Ma cos’è questa crisi, taratatattarattattà

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«Metta in scena un buon autore faccia agire un grande attore e vedrà / che la crisi passerà, taratattattà»

di Giovanni Giovannetti

L’altro ieri il leader provocattore di un partito xenofobo, dopo aver fatto assumere “per chiamata” la sua signora in Regione Lombardia a 70.000 euro di stipendio l’anno (e la prima moglie, nel 2003, al Comune di Milano), grondante indignazione se n’è andato per campi Sinti (zingari italiani) a coltivar rogne. Salvo poi dipingersi vittima. Grande solidarietà al provocattore da ogni centrodestra; buon per loro che solo il giorno dopo la Digos bolognese abbia chiarito come sia andata davvero: il provocattore ha cambiato programma all’ultimo momento tacendolo al questore, dunque cercando consapevolmente l’incidente mediatico.

Zingari ladri e fannulloni

Ladri e fannulloni gli zingari, dice lui. Il provocattore – desaparecido per la polizia – lo si vede poco anche all’europarlamento a cui è stato eletto (dicono forse una volta al mese, a ritirare lo stipendio); e infatti il collega belga Marc Tabarella lo ha accusato di essere un «fannullone»: 200.000 euro e più l’anno per fare un cazzo. E a rubare son gli zingari…
Giorni fa, a Motta Visconti la consigliera comunale Massimilla Conti scrive : «Ci vorrebbero i forni… metto a disposizione la mia taverna. Se vedete del fumo strano che esce dal tetto non vi preoccupate». Tutto il centrodestra si è stretto solidale intorno a lei (è vice capogruppo del partito di maggioranza).
Più di 500mila zingari sono passati per un camino nei lager nazisti di Auschwitz e Treblinka (erano anche usati come cavie negli esperimenti scientifici) e in quelli balcanici di Jasenovac in Croazia e di Semlin presso Belgrado; un numero imprecisato è stato ucciso al momento della cattura. In Romania nel biennio 1941-42 il governo filonazista di Ion Antonescu ha deportato 25.000 zingari in Transdniestria, una regione tra la Moldavia e l’Ucraina sovietica occupata dai tedeschi. In pochi hanno fatto ritorno. Durante la seconda Guerra mondiale, almeno 700mila zingari sono stati uccisi, il 70 per cento dell’intera popolazione. I Rom serbi la chiamano Porajmos, la Shoah tzigana. All’epoca nessuno si oppose al genocidio né prima alle discriminazioni o al razzismo.

Lega ladrona, il nord non perdona

Che dire poi del “cerchio magico” bossiano e del finanziamento pubblico alla Lega: 19 milioni di euro in quattro anni, indebitamente utilizzati per le spese private «di soggetti che nulla hanno a che vedere con il partito» oppure elargiti «senza alcun documento giustificativo» a politici e associazioni: l’ex tesoriere Matteo Brigandì (327.000 euro), Umberto Bossi (48.500), i figli Riccardo (156.000) e Renzo (8.400), l’infermiera del Senatùr Mira Fidanza (107.000), il suo autista Aurelio Locatelli (75.000), la segretaria Daniela Cantamessa (58.000). Fra gli altri, ne hanno beneficiato anche Rosy Mauro (16.000) e Bruno Mafrici (33.696). Un altro ex tesoriere, Francesco Belsito, avrebbe effettuato «prelievi ingiustificati per almeno un milione e 389mila euro». Per le mani dell’imprenditore veneto Stefano Bonet sarebbero infine transitati nientemeno che 4.500.000 euro.
Ulteriori trame. L’imprenditore veronese Francesco Monastero (Inwex srl) opziona alcuni terreni alle porte di Pavia nel comune di Albuzzano: 217.000 metri quadri su cui edificare l’ennesimo ipermercato, comprensivo di parco acquatico. Si rivolge allora alla Tema Consulting del faccendiere Michele Ugliola (un padano “doc” notoriamente affidabile «in questi affari») che, per suo conto, avrebbe versato 200.000 euro all’assessore verdelega Boni (e 100.000 se li terrà «per il disturbo»), insieme alla promessa di altri 600.000.
Comincia ad insinuarsi l’ipotesi di un “sistema Lega”. E il partito? Per Bobo Maroni «la pistola fumante non c’è. Boni non si tocca»; per Roberto Castelli «i magistrati possono prendere cantonate»; per Umberto Bossi «Boni rimane al suo posto» già che «la Lega non ha mai preso tangenti…» E le mazzette che lui stesso ritirava a Ravenna dai Ferruzzi? E i 200 milioni del tangentone Enimont, al bar Doney di “Roma ladrona” nel 1993? (per quella bustarella il Senatùr è stato condannato in via definitiva a 8 mesi). E la mazzetta di 15.000 euro all’assessore al Bilancio di San Michele al Tagliamento, il leghista David Codognotto, nel 2010? E Mauro Galeazzi? L’assessore di Castel Mella fin“ in manette nel 2011 insieme al collega di partito Marco Rigosa, per aver intascato 22.000 euro volti a oliare la pratica di un centro commerciale sopra un’area sottoposta a vincolo paesaggistico-ambientale. Solo per citarne alcuni.
Su un altro fronte, si segnala il caso del consulente regionale lombardo Corrado Paroli, militante del Carroccio nonché genero dell’ex capogruppo leghista in regione Stefano Galli, remunerato 10.000 euro di media al mese per dei semplici volantinaggi.

Ueh, guaglianoni

Ma torniamo alle temerarie operazioni finanziarie del Bonet, incarcerato il 24 aprile 2013 per associazione a delinquere, truffa e riciclaggio insieme all’ex tesoriere lumbàrd nonché ex sottosegretario alla Semplificazione amministrativa Francesco Belsito (per il tesoriere, associazione a delinquere e truffa), pizzicato a manovrare fatture false e quattrini di dubbia provenienza in un iperbolico intreccio tra Romolo Girardelli detto “l’ammiraglio” (vicino alla ’ndrina dei De Stefano) e i siciliani Rinzivillo. Lui, nell’orbita del commercialista Pasquale Guaglianone detto Lino, già tesoriere dei Nar (i Nuclei armati rivoluzionari, movimento eversivo di destra) incarcerato nel 1987 per associazione sovversiva e oggi titolare della M.G.I.M. con sede a Milano in via Durini 14, la società che – oltre a manovrare conto-mafie – ha curato l’acquisto di preziosi e il trasferimento in Tanzania e a Cipro di oltre 6 milioni d’euro verdelega.
Orbene, il 9 novembre 2004 vede la luce Multiservizi, una società a capitale misto pubblico-privato controllata al 51 per cento dal Comune di Reggio Calabria (sindaco era Giuseppe Scopelliti), mentre il 33 per cento finisce via via nelle fauci di fiduciari e società riconducibili alle ’ndrine De Stefano e Tegano. é lo scandalo che il 9 ottobre 2012 ha portato allo scioglimento del Comune reggino.
In Multiservizi figurano Giorgio Laurendi e Michelangelo Tibaldi. Dal 2008 direttore operativo è Pino Rechichi (l’«anima imprenditoriale» della cosca Tegano), incarcerato il 5 aprile 2011 per associazione mafiosa nell’ambito dell’operazione Archi. Su di lui si dilunga la Relazione della Commissione d’accesso prefettizia al Comune di Reggio Calabria (p. 13): «In data 18 novembre 2011 viene portata a conclusione un’importante operazione di polizia giudiziaria – coordinata dalla Dda reggina – con la quale viene ricostruita l’infiltrazione della criminalità organizzata negli assetti proprietari della Multiservizi spa. In estrema sintesi, infatti, le convergenti risultanze investigative hanno permesso di svelare come quota-parte del capitale sociale della impresa controllata dal Comune fosse, di fatto, nella piena disponibilità della criminalità organizzata locale. In particolare, è stato ricostruito il partecipe apporto offerto, in favore del potente clan De Stefano-Tegano, dal citato Giuseppe Rechichi, dai suoi figli Antonino e Giovanni e dal fratello Rosario. Le indagini giudiziarie, infatti, hanno consentito di svelare i ruoli di insospettabili prestanome e fiancheggiatori ricoperti dai menzionati soggetti a tutela degli interessi economici del sodalizio criminale sopra citato. Nello specifico, i fratelli Antonino e Giovanni Rechichi, sono risultati proprietari (attraverso la Re.Cim. srl), per conto della famiglia mafiosa di riferimento, del 33 per cento del capitale sociale della Gst srl titolare, a sua volta, del 49 per cento delle quote della Multiservizi spa. A testimonianza della evidente permeabilità e contiguità tra quest’ultima e gli interessi economici della cosca di ’Ndrangheta, si osserva che, come evidenziato anche nel corpo dell’ordinanza di applicazione delle misure cautelari, la Multiservizi spa ha la propria sede effettiva presso locali presi in affitto da una società (la Slca srl, le cui quote sociali sono interamente detenute dalla Re.Cim srl) riconducibile, attraverso i fratelli Rechichi alla medesima consorteria criminale sopra richiamata. In aggiunta a ciò, si osserva che a tale società, e dunque all’organizzazione criminale operante attraverso la stessa, la Multiservizi spa, a far data dal 7 gennaio 2009, ha appaltato la gestione degli automezzi e delle attrezzature».
Tutti quanti chiedevano consigli al sedicente avvocato Bruno Mafrici (non figura iscritto all’albo), un mediatore d’affari già consulente personale del viceministro Belsito: «In tale contesto – si legge nella Relazione – non può non evidenziarsi la convergenza di una serie di interessi societari all’indirizzo di Milano, via Durini n. 14, ovvero non può non rilevarsi lo stretto collegamento tra il Tibaldi Michelangelo Maria e i nominati Mafrici Bruno Giovanni, Guaglianone Pasquale e Laurendi Giorgio» (p. 208).
Si chiude il “cerchio magico”. Tra le carte e i file sequestrati a Guaglianone, la Dia di Reggio Calabria ha infine trovato una società di investimenti immobiliari – la Coast Service – riconducibile ai Rinzivillo di Gela e allo stesso Belsito.

