«Aspettavamo braccia, sono arrivate persone»

by

L’immigrazione fra cittadinanza e diritto di voto
di Andrea Stuppini*

Sono passati dodici anni anni da quando, nell’estate del 2002, il Parlamento italiano approvò la legge sull’immigrazione n. 189/2002 (cosiddetta legge «Bossi-Fini»), mentre la legge sulla cittadinanza (n. 91/1992) risale addirittura a vent’anni fa. Non è facile fare il punto sull’impatto del fenomeno che più ha cambiato l’Italia del nuovo millennio. Spesso gli echi della propaganda hanno sovrastato la realtà. A partire dai numeri.
Gli immigrati erano 1,5 milioni, pari al 2,7% della popolazione residente, nel 2002, sono diventati 4,7 milioni, pari all’8%, nel 2011. C’è chi ha gridato all’invasione. Sennonché, con il censimento dell’autunno 2011, l’Istat ha trovato centinaia di migliaia di immigrati in meno rispetto alle residenze anagrafiche, lasciandoci nell’incertezza che siano rientrati per la crisi economica o che gli strumenti censuari siano insufficienti.
Eppure nessuna discussione seria sul fenomeno migratorio può prescindere da un’accurata analisi della realtà, per quanto in rapida trasformazione essa possa risultare. Dopo un decennio di serrato dibattito, sembra infatti di non essere ancora riusciti a fornire a noi stessi risposte convincenti ai principali interrogativi che stanno alla base delle politiche migratorie. Il nostro mercato del lavoro ha bisogno dell’apporto di lavoratori stranieri? Qual è il rapporto costi/benefici degli immigrati sul nostro sistema di Welfare? È possibile contrastare gli ingressi irregolari?
Nell’era della globalizzazione, pochi temi come questi sono in grado di accendere le coscienze: in tutta Europa (soprattutto tra i giovani) l’immigrato è diventato ormai un paradigma rilevante di opposte visioni culturali e di volta in volta (ma spesso a sua insaputa) può vestirei panni del nuovo proletario, del povero da evangelizzare, del diverso come capro espiatorio.
Tuttavia il fenomeno migratorio di oggi è sostanzialmente diverso da quello di dieci anni fa: l’Europa orientale ha recuperato sull’Africa, le presenze femminili hanno superato quelle maschili, i nuclei familiari prevalgono sui single, i bambini con genitori stranieri nati in Italia hanno da tempo oltrepassato quota 700.000, gli occupati stranieri hanno raggiunto il 10% del totale degli occupati. Nel panorama stagnante di un’Italia provata dalla crisi economica più lunga del dopoguerra, gli immigrati sembrano comunque essersi conquistati uno spazio non trascurabile.

La questione migratoria era ben presente nell’agenda delle forze politiche che vinsero le elezioni del 2001 e la stesura della legge 189 fu accelerata anche dalla tragedia dell’11 settembre; l’obiettivo tuttavia non era quello di frenare gli ingressi (misura che avrebbe scontentato gli imprenditori), bensì di ridurre la permanenza sul territorio, sulla falsariga del Gastarbeiter tedesco, che favoriva il modello dei lavoro stagionale.
Già decenni prima della sua morte, avvenuta nel 1991, un intellettuale zurighese di nome Max Frisch aveva ammonito gli xenofobi svizzeri con la più semplice delle constatazioni: «aspettavamo braccia, ma sono arrivate persone». Riferita proprio agli arrivi degli italiani negli anni Sessanta e Settanta, sintetizza con saggezza secoli di storia delle migrazioni, di cui però ogni Paese che vive inizialmente questa esperienza (guardiamo l’Ungheria di oggi) non riesce a far tesoro.

All’origine di ogni progetto migratorio vi è la fuoriuscita da una situazione dì indigenza, lo sforzo di accumulare rapidamente risorse e la speranza di un futuro ritorno a casa tra l’ammirazione generale. Ma solo per una minoranza di persone nel mondo l’esito è questo. Una situazione di crisi economica o difficoltà di inserimento professionale possono far fallire bruscamente il progetto iniziale; al contrario un matrimonio e ancor più la nascita di figli all’estero possono modificarlo radicalmente.
