L’Italia salvata dagli immigrati

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di Giovanni Giovannetti

Tira davvero una brutta aria. La bomba molotov lanciata il 5 novembre a Pavia contro l’abitazione di una famiglia rumena (a quanto sembra, una guerra tra bande) rientra nel delirante lascito del clima culturale di questi anni, fra gli altri inscenato da chi va promuovendo banchetti alimentari per “soli” italiani: meno inclusione più marginalizzazione, e conseguente maggiore microcriminalità. Giocando con le povertà (altrui) Forza Nuova e Lega Nord fomentano la guerra tra poveri e non ai ricchi: banche, mafie, grandi evasori, ecc., di cui si dipingono nemici ma nei fatti sodali o, peggio, inconsapevoli servi sciocchi. Per costoro ladri sono gli “zingari” (anche gli zingari italiani?) e non i fautori della finanziarizzazione dell’economia; si dipingono Robin Hood ma se gratti solo un poco balza fuori lo sceriffo di Nottingham.

E meno male che ora c’è la crisi e quel suo portato di problemi reali, dopo che per anni le sirene leghiste e le varie “case Pound”, complice la pseudosinistra, hanno avuto buon gioco nel coltivare le insicurezze “percepite”, confinando così l’eccesso di paura nella più che manipolatoria, davvero odiosa, guerra tra poveri: stranieri e mendicanti li vedi carsicamene trasformati in una minaccia aliena più drammatica della perdita di valore dei salari, o più pericolosa delle mafie, o più allarmante delle famiglie in difficoltà economiche in progressivo aumento specie al Sud, terra ormai a rischio desertificazione sia umana che industriale. Giocando con le povertà (altrui) fomentano la guerra tra poveri e non ai ricchi: banche, mafie, grandi evasori, ecc., di cui costoro sono nei fatti sodali o, peggio, inconsapevoli servi sciocchi. Per Lega e Forza Nuova ladri sono gli “zingari” (anche gli zingari italiani?) e non i banchieri; si dipingono Robin Hood ma se gratti solo un poco balza fuori lo sceriffo di Nottingham. Come se la «minaccia» reale non fosse invece il frutto avvelenato della finanziarizzazione dell’economia, complici le banche usuraie, la criminalità mafiosa e urbanistica, la corruzione e quei rapaci speculatori che per loro esclusivo tornaconto andavano violando delicati equilibri ambientali e stabilità sociale di città e campagne in Italia, e a Pavia più che altrove. Un banchetto che per anni ha visto tra i più voraci alcuni esponenti ben in vista del partito di Bossi, del “Trota”, di Belsito, di Boni e di Salvini. In un decennio la popolazione italiana è passata da quasi 57 milioni a 59.464.000. Un saldo positivo tuttavia ascrivibile agli immigrati, il 6,4 per cento.
Con 1,34 figli a coppia, l’Italia registra un tangibile calo demografico (più acuto nel Meridione), compensato dai nuovi italiani. Fatto è che, nel Centro-Nord, dopo decenni di stagnazione la popolazione è tornata a crescere (in realtà sono stati anni di decremento – nel 2013 si registrano più morti che nascite – mentre è cresciuta l’aspettativa di vita: 78,6 anni per gli uomini; 84,1 per le donne). Gli immigrati vantano un tasso di attività del 73 per cento (12 punti superiore a quello degli altri italiani) e con il loro lavoro contribuiscono in misura del 9 per cento alla ricchezza nazionale: oltre 4 miliardi di euro di gettito fiscale, a fronte di una spesa sostenuta «per loro» di 1 miliardo, in larga parte sprecata per contrastarne l’immigrazione. Una visione miope, violenta e poco patriottica: fra l’altro, sulle spalle dei giovani nuovi arrivati grava anche la salute malferma dell’Inps, che senza di loro non saprebbe come pagare la pensione ai nostri anziani, affidati a oltre un milione di badanti (quasi il doppio dei dipendenti del sistema sanitario nazionale) delle quali l’80 per cento lavora in nero. I lavoratori stranieri assicurati (nell’insieme sono quasi 3 milioni, il 13 per cento, un ottavo dei 21 milioni di lavoratori iscritti all’Inps) versano nelle casse dell’ente previdenziale 7,5 miliardi di euro l’anno. Insomma, gli stranieri danno molto più di quanto ricevono, poiché i pensionati stranieri (110.000 persone nel 2010) incidono appena per il 2,2 per cento. Vista l’età media nettamente più bassa di quella degli italiani (31,1 anni contro 43,5), è un andamento destinato a durare per molti anni.
Il 63,2 per cento dei lavoratori immigrati assicurati opera alle dipendenze di aziende, oppure sono lavoratori domestici (17,6), operai agricoli (8,5), lavoratori autonomi (10,8). Dunque, ogni 10 lavoratori immigrati, 9 sono impiegati nel lavoro dipendente e uno solo svolge attività autonoma. Nel settore familiare, in un Paese con almeno 2,6 milioni di persone non autosufficienti e una popolazione composta per oltre un quinto da ultra-sessantacinquenni, l’apporto dei lavoratori immigrati, soprattutto donne, consente alla rete pubblica un risparmio quantificato dal ministero del Lavoro in 6 miliardi di euro. Anche in agricoltura gli immigrati incidono per oltre un quinto sul totale degli addetti. Il loro contributo è sempre più rilevante, sia tra gli stagionali che tra gli operai a tempo indeterminato, specialmente nell’allevamento, nella floricultura e nelle serre. Ogni anno, circa 20.000 immigrati rientrano in patria dopo aver lavorato in Italia in media 2 anni e mezzo (dati Inps). Uno stipendio medio di 12.000 euro lordi l’anno porta circa 4.000 euro di contributi previdenziali, per un totale di 10.000 euro. Dunque, come ha scritto lo studioso Andrea Stuppini, sono «circa 200 milioni di euro che questi lavoratori avranno perduto, a meno che non riescano in futuro a ottenere un nuovo rapporto di lavoro in Italia, e che l’Inps potrà legittimamente trattenere nel suo bilancio. Per inciso, si tratta di una cifra analoga al costo annuo sostenuto per i circa 45mila stranieri che vivono negli alloggi di edilizia residenziale pubblica, e dei quali tanto si parla nelle regioni settentrionali». Evidenza ripresa tempo fa da Riccardo Straglianò su “La Repubblica”: se gli stranieri che lavorano e pagano le tasse in Italia «tornano nel loro Paese prima dei fatidici 65 anni e non c’è un accordo di reciprocità, i contributi versati qui rimarranno qui. Dal loro punto di vista li avranno buttati via; dal nostro, sarà un gradito (quanto ingiusto) regalo alle casse dell’Inps». Insomma, prosegue Straglianò, «quando incontrate un leghista che si indigna per il fatto che anche agli immigrati danno le case popolari (almeno non a loro insaputa), ricordategli questo dettaglio contabile».
«Aspettavamo braccia, ma sono arrivate persone». È la celebre frase dello scrittore svizzero Max Frish sugli immigrati italiani, quando gli africani eravamo noi. Proviamo a ricordarlo.

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