Per quattro vil denari, anzi cinque…

Padroni o padrini a casa nostra? A Pavia destò scalpore e vasta eco nazionale quel flirt tra il capo della ’Ndrangheta lombarda Pino Neri e Angelo Ciocca, “mister 18.910 preferenze” alle Regionali 2010. Il leghista Ciocca avrebbe negoziato con l’avvocato tributarista calabro-pavese l’acquisto di un lussuoso appartamento in centro, a un prezzo singolarmente vantaggioso. Ma l’affare non si farà. Resta il fatto che i due si conoscevano, come documenta un video della Polizia, che riprende Ciocca in compagnia di Neri, Antonio Dieni (imprenditore edile di Sant’Alessio nonché “braccio politico” di Neri) e Francesco Rocco Del Prete, l’“uomo delle cosche” alla cui candidatura alle Comunali 2009 «si era interessato anche Ciocca». L’assessore provinciale e futuro consigliere regionale, in una intercettazione del 22 giugno 2009, viene confidenzialmente chiamato «Angelo» dal capo della ’Ndrangheta lombarda.
Un’altra intercettazione ha reso altresì evidenti contiguità tra Ciocca e Dario Maestri, un lottizzatore abusivo recentemente incarcerato per corruzione (a libro paga del Maestri figuravano l’ex vicesindaco di Pavia Ettore Filippi e l’estensore del Pgt pavese Angelo Bugatti, entrambi arrestati): la società Punta Est riconducibile al Maestri ha pagato parcelle per 300.000 euro a una società di Ciocca, formalmente per «studi progettuali acustici e termici»; tuttavia non è stato possibile accertare giudiziariamente se questi soldi (o l’intenzione di donare al Ciocca un orologio rolex per Natale, «verosimilmente in cambio del suo interessamento per la pratica di Punta Est») fossero a ristoro di chissà che altro.
E il presidente di Asm Pavia, il leghista Giampaolo Chirichelli? Lui che «risponde solo al suo partito» e non, come da Statuto, al socio pubblico di riferimento? che ne a fatto delle diarie autoelargitesi a sbafo per due anni? Dal 19 ottobre 2011 presidente, vicepresidente, consiglieri e direttore generale della municipalizzata si erano raddoppiati gli emolumenti in forma di “rimborsi spese” mensili. Per la precisione, il presidente leghista Giampaolo Chirichelli si «riconosce» 2.500 euro al mese in rimborsi forfetari per un ammontare di 30.000 euro l’anno, in aggiunta ai 37.170 già a sua disposizione. Conti alla mano, in meno di due anni Chirichelli si è rimborsato 52.500 euro. E sono denari sottratti ai contribuenti, poiché Asm è controllata al 95,7 per cento dal Comune di Pavia.
Sono gli stessi predatori senza scrupoli che troviamo ai picchetti contro i rifugiati, irresponsabilmente lì a manipolare l’etica pubblica, al punto da elevare a cultura prevalente il nuovo fascismo dei Salvini, delle Conti e di tutti gli altri, e il suo portato di razzismo e xenofobia che ormai – senza più ostacoli o freni inibitori – ha contaminato il senso comune.

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