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Ha senso andare avanti? Ditelo voi, se ne vedete uno…
di Christian Abbondanza*

Fin dai tempi del Circolo Pasolini, Cristian, dalla “sua” Casa della Legalità, è stato un fratello maggiore, modello di comportamento morale e civile su come, dal basso, si possa affrontare e forse nel tempo sconfiggere, o quanto meno contenere, la colonizzazione mafiosa del senso comune (chiamiamola cultura mafiosa), a partire dalla sfera pubblica. Alcune sue lotte sono state le nostre lotte, a Genova così come a Pavia. Ora anche Christian si ritrova sottoposto al, chiamiamolo, “fuoco amico” di talune strane querele (una niente meno che da Libera: non siate ridicoli, ritiratela!). Totale solidarietà. Dieci cento mille come lui: la coscienza civile di questo Paese si nutre dell’onestà intellettuale, dell’intransigenza, della dignità e del candore, insomma dell’apostolato di persone come Christian. (G. G.)

È dal 2006 che si è iniziato, come Casa della Legalità, un quotidiano cammino, a partire da Genova e poi esteso in tutta la Liguria, oltre che in diverse regioni del Nord come del Sud. Anni ed anni di attività di informazione attraverso internet e sul territorio ma non solo. È stato soprattutto un monitoraggio ed un’analisi continua di fatti e contesti. Un susseguirsi di segnalazioni, esposti e denunce dettagliate sulle organizzazioni mafiose presenti ed operanti in quei territori, sulle infiltrazioni divenute colonizzazioni di economia e politica, sui condizionamenti delle Pubbliche amministrazioni e degli appalti. Uno scavare continuo sulle reti di cointeressenze con professionisti, imprenditori… colletti bianchi che costituiscono quella “zona grigia” dove si ritrovano anche pezzi di massoneria ma anche di settori di controllo, con agenti e persino magistrati infedeli.
È stato un percorso lungo, in salita, con poche (anzi pochissime) risorse derivanti esclusivamente dalle sottoscrizioni e donazioni di semplici cittadini. Dalle Pubbliche amministrazioni non abbiamo ricevuto contributi o sostegni, al massimo abbiamo ricevuto querele per aver osato indicare i rapporti indecenti di cui erano protagoniste.
Ci sono stati risultati. In alcuni casi giunti anche con rapidità (cosa rara in questo campo), in altri pesantemente sudati. Comuni sciolti ed altri attenzionati, misure interdittive ad imprese che sembravano “intoccabili” e che avevano assunto posizioni dominanti, praticamente monopolistiche. Ancora: provvedimenti di prevenzione patrimoniale e personale a carico di diversi soggetti, con già qualche confisca definitiva… ed anche arresti e diverse condanne, anche se non ancora tutte definitive. Altri sono in attesa di essere visti, raggiunti.
Abbiamo incontrato persone straordinarie per la loro tenacia e competenza in diversi reparti investigativi dello Stato, così come in diverse Procure e DDA. Abbiamo conosciuto Prefetti capaci e determinati. Abbiamo incrociato gli sguardi di vittime che non ne potevano più e che nessuno ascoltava, prigionieri di una cappa omertosa devastante, fatta di opportunismi più che di paura. Si è riusciti ad accompagnare alcuni testimoni a mettere nero su bianco quanto sapevano per inchiodare i mafiosi ed i loro compari. Sempre testimoni attendibili le cui dichiarazioni sono riscontrate alla virgola. Si è squarciato il velo su ciò che prima era indicibile e per cui, per anni, ed ancora oggi in parte, se lo dici vieni visto ed etichettato come un “pazzo” o come un qualcuno in cerca di “visibilità” (per cosa, poi, non si è ancora capito).
In parallelo abbiamo incassato ogni tentativo possibile per fermarci. Da quelli del “vociare” sottobosco per delegittimarci a quelli delle intimidazioni per vie legali, con un mare di querele e cause civili (condite spesso da omesse notifiche che impedivano una tempestiva difesa). Abbiamo incassato le più tipiche intimidazioni mafiose, così come minacce ed aggressioni vere e proprie. Anche minacce di morte, conclamate e ripetute, da esponenti di potenti cosche della ‘Ndrangheta, per cui ancora oggi si attende un’adeguata protezione. Minacce di morte intercettate nell’ambito di indagini, così come quelle eclatanti nelle aule di Tribunale o nell’ombra delle strade.
Non ci siamo fermati e con la sola forza della dignità si è dimostrato che ci si può non piegare ad intimidazioni, minacce e tentativi di delegittimazione di ogni specie. Si è riusciti a dimostrare che è possibile colpire non solo i mafiosi ma anche e soprattutto la rete delle loro cointeressenze, quelle relazioni esterne, quei politici e uomini delle Istituzioni a loro servizio. Li si è indeboliti, quando il colpo di grazia non è ancora giunto, puntando su di loro i riflettori, l’attenzione che gli fa percepire il disprezzo sociale. Tutto questo, per di più, con una disponibilità di risorse irrisoria, una minuscola briciola rispetto ai sostegni economici di Amministrazioni Pubbliche, Banche, Fondazioni e grandi imprese che altri hanno a propria disposizione.