In un’economia globalizzata e soggetta a contrazione della ciclicità, mentre sta mutando rapidamente il rapporto tra economie avanzate e Paesi in via di sviluppo, risulta estremamente difficile per ogni Paese prevedere quale sarà la quota. dì immigrazione circolare e quale quella destinata a divenire stabile. La legge Bossi-Fini ha previsto l’obbligo del contratto di soggiorno, ha eliminato la figura dello sponsor, ha promosso la formazione all’estero e ha dimezzato la durata dei permessi di soggiorno e i tempi di ricerca di un nuovo lavoro dopo la disoccupazione, rispetto alla Turco-Napolitano (legge 286/1998). Eppure, più di dieci anni dopo, la maggioranza degli indicatori sembra testimoniare una prevalenza della stabilizzazione. Non è difficile capire perché.
Il punto chiave di regolazione annuale degli ingressi, il cosiddetto decreto flussi, non è stato modificato, anzi, è stato fatto funzionare generosamente. Gli allargamenti dell’Unione europea (soprattutto l’ingresso della Romania nel 2007) hanno fatto il resto. Da quando, nel 1998, è stato istituito il decreto flussi, i governi che si sono succeduti fino a oggi hanno programmato annualmente ingressi per lavoro stagionale, per lavoro autonomo e subordinato e hanno effettuato tre sanatorie. Per lavoratori programmati si intendono i posti messi annualmente a disposizione e non i lavoratori che hanno ottenuto l’effettivo nullaosta e il relativo permesso di soggiorno, i cui numeri risultano inferiori.
Ciononostante, i numeri della programmazione sono assai indicativi e nei quattordici anni di vigenza della normativa dei tutto rilevanti: oltre tre milioni di autorizzazioni all’ingresso suddivise in più di 750 mila stagionali, in 1 milione e 350 mila quote di ingresso per lavoro autonomo e subordinato e 1 milione e 150 mila frutto delle tre regolarizzazioni del periodo. Anche escludendo gli stagionali (in teoria la classica immigrazione circolare), si tratta dei numeri più elevati all’interno dell’Unione europea.
È noto che il criterio di ordine cronologico di presentazione della domanda si è sempre più configurato come una sorta di involontaria lotteria, funzionale a un sistema di piccole imprese che fa emergere il sommerso preesistente. Forse non tutti sanno che i governi di centrodestra hanno promosso l’ingresso dei 72% dei lavoratori stagionali (coerentemente con la logica dell’immigrazione circolare) ma anche del 62% delle altre due tipologie, teoricamente conformi a un’immigrazione più stanziale.
È indubbio che, in questi anni, le associazioni datoriali (ma anche sindacali) abbiano sempre esercitato una pressione politica favorevole agli ingressi, ma ciò è avvenuto senza porsi troppo il problema della tenuta dei servizi pubblici locali, soprattutto nelle regioni settentrionali. Ed è bene tener presente questo dato ora, perché il calo demografico degli anni Novanta avrà ripercussioni proprio sul mercato del lavoro dei prossimi dieci anni, quando, anche in un’ipotesi di crescita zero, l’Italia faticherà a ricoprire gli almeno 100 mila posti vacanti all’anno.
L’esperienza ha poi insegnato che la mancata emanazione del decreto flussi per alcuni anni consecutivi porta come prima conseguenza la crescita dell’area della clandestinità. Coloro che hanno denunciato «l’invasione» delle case popolari, degli ospedali e delle scuole pubbliche sono gli stessi che hanno allargato la valvola dei flussi di ingresso e hanno eliminato le poche risorse nazionali per le politiche di integrazione (2008) e in alcuni casi quelle regionali (Piemonte e Friuli) e comunali (in tante realtà della Lombardia e del Veneto).
L’esperienza dei Paesi che hanno gestito il processo migratorio nei decenni precedenti e le indicazioni dell’Unione europea dopo il Consiglio di Tampere (1999) vanno nella direzione di consigliare flussi moderati di ingresso e di concentrare gli sforzi su politiche di integrazione che assicurino ai lavoratori stranieri e alle loro famiglie piena parità di diritti e doveri rispetto agli autoctoni, per avere poi come logico sbocco finale quello della cittadinanza a coloro che decideranno di restare definitivamente.
Le direttive europee sui lungo-soggiornanti, sui ricongiungimenti e sull’anti-discriminazione hanno fornito una cornice chiara. Non a caso la Francia (2005) e la Germania (2007) hanno definito per la prima volta compiuti piani nazionali per l’integrazione. In particolare il piano tedesco insiste molto sulla bidirezionalità dell’integrazione come sforzo reciproco di adattamento. Al contrario, dopo la vittoria elettorale del 2008, in quella che possiamo definire la seconda fase delle politiche del centrodestra sulla materia, si insiste sul solito copione.
