Pgt da cancellare. Ricorso al Tar

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di Giovanni Giovannetti

Italia Nostra ricorre al Tar chiedendo la cancellazione del Piano di governo del territorio di Pavia. Oggi, 29 ottobre, conferenza stampa a palazzo Mezzabarba.

Più che un Piano di governo del territorio, quello pavese deliberato dal Consiglio comunale il 15 luglio 2013 fu un vero e proprio guanto di sfida a norme e regolamenti. Nella sua versione finale, scritta con la penna di Attila, il Piano è anche indebitamente difforme da quello adottato dallo stesso Consiglio il 20 dicembre 2012.
A riprova, si legga il Ricorso straordinario di Italia Nostra al Presidente della Repubblica (aprile 2014) e ora, per competenza, al Tar Lombardia che – di concerto con Pavia monumentale e Insieme per Pavia – ne chiede l’annullamento.
Se il Pgt adottato nel 2012 si limitava ad «interventi su aree libere [in realtà sono aree di complemento], privilegiando la riqualificazione di ambiti già compromessi da precedenti trasformazioni edilizie», nella sua estensione finale, come si legge nel Ricorso, esso abbandona «il criterio della limitazione del consumo di suolo accolto dal Pgt adottato, stravolgendone le previsioni in termini sia qualitativi sia quantitativi», provocando un aumento della superficie lorda di pavimento di ben 21.607 mq e l’ingombro di aree verdi fino a circa 13 ettari complessivi.
Un barbaro colpo di mano poiché, dopo un così radicale cambiamento (o ripristino dei vecchi intendimenti, forse riposti in un cassetto ai primi tintinnar di manette della Procura), il Pgt era da ripubblicare, come già aveva chiesto il 15 luglio 2013, in solitudine, il consigliere comunale Walter Veltri di Insieme per Pavia. Negligenza che ha impedito «all’ente ricorrente di proporre osservazioni in merito a previsioni che comportano la inutile cementificazione di aree verdi di grande qualità ambientale, sottoposte a vincolo paesaggistico». E invece…
Ignorato l’articolo 9 della Costituzione; ignorate sentenze del Consiglio di Stato; ignorata la Carta del Restauro, che configura i centri storici e i nuclei storici quali organismi unitari da regolare in base a criteri di salvaguardia omogenei; ignorate le numerosissime norme e leggi di carattere generale, regionali e statali, che decretano «tassativo e inderogabile» l’obbligo di conservazione di Beni culturali «di interesse artistico, storico, archeologico, etnoantropologico, archivistico e bibliografico» inclusi beni paesaggistici, ville, giardini e parchi: come si può leggere, è vietatissimo qualsiasi intervento che possa recare pregiudizio alla conservazione del patrimonio culturale, compresa la «destinazione ad usi non compatibili con il loro carattere storico o artistico».

Ciò che non poterono le bombe “alleate”…

In questa arbitraria babele di illeciti – ben antologizzati nel Ricorso – prendiamo ad esempio l’art. 14 di quello che, non senza ironia, gli Unni hanno titolato Piano delle Regole [sic!]: al comma 2, si consentono nuove costruzioni, nonostante l’obbligo di conservazione dei beni culturali e dei beni paesaggistici; il successivo comma 3, a sua volta autorizza la ricollocazione della Superficie lorda di pavimento (Slp) delle superfetazioni in giardini, parchi, cortili di pertinenza degli edifici, ad onta dell’obbligo di conservazione di tutto il bene culturale e del verde circostante (articoli 20 e 29 comma 1 D.Lgs. 42/2004), e altresì ad onta della Carta del Restauro che, all’art. 6, vieta la «rimozione, ricostruzione o ricollocamento in luoghi diversi da quelli originari» nonché «l’alterazione delle condizioni accessorie o ambientali nelle quali è arrivata sino al nostro tempo l’opera d’arte, il complesso monumentale o ambientale, il complesso d’arredamento, il giardino, il parco, ecc.»
Insistendo sul famigerato art. 14, a completamento del progetto di devastazione si veda la norma (comma 3, lettera g) che consente parcheggi nel sottosuolo del centro storico. Autorizzata anche (lettera h) «la realizzazione di spazi e attrezzature» sotterranee in violazione dell’obbligo a rispettare l’integrità di monumenti, delle condizioni ambientali e dell’obbligo di prevenzione dai rischi (art. 29 comma 2 D.Lgs. 42/2004), stante la fragilità del sottosuolo di Pavia nonché la presenza di reperti archeologici e di acque sotterranee.
Proseguendo, al comma 4 (lettera c) il Piano delle regole consente «modificazioni della sagoma dell’edificio» in palese contrasto con alcune norme già citate, che vietano alterazioni delle caratteristiche costruttive e «completamenti in stile o analogici anche in forme semplificate» (art. 2).
Dunque, scrivono i ricorrenti, «le disposizioni citate dell’art. 14, oltre che illegittime per i motivi indicati, sono altresì viziate da eccesso di potere per contrasto immotivato con le istruzioni ministeriali sopra indicate e per contraddittorietà manifesta con altre prescrizioni» dello stesso articolo 14.
Poco oltre, l’articolo 16 consente la ristrutturazione delle parti interne di ogni edificio senza alcun limite. Consente anche l’approvazione di Piani di recupero per la ristrutturazione edilizia, la nuova costruzione e persino la ristrutturazione urbanistica di un intero quartiere, in violazione delle norme di salvaguardia dei centri storici. Stabilisce anche distanze minime, rapporti di copertura, di permeabilità, densità edilizia 4 mc/mq (ciò che comporterebbe la distruzione delle aree verdi del centro storico non pertinenti a edifici), altezza, ricostruzione e nuova costruzione in caso di demolizione, e persino un incremento del 15 per cento, tutti parametri in assoluto contrasto con l’obbligo di salvaguardia del centro e dei nuclei storici.
Il comma 6 dell’art. 16 attribuisce poi al proprietario la facoltà di avanzare «all’interno del tessuto di impianto storico, ove sussistano motivate condizioni di degrado o dove si renda opportuno il recupero del patrimonio edilizio esistente […] proposte di Piano di Recupero che comprendono singoli edifici, complessi edilizi, isolati ed aree libere». L’attuazione di questa norma comporterebbe la devastazione del centro storico di Pavia.