Abbiamo conosciuto i limiti pesanti delle norme e delle procedure, ma anche contribuito ad avanzare alcune proposte e qualche minimo (ed ancora insufficiente) risultato lo si è raggiunto anche in questo ambito. Si è compreso pienamente quanto sia necessario contrastare le fughe di notizie che sono devastanti e – nel nome di una pseudo informazioni libera – risultano utili solo ed esclusivamente ai mafiosi ed ai loro amici. Si è cercato di far comprendere la necessità di “capire” e “conoscere” i fatti e gli Atti senza mai cedere a quelle semplificazioni o manipolazioni, sempre pronte da parte di alcuni (che così acchiappano consensi e, spesso, fama e soldi), che non fanno altro che “deviare” le attenzioni ed allontanare dall’unico e principale obiettivo: la ricerca della verità quale unico fondamento di Giustizia.
Abbiamo però commesso un “errore” madornale. Non scegliere la via facile di “antimafia di parte”, piegata alle esigenze di una parte politica o politico-economica. Non abbiamo ceduto allo “strabismo” che vede la mafia solo se è con quelli là mentre si sorvola quando è legata agli altri. Questa indipendenza – secondo noi imprescindibile – quando si vuole essere credibili ed efficaci – pare non aver cittadinanza. Il diritto di esistere lo hanno solo coloro che “piegano” l’antimafia all’interesse di qualcuno, dei propri protettori e sponsor, che poi ricambiano con attenzione mediatica, strutture, finanziamenti, anche con promozioni nelle liste elettorali ed in qualche Palazzo.
Chi si presenta con il “noi” dell’antimafia, intriso della retorica dei riti che coprono l’ipocrisia, come “soli” ed “unici” promotori di attività antimafia, facendosi strumento e paravento di una determinata parte politica, non tollera che ci siano altri che operano con metodi diversi. Non tollerano che si indichino quei comportamenti di compromesso che non si ritengono giusti, non perché si vuole annientare qualcuno, bensì per invitare ad un confronto e riflessioni serie.
È vero noi siamo intransigenti. Noi non siamo nati e mai saremo capaci di “piegare” nostra azione antimafia. Per noi sarebbe come svilire ed oltraggiare il senso della parola e della pratica “antimafia”, il rinunciare all’intransigenza ed alla laicità. Non saremo mai capaci di passare sopra, di far finta di non vedere, di manipolare la realtà (e gli Atti) per favorire qualcuno e colpire solo qualcun altro. Siamo fatti male, antipatici. Chiamiamo le cose con il proprio nome, così come facciamo nomi, cognomi ed indirizzi. Forse siamo “sciagurati” e “incoscienti”, così come lo eravamo quando abbiamo iniziato questo cammino, pensando che ci fosse spazio per un’antimafia concreta e indipendente.
Siamo dei “folli” probabilmente… ed è per questo essere che quando qualcuno ci ha proposto una sorta di “pax” la risposta da parte nostra è stata sempre e sola una: no! Meglio invece cedere secondo alcuni… perché quello che è “inconcepibile” non il vendersi ma il non vendersi e quindi quelli “sbagliati” siamo noi.
Proprio per questo, forse, bisogna arrivare ad una conclusione. Una conclusione che si chiama amarezza. Non c’è, infatti, spazio per noi, a quanto pare.
Si è costretti nell’invisibilità pressoché totale, tranne per le sentenze di morte pronunciate dai mafiosi, che non hanno indulti o prescrizioni.
Forse non c’è via d’uscita da quel vicolo cieco in cui l’antimafia delle parole, dei riti, degli atti di fede e dello strabismo imperante, vuole costringere chi non si piega ai loro metodi distorti e servili. Chi non si allinea non deve esistere e si ostina ad esistere deve essere isolato, reso invisibile. Si è condannati ad annaspare per andare avanti, quindi, in attesa che il conto di quel “colpo alla testa” venga presentato in via definitiva.
Onestamente siamo abbastanza stufi di coloro che ti dicono “andate avanti” ma poi non hanno il coraggio di prendere una posizione. Di coloro che “avete ragione voi…” ma poi hanno paura di parlare perché non vogliono vivere il peso degli sguardi e delle parole pesanti, dell’isolamento da parte di chi, nel nome dell’antimafia, assume nel privato le più tipiche pratiche della cultura mafiosa. Crediamo che, alla fine dei conti, si debba avere il coraggio di dire da che parte si sta. Le vie di mezzo non aiutano chi è in prima linea, aiutano gli altri. Questo atteggiamento di reticenza non aiuta nemmeno chi, in buona fede, crede che le grandi parate, cene, convegni emerchandising antimafia, come il parlare contro una mafia “ectoplasma”, siano la via per sconfiggere le organizzazioni mafiose.
In troppi continuano a ripetersi, davanti a ciò che viviamo e subiamo, che “tanto loro vanno avanti” o “tanto non cedono”. E se invece decidessimo di aspettare l’esito delle condanne di morte senza più muovere foglia? E se invece quell’amarezza dovesse far maturare l’idea del pronunciare la parola “arrangiatevi”, voi che che non avete il coraggio di dire da che parte state.
Non date per scontato che tanto ci siamo… domani potremmo non esserci più a fare ciò che, umilmente, abbiamo fatto sino ad oggi con efficacia e risultati.
Quindi la domanda iniziale: ha senso andare avanti? Ditelo voi, se ne vedete uno…

* Casa della legalità, Genova

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