È il cosiddetto «pacchetto sicurezza» (l. 125/2008) che fornisce le basi giuridiche per alcune centinaia di ordinanze (788 tra l’estate del 2008 e quella del 2009) di sindaci di comuni settentrionali, volte a contrastare le fasce più povere dell’immigrazione e successivamente a ostacolare l’accesso ai servizi e a varie forme di sostegno economico per la maggioranza degli immigrati. «Bonus bebé» riservati ai figli di italiani, dieci (ma anche quindici o venti) anni di residenza in un comune per avere accesso alle graduatorie delle case popolari, limitazioni ai «phone center», impronte digitali ai bambini rom ecc.
In generale i mezzi di informazione hanno dato ampio risalto a questo tipo di provvedimenti all’atto della loro emanazione, senza però seguirne l’iter o monitorarne i risultati. In realtà molti dei provvedimenti sono poi stati abrogati dalla magistratura. Numerosi ricorsi sono stati presentati e vinti dagli avvocati dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) e alcune ordinanze sopravvivono solo in assenza di ricorsi, soprattutto nei comuni più piccoli. Uno dei motivi del fallimento della stagione delle ordinanze è proprio da ricercarsi nell’accresciuta stabilità del fenomeno migratorio: tra cittadini comunitari e lungo-soggiornanti (cioè possessori del permesso di soggiorno “Ce” di lungo periodo, che si può richiedere dopo cinque anni), oggi oltre la metà degli immigrati è già titolare di uno status giuridico forte, che non può essere discriminato nell’accesso ai servizi di Welfare, secondo la direttiva europea 109/2003. Tanto per dare un’idea, gli alloggi popolari sono attualmente poco più di 900.000 e quasi l’80% delle famiglie italiane possiede una casa di proprietà.
In realtà le posizioni xenofobe, in Italia, non hanno fatto altro che ripercorrere un’antica linea di pensiero che corre dalla celebre invettiva dell’ultraconservatore Enoch Powell a Birmingham, nel 1968, alla «Proposition 187» dello Stato della California, che riguardava addirittura l’accesso a determinati servizi degli immigrati clandestini, soprattutto minori. Confermata da un ampio consenso popolare (60%) nel referendum del novembre 1994, dopo innumerevoli ricorsi e controricorsi fu definitivamente abbandonata nel 1999, mano a mano che i latinos messicani acquisivano il diritto di voto.
I decreti attuativi dei «pacchetto sicurezza» hanno poi stabilito l’obbligatorietà di un esame di italiano al livello “A2” (corrispondente alla terza elementare) per ottenere il permesso per lungo-residenti (e questo è coerente con l’impostazione comunitaria), ma anche il cosiddetto «accordo di integrazione» con un sistema di crediti e debiti che potrà portare alla revoca del permesso di soggiorno. Un simile sistema (incongrua imitazione della patente a punti) non esiste in alcun Paese, poiché il «sistema a punti» in vigore in Australia e Canada, e allo studio in altri Paesi anglosassoni, serve appunto a selezionare gli arrivi sulla base della professionalità, dell’età, dei legami parentali e della conoscenza dell’inglese prima dell’ingresso nel Paese, e non già a complicare la vita a chi già vi sta lavorando.
Si persevera nell’errore, quando anche la tradizionale eterogeneità delle provenienze, che aveva caratterizzato le prime fasi migrazione italiana, comincia a venir meno; vent’anni fa il 50% degli stranieri residenti in Italia si disperdeva tra dieci nazionalità, nel 2011 è riconducibile a soli cinque Paesi di origine: Romania, Albania, Marocco, Cina e Ucraina. Un ulteriore segnale di stabilizzazione.
Dove invece l’Italia marca ancora un ritardo significativo è proprio nella concessione della cittadinanza, che dovrebbe essere considerata lo sbocco naturale del processo di integrazione. Dal 1998 a oggi l’Italia ha naturalizzato circa mezzo milione di immigrati per residenza o per matrimonio, meno della metà degli altri grandi Paesi di immigrazione in Europa. Confrontando il numero di cittadinanze assegnate con il numero dei residenti stranieri dei vari Paesi, la media europea è dei 2,4, quella italiana dell’1,5; nel rapporto con la popolazione residente, la media europea è di 2,4 cittadinanze ogni mille abitanti, mentre per l’Italia il rapporto è di uno a mille.
