». Secondo Vasari, il della Torre «si servì meravigliosamente dell’ingegno, opera e mano di Leonardo, che ne fece un libro disegnato di matita rossa e tratteggiato di penna, chè egli di sua mano scorticò e ritrasse con grandissima diligenza». In Leonardo e l’Università di Pavia, Edmondo Solmi documenta che «l’incontro di Leonardo col della Torre e la loro collaborazione in Pavia avvenne nel 1510 o continuò per parte del 1511, e i manoscritti vengono a confermare queste date, poiché la maggior parte delle note anatomiche vinciane risalgono al 1510 e 1511», anno in cui della Torre muore a Riva del Garda. Lo ribadsce Gianni Carlo Sciolla in Leonardo e Pavia (Giunti, 1996): «dall’incontro e dalle sperimentazioni anatomiche di Leonardo con il della Torre devono essere scaturiti parte dei mirabili disegni anatomici del maestro».
Del resto, scrive Carlo Pedretti (il più illustre studioso di carte vinciane), a Milano «Leonardo è presto a contatto con i maggiori esponenti della cultura scientifica» e «fra questi figurano anche professori dello Studio pavese» come il medico e matematico Giovanni Marliani o Fazio Cardano, padre del filosofo Gerolamo. Fra l’altro Pedretti retrodata al 1487-88 i disegni riferiti al Duomo pavese (lo ha stabilito l’esame delle carte ai raggi ultravioletti), adombrando un tuttavia improbabile coinvolgimento di Leonardo al progetto.
Insomma, osserva il Solmi, «venuto in Lombardia nel 1482 come musico, pittore, scultore ed architetto nel dicembre 1499 Leonardo parte dalla grande pianura padana scienziato e pensatore, non secondo a nessuno nel suo tempo».
Copia di alcuni disegni di Leonardo la si trova presso i Civici musei. Siamo ancora in tempo.

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