Pavesi a bagnomaria

Più che santi e poeti, a Pavia paiono graditi navigatori e nuotatori, poiché si annunciano ben 2054 nuovi abitanti in aree destinate a servizi o edilizia residenziale “in alveo”, ovvero le fasce A e B a rischio esondazione: sono zone classificate a “Pericolosità molto elevata” dal Piano assetto idrogeologico (Pai) entro cui – ovviamente – ogni costruzione è assolutamente bandita.
Tale è piazzale Europa lungo il Ticino. Le stesse planimetrie comunali indicano qui un assai elevato rischio di «incolumità per le persone»; segnalano anche il pericolo di «danni funzionali agli edifici e alle infrastrutture con conseguente inagibilità degli stessi».
Ciononostante, il Pgt in piazzale Europa autorizza 25.295 mq di superficie lorda di pavimento e cioè residenze per almeno 337 abitanti, nonché un attracco per le imbarcazioni turistiche e sportive e un parcheggio multipiano.
Non diversa la disciplina dell’area tra il fiume, il Navigliaccio e l’Arsenale, ritenuta a rischio allagamento «anche in caso di piene non del tutto eccezionali». Qui ritroviamo alcuni edifici militari di pregio e dunque – stando all’art. 10 comma 1 e 5 del Decreto legislativo 42/2004 – da derubricare a beni culturali.
Manco a dirlo, anche da queste parti il Pgt annuncia «insediamenti futuri» anche di 5 piani per 85.873 mq e una capacità insediativa di «1717 abitanti effettivi».
E le norme? Anche in assenza di fattori limitanti le norme impongono l’obbligo di predisporre programmi di previsione e prevenzione in luogo di insediamenti e nuove attività senza limiti, divieti o vincoli di sorta.
«Insediamenti futuri» si annunciano anche all’Arsenale: per quanto lo si legga e rilegga, questo Pgt non reca traccia di salvaguardie, e se ne può malauguratamente presagire la “futura” illecita distruzione.
Porte aperte invece alla famiglia Calvi – nonni, figli e nipoti – che recentemente ha rilevato dalla Fondazione AveMaria un ex maneggio tra Arsenale e Ticino: un’area ritenuta più che «inondabile».
Sarebbe qui vietato ogni insediamento; eppure, in sede di controdeduzioni, il Mezzabarba ha autorizzato ristrutturazioni e ampliamenti – classificati “intervento di manutenzione straordinaria” – delle vecchie stalle, così da destinarle ad «attività d’intrattenimento e svago, a commercio al dettaglio per esercizi di vicinato, a pubblico esercizio con somministrazione di alimenti e bevande, a residenza del custode o del titolare dell’attività».
«Residenza del titolare dell’attività»? Nella loro Osservazione, i Calvi chiedono di consentire «la residenza per la proprietà e custode» pari a 250 mq; il Comune – bontà sua – ne concede “soli” 150: una bella residenza vistafiume… sopra un’area che le carte comunali classificano “fascia fluviale B” (fascia di esondazione). Come a loro ricorda una puntuale Relazione dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (Arpa, febbraio 2011), «la realizzazione di nuovi insediamenti a destinazione residenziale è vietata nella fascia A (fascia di deflusso della piena) e nella fascia B» (deliberazione Giunta regionale n. 8/1566 del 22 dicembre 2005).
Tutto questo è dunque in violazione di numerose disposizioni costituzionali e legislative regionali (come l’art. 31 del Pai), che vietano nuovi insediamenti lungo le fasce fluviali.

Un bel Parco verde calcina

Nel Parco della Vernavola e quello della Sora intorno alla chiesa romanica di San Lanfranco, l’art. 33 del Piano delle Regole (comma 2) consente ristrutturazioni edilizie e nuove costruzioni anche per usi non agricoli (questa modifica al testo 2012 fu introdotta su illegittima Osservazione di Massimo Rossella, Consigliere comunale dell’allora maggioranza di centrodestra).
Il comma 3 (lettera a) tratta di perequazione (il trasferimento della capacità edificatoria in aree esterne ai parchi) in violazione dell’art.11 commi 2 e 3 della Legge regionale 12/2005, che non consente la perequazione in aree agricole e non soggette a trasformazione.
Ma loro se ne sono fottuti; anzi, hanno prefigurato nuove costruzioni nel parco e – non paghi – l’allocazione di piani attuativi; cemento anche nelle aree cedute al Comune per servizi.
E dire che in queste aree non si applicano né l’indice di 0,05 mq Slp/mq, né la traslazione della Slp in aree esterne ai due parchi, indicati dal comma 3 (letettera a).
Disposizioni che violano l’art. 59 comma 1 e 2 della Legge regionale citata, che non consente nuove costruzioni residenziali e tanto meno nuove lottizzazioni in aree agricole. E lo sono il Parco della Vernavola e della Sora, «aree destinate all’attività agricola e di valore paesaggistico ambientale ed ecologiche», come recita il titolo IV del Piano delle Regole, quel Piano che, in contraddizione con se stesso, all’art. 33 (comma 1) riconosce l’agricoltura «quale strumento essenziale di conservazione e valorizzazione ambientale e paesaggistica».

Se io do una cosa a te, tu poi…

Di contraddizione in contraddizione. Contrariamente a quanto asserivano i nostrani Unni comunali, l’articolo 31 del Piano delle Regole disciplina non tanto le aree di completamento del tessuto urbano consolidato, quanto quelle comprese nel sistema del verde. In sostanza, si consente il frazionamento in due parti delle aree verdi di quartiere (aree di urbanizzazione secondaria, in parte già comunali) per donarle alle betoniere. Solo una quota residua permarrà a verde pubblico. Odioso e illecito, poiché ignaro dell’art. 826 del Codice civile (che ascrive al patrimonio indisponibile del Comune le opere di urbanizzazione secondaria) e della più volte citata Legge regionale 12/2005: all’articolo 9 (commi 1 e 10) viene qui ribadita l’indisponibilità dei servizi pubblici, comprese le aree a verde già in dote al comune. A sua volta, l’articolo 10 (comma 2) prescrive il rispetto dell’impianto urbano esistente e (comma 3) la continuità degli elementi del verde. Al contrario, a Pavia al verde non può che seguire abbondante il cemento.
Per conseguenza, figura palesemente illegittimo il frazionamento di numerose aree verdi nei quartieri. In particolare: Cascina Cortigliara, là dove il “verde di quartiere” è già comunale; via Mirabello 225 (sul “verde di quartiere” già acquisito dal Comune si annuncia una nuova edificazione); Vallone Pavia Est (un’area destinata a “verde di quartiere” nel Prg Gregotti viene frazionata nel modo che si è detto); viale Savoldi (entro un’area verde del demanio statale si annuncia un’area residenziale); Mascherpa (un’area verde viene frazionata per consentirne l’edificazione); Borgo Ticino 1 (un’area “verde di quartiere”, ceduta in base a permesso convenzionato, viene frazionata e cede spazio a una residenza); Cascina Giulia (un’area “verde di quartiere” viene frazionata per consentire residenze); Ex Caserma di via Tasso (è prevista l’edificazione in un’area verde demaniale); via Francana (un’area prevista a verde da una scheda o normativa del Prg Gregotti subisce la stessa sorte)… L’elenco potrebbe proseguire, ma è quanto basta per chiedere «l’annullamento totale del Pgt o, in subordine, delle previsioni delle schede e delle norme» indicate nel Ricorso dell’associazione ambientalista.
Come riferisce la ricorrente, «la realizzazione degli interventi ammessi nel centro storico determinerebbe la devastazione del patrimonio culturale. L’attuazione delle previsioni delle schede normative riguardanti Piazzale Europa e l’Arsenale comporterebbe, nella fasce fluviali A e B, pericolo per la vita delle persone e danni per i manufatti. La realizzazione degli interventi consentiti dall’articolo 31 del Piano delle Regole comporterebbe una sensibile riduzione delle aree verdi di quartiere con pericolo per la salute degli abitanti e soprattutto dei bambini».

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