La legge 91/1992 è stata concepita in una fase storica del tutto superata e prevede la concessione della cittadinanza dopo dieci anni di residenza (che diventano anche dodici o tredici per i ritardi burocratici) o dopo due anni dal matrimonio con un coniuge italiano (prima dei «pacchetto sicurezza» bastavano sei mesi e ciò aveva dato luogo ad abusi e truffe).
In ossequio al principio di cittadinanza europea, logica vorrebbe che i ventisette Paesi dell’Unione si accordassero su un quadro unitario di regole per la concessione della cittadinanza agli immigrati da Paesi terzi; ma poiché questo tema non si intravede nell’agenda europea, è cresciuta la pressione per una modifica della legge italiana, ad esempio con la raccolta dì firme «L’Italia sono anch’io» per due leggi di iniziativa popolare. Se si riterrà troppo radicale il principio dello jus soli, una convergenza tra i numerosi progetti di legge già presenti in Parlamento potrebbe essere trovata sul principio della conclusione del ciclo della scuola primaria per i bambini, mentre, se si riterranno pochi i cinque anni di residenza in Italia proposti per gli adulti, è bene ricordare che il limite tedesco degli otto anni è accompagnato appunto dallo jus soli per i bambini.
In realtà le obiezioni alla riforma per la cittadinanza sono spesso solo uno schermo per non affrontare il capitolo successivo: quello del diritto di voto amministrativo dopo cinque anni di residenza (che è poi il comma “c” della carta di Strasburgo del 1992).
Anche in questo caso i timori appaiono del tutto sproporzionati. Nulla lascia presagire che questa riforma possa sconvolgere il sistema politico italiano: come dimostrato nelle consultazioni europee (dove però è l’interessato che deve richiedere il certificato elettorale) l’affluenza alle urne dei “nuovi cittadini” sarebbe probabilmente limitata ed esistono già sondaggi che dimostrano che le preferenze per i partiti di sinistra sarebbero maggioritarie ma non travolgenti: concentrate tra gli immigrati di provenienza africana e asiatica, mentre per le provenienze da Paesi ex comunisti come Albania o Romania sarebbero proprio una reazione ai toni esasperati usati in questi anni dalla Lega Nord. D’altra parte l’ingresso dell’Albania nell’Ue è solo questione di tempo, mentre, a proposito di principi sulla reciprocità, è utile ricordare che la nuova Costituzione marocchina prevede il voto amministrativo per gli stranieri provenienti da Paesi che lo prevedano per gli immigrati marocchini. Nei Paesi europei che hanno già applicato il diritto di voto amministrativo (Olanda, Spagna, Paesi scandinavi) non si sono registrati mutamenti di rilievo.
Se siamo riusciti a capovolgere il principio «no taxation without representation», concedendo il diritto di voto politico agli emigrati italiani all’estero, e tacendo di questo, è anche perché l’opinione pubblica è stata ossessionata dalla paura della criminalità degli stranieri (si ricordino i toni di molti giornali locali nell’estate del 2008), mentre molto poco si è fatto per informare che l’apporto dei lavoratori immigrati è anche di natura contributiva e fiscale. In un’Italia che da quasi vent’anni registra una stagnazione demografica ed economica, gli stranieri sono stati l’unica componente dinamica che ha permesso alla popolazione di superare i sessanta milioni di abitanti e agli occupati di mantenere i livelli degli anni Novanta nel settore maschile e accrescere l’occupazione femminile.
Certo, anche in confronto a Francia e Germania la nostra immigrazione appare particolarmente dequalificata: sono immigrati il 75% delle badanti, il 18% degli addetti nelle costruzioni, il 12% degli infermieri, almeno il 10% degli addetti in agricoltura, facchinaggio, pulizia, ristorazione ecc. Sono le professioni rifiutare dai nostri giovani, ai quali al contrario il sistema delle piccole e medie imprese non riesce a offrire un numero adeguato di professioni qualificate, e che prendono la strada dell’estero in numeri ormai preoccupanti.
Il combinato disposto del calo demografico italiano e dei decreti flussi sembra indicare un effetto sostitutivo: quel «ci rubano il lavoro», che esiste solo in aree marginali del mercato del lavoro del Mezzogiorno. In realtà l’attività degli immigrati è complementare e gli scettici possono sondare la disponibilità al lavoro manuale dei propri figli. C’è un’unica «generazione mille euro» sempre più multietnica, anche se non ne ha la consapevolezza. I 2,2 milioni di occupati stranieri hanno un’età media di quindici anni più bassa degli italiani e percepiscono una retribuzione media netta mensile di 973 euro, del 24,5% più bassa degli italiani (dati istat 2011): non solo per le mansioni svolte, ma anche a causa della minore anzianità lavorativa.
Sono molti, sono giovani, sono poveri. Mettere sotto la lente di ingrandimento i dati di servizi pubblici locali come case popolari, asili nido o pronto-soccorsi va benissimo, purché non ci dimentichiamo che il Welfare italiano è quello più orientato verso gli anziani, grazie al settore pensionistico (poiché il Sistema contributivo è una novità relativamente recente), e che l’80% della spesa sanitaria è usufruita dagli anziani. Al contrario dei Paesi dell’Europa settentrionale, che destinano risorse importanti anche al sostegno al reddito e all’housing sociale.
Ecco, quindi, che anche il caso italiano può rientrare agevolmente nell’analisi di Robert Rowthorn del 2008 (The fiscal impact of immigration on the advanced economics, “Oxford Review of Economic Policy”, 24, pp. 560-80). L’impatto fiscale degli immigrati (inteso come rapporto tra costi e benefici) negli Stati Uniti e in Europa è in ogni caso modesto e di lieve entità, poiché è sempre compreso tra +/- 1% del Pil di ogni Paese. Il gettito fiscale complessivo degli immigrati in Italia (che sono per il 90% lavoratori dipendenti) è pari a poco più dell’1% delle entrate fiscali, ma è sufficiente a controbilanciare i costi.
Oltretutto è discutibile applicare a una utenza recente il metodo del costo standard (il totale dei costi diviso il numero degli utenti), ad esempio in settori come la scuola o la giustizia dove il costo del personale è preponderante e la lievitazione della spesa di anno in anno è dovuta semplicemente alla crescita percentuale dell’utenza straniera, senza reali oneri per lo Stato (ma semmai per la fatica degli insegnanti).
Il vero apporto finanziario che hanno fornito gli immigrati in Italia nel nuovo millennio è stato quello che (con il 4% del gettito contributivo, e con soli centomila pensionati) ha riportato in attivo il bilancio dell’Inps, dopo parecchi decenni. E non è poco. Tranquillizzare sull’impatto degli immigrati sul sistema di Welfare non significa negare che il Paese si troverà di fronte, nei prossimi anni, a sfide impegnative. Ad esempio l’incidenza dei Neet (Not in education, employment or training), ovvero i giovani che non stanno ricevendo un’istruzione e non hanno un impiego (o altre attività assimilabili), è per i ragazzi stranieri ancora più accentuata che per gli italiani: 32,8% contro 21,5% nel 2011. L’assenza di reti familiari rende poi la situazione dei lavoratori stranieri ancora più vulnerabile in periodi di crisi: le province di Trento e Bolzano che hanno sperimentato forme di reddito di inserimento testimoniano che gli immigrati sono circa il 50% dei beneficiari. Anche se le statistiche ufficiali ancora non Io denotano, gli stranieri nelle regioni del Nord costituiscono circa la metà delle famiglie al dì sotto del livello di povertà, e non potrebbe essere diversamente.
In un Paese dove gli ascensori sociali sono bloccati da decenni, sarebbe sbagliato speculare su questi dati, ma non è concesso illudersi, perché la xenofobia ha gettato radici profonde nella società italiana, che non sono legate alle sorti di una singola forza politica. Si può solo sperare che la nuova legislatura politica riesca ad affrontare il tema dell’integrazione dell’immigrazione con più serenità delle precedenti: il disegno di legge tripartisan per affidare a un organismo tecnico indipendente la stima dei flussi necessari al mercato del lavoro può rappresentare un piccolo esempio in questa direzione. In realtà uno sguardo al panorama europeo suggerisce il contrario: troppo profonda la crisi del vecchio continente, troppo radicati i pregiudizi, troppo veloci i cambiamenti. La strada dell’integrazione degli immigrati, per quanto senza alternative, sembra ancora tutta in salita.

* Studioso dei fenomeni migratori (da “il Mulino” n. 4/2012, pagg. 609-17)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: