Leonardo da Vinci, uno di noi

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Il Ticino e l’acqua, «il sangue della terra viva»
di Giovanni Giovannetti

Nelle carte di Leonardo da Vinci si riscontrano innumerevoli citazioni e disegni su Pavia, Vigevano e dintorni: disegna il nostro Regisole, prendendolo a modello per il progetto del «gran cavallo», un gigantesco monumento equestre in onore di Francesco Sforza. Disegna le mura pavesi («O’ visto rifondare alcun pezo delle mura vecchie di Pavia, fondate nelle rive del Tesino»), il Duomo e «Santa Maria in Pertica da Pavia». Passa il suo tempo tra i 900 codici conservati al Castello visconteo. Ma più di ogni altra cosa Leonardo è attratto dall’acqua: nel Manoscritto B disegna una città a pianta romana attraversata da numerosi canali, tutti a convergere nel «Tesino». Leonardo è di gran lunga l’italiano più conosciuto al mondo. Quale miglior testimonial per Pavia e Lomellina in vista di Expo 2015.

L’ingegneria idraulica e in particolare il moto dei fluidi esercitarono su Leonardo un fascino particolare, inducendolo ad approfondite analisi teoriche, così da individuare «le due forze principali che agiscono sull’acqua in movimento – la forza di gravità e l’attrito interno di un liquido, ovvero la sua viscosità – e descrisse correttamente molti fenomeni generati dall’interazione di queste due fore. Capì anche che l’acqua è incomprimibile e che, benché assuma infinite forme, la massa si conserva sempre. (Capra, La scienza universale, Rizzoli 2007, p. 247)».
Il tema dell’acqua ricorre anche in alcuni suoi dipinti: come già nel Battesimo di Cristo (opera giovanile del 1470-75 condivisa con Andrea del Verrocchio, suo maestro di bottega a Firenze) nella Vergine delle Rocce (1483-85) e in Sant’Anna, la Vergine e il Bambino (1506-15) un corso d’acqua avanza fino lambire le figure in primo piano. Nella Madonna del garofano (1472-78) un fiume scende dai monti; in primo piano si vede un vaso d’acqua e fiori («…contrafece una caraffa piena d’acqua con alcuni fiori dentro, dove oltra la meraviglia della vivezza, aveva imitato la rugiada d’acqua sopra, sì che ella pareva più viva che la vivezza», scrive il Vasari ne Le Vite). Un lago montano fa poi da sfondo a Monna Lisa nella celeberrima Gioconda (1503-06 e oltre). Di Leonardo sono forse i monti i fiumi e i laghi a sfondo dell’Annunciazione (1473-75), opera a più mani della bottega del Verrocchio.
Micro e macrocosmo. Per Leonardo «inventore e interprete tra la natura e gli uomini» (lo scrive lui stesso nel Codice Atlantico, foglio 323 recto) la Terra è un sistema vivente capace di autoregolarsi proprio come il corpo umano. Lo afferma a chiare lettere in questo famoso passo dal Codice di Leicester. Foglio 34 recto: «…potremo dire la terra avere anima vegetativa e che la sua carne sia la terra, li sua ossi siano li ordini delle collegatione de sassi di che si compongono le montagne, il suo tenerume sono i tufi, il suo sangue sono le vene delle acque».
Oltre a palesare profonde conoscenze geologiche (ben tangibili nei quadri e nei disegni), qui Leonardo si rivela antesignano del pensiero ambientalista novecentesco, di quella “ecologia profonda” cioè che non separa l’uomo dagli altri esseri viventi ma, al contrario, pone tutti quanti «radicalmente inseriti nell’intera comunità vivente della biosfera e da essa dipendenti», là dove tutto è complesso e interconnesso (Capra, p. 361). Una scienza delle forme viventi profondamente spirituale (e per niente religiosa o divinizzante; cosa siamo, una goccia d’acqua o l’acqua della goccia?, direbbe Raimon Panikkar) opposta a quella meccanicistica cartesiana sul mondo e sulle cose, poiché la Natura è “creativa” e “saggia”. Per Leonardo e per l’orientamento ecologico più avanzato, «L’evoluzione non è più considerata una lotta competitiva per l’esistenza, ma piuttosto una danza collaborativa le cui forze propulsive sono la creatività e l’emergere costante di novità. E insieme a questa enfasi posta sulla complessità, le reti o gli schemi d’organizzazione, sta progressivamente emergendo una nuova scienza della qualità». (Capra, p. 364)
Nello sguardo del Vinci anche la città è “organismo vivente” dotata di “metabolismo”, di cui l’acqua è fluido vitale come la linfa nelle piante o il sangue nel corpo umano.
L’acqua il sangue della terra? L’acqua «è l’aumento e l’omore di tutti i vitali corpi», d’accordo. Ma la «sperienza» e la sua immensa curiosità intellettuale lo indurranno in parte a ricredersi, avendo negli anni osservato che l’acqua, diversamente dal sangue, «volentieri si leva in vapori e nebbie e, convertita in nebbia, ricade in piogia, perché le minute parte del nuvolo s’appiccano insieme e fanno le gocciole» (Manoscritto A, foglio 26 recto); intuizione meglio puntualizzata nel Codice Arundel, foglio 57 verso («Quando col caldo elemento s’infonde e vaporando coll’aria si mista e tirata dal caldo in alto si leva dove, trovata la fredda regione, per la contraria natura insieme si restrigne, e le minute particule insieme appiccate») e altresì nel Manoscritto A, foglio 56 verso: «Si può conchiudere che l’acqua vadi dai fiumi al mare e dal mare ai fiumi, sempre così raggirando e voltandosi».
Leonardo aveva anche intuìto l’importanza dell’acqua quale fonte di energia ben prima dell’introduzione della macchina a vapore nella civiltà industriale; e la sua stessa ambivalenza devastatrice. Era infatti ossessionato dalle alluvioni, specie dopo la catastrofica inondazione della piana d’Arno cui lui stesso, quattordicenne, aveva assistito.
Nel 1484 una fortissima pestilenza piegò Pavia, Como e Lodi. L’anno dopo la peste bussò alle porte di Milano provocando centomila morti, un terzo della popolazione. Leonardo ne fu testimone, si rese cioè conto di quanta «semenza» rechino le precarie condizioni igieniche e, avveniristicamente, propose lo sventramento della malsana e miasmatica città medievale e la sua riprogettazione decentrata in quartieri di circa trentamila abitanti: così facendo «disgregherai tanta congregazione di popolo, che a similitudine di capre l’un addosso all’altro stanno, e empiendo ogni parte di fetore, si fanno semenza di pestilente morte», scrive Leonardo nel Codice Atlantico (foglio 184 verso).
Rimodulando gli intenti di Vitruvio, di Leon Battista Alberti, di Filarete e dello stesso Francesco di Giorgio Martini in tema di “città ideale”, abbozzò allora un geometrico e funzionale “organismo urbano” su due livelli collegati da scale, quello superiore per i pedoni – con belle case giardini e terrazze – e l’altro per botteghe, magazzini, corsi d’acqua e strade (periodicamente inondate) per il trasporto delle persone e delle merci, nonché canali sotterranei per le acque di scarico delle «cose fetide», a garanzia dell’igiene e della salute pubblica. Un principio mutuato dal sistema vascolare umano; un luogo tranquillo, razionale e di rara bellezza, intrigante per nobiltà e borghesia. Manoscritto B, foglio 16 recto: «Le strade M sono più alte che lle strade ps, braci 6, e ciascuna strada de’ essere larga braci 20 e avere ½ bracio di calo dalle estremità al mezo, e in esso mezo sia a ogni bracio un bracio di fessura largo un dito dove l’acqua che piove, deba scolare nelle cave fatte al medesimo piano di ps; e da ogni stremità della largheza di detta strada sia un portico di largheza di braci 6 in su le colone; e ssapi che chi volessi andare per tucta la tera per le strade alte, potrà a ssuo acconcio usarle, e chi volessi andareper le basse, ancora il simile; per le strade alte no de’ andare cari ne altre simile cose, anzi sia solamente per li gentili omini; per le basse deono andare i cari e altre some a l’uso e comodità del popolo. L’una casa de’ volgiere le sciene all’altra, lassciando la strada bassa i’ mezo, e da li ussi N si mettono le vettovaglie come legnie, vino e simili cose. Per le vie socterane si de’ votare destri, stalle e ssimili cose fetide. Dall’uno arco all’altro 5».
Al foglio 39 recto Leonardo disegna una stalla («Per fare una polita stalla»), forse meditando sulla vigevanese cascina Colombarone, oppure sulla scuderia-modello edificata nel 1490 in Castello a Vigevano; sopra mette il fieno e sotto i liquami, «contro allo universale uso», a scorrere dentro canaline. Sono cose poi diventate consuete.

Se pur riferito a Milano, questo immaginario luogo rurale o urbano a “ramificazione venosa” guarda alle città di fiume, in particolare a Pavia. Nel Manoscritto B-foglio 38 recto Leonardo disegna una città a pianta romana attraversata da numerosi canali, tutti a convergere nel «Tesino»: un «Canale magiore aciò si possi a un bisognio mandare tutto il fiume per questo, cioè quando è tropo grosso, e sserarci l’altre entrate e questo non riescia in nessuno altro canale».
La rete dei canali poggia sopra al reticolo ortogonale della forma urbis romana: un disegno stratificato “alla Opicino”. Sulla destra Leonardo scrive: «Vuolsi tore fiume che cora, aciò che non corompessi l’aria alla città, e ancora sarà comodità di lavare spesso la città, quando si leverà il sostegnio sotto a decta città e con rastelli e recisi removerà il fango in quelli moltiplicato che ssi miscierà co l’acqua facendo quella torbida; e questo si vorà fare ogni anno una volta». Quella «comodità di lavare spesso la città» cui sino a poco tempo addietro a Pavia assolveva il corso d’acqua della Carona interna. Penetrando in città da un bocchello nei pressi del bastione di Santo Stefano (oggi chiamato la Rotonda) alimentava canali irrigui, mulini e ortaglie, declinandosi poi in versatile strumento per laboratori artigianali o per la nascente industria pavese. Passando da un cunicolo sotterraneo, queste acque infine erompevano dai tombini e pulivano la principale via cittadina finendo poi in Ticino. Tornando o rimanendo a Leonardo, il foglio 38 recto così prosegue: «Sia il piano delle canove più alto che lla superfizie dell’acque de’ canali, braci 3 e pendino inverso i canali, aciò se qualche inondaione venissi, che l’acqua si parte insieme co l’altra e llassi le canove recte».
Sono idee molto, troppo avanzate, mai prese in considerazione da Ludovico Sforza detto il Moro (fanno forse eccezione similitudini come la scuderia-modello e la rampa d’accesso dei cavalieri a cavallo al Castello di Vigevano, o come la rocca di Casalmaggiore tra Cremona e Mantova. Si è ipotizzato un suo contributo anche ai lavori d’ampliamento di villa Melzi a Vaprio d’Adda). Non così oltralpe. Al re di Francia Francesco I di Valois suo estimatore ed amico che gli chiedeva di progettare una nuova residenza reale a Romorantin (è lo stesso monarca vittorioso a Marignano – Melegnano – nel 1515 ma sconfitto e fatto prigioniero dagli spagnoli dieci anni dopo nella battaglia di Pavia; nel 1517 il Vinci si trasferì ad Amboise in Francia), Leonardo propose la “sua” città solcata da un reticolo di canali: per portare acqua alle belle fontane, certo, ma anche, scrive Capra, «per l’irrigazione, il trasporto e per pulire la città ed evacuare i rifiuti».
Francesco I aveva effettivamente iniziato a ingrandire il vecchio castello una volta diventato re nel 1515, ma quattro anni dopo i lavori furono interrotti a causa di un’epidemia che aveva decimato gli operai, e allora decise di costruire un nuovo castello sulle rive del Cosson a Chambord, stessa valle della Loira. Scrive Capra: «L’idea che aveva Leonardo della salute urbana, fondata su una visione della città come sistema vivente, è stata concepita di nuovo negli anni Ottanta del secolo scorso, quando l’Organizzazione mondiale della sanità ha avviato il Progetto Città sane in Europa. Oggi il movimento per le Città sane è attivo in oltre mille città del mondo, probabilmente senza che si sappia che i principi su cui si basa furono formulati da Leonardo da Vinci più di cinque secoli fa». (p. 96)
In alto a destra del foglio 38 recto, accanto alla scritta autografa «Modo de’ canali per le città», Leonardo tratteggia l’impianto romano di Pavia. Un disegno curiosamente simile a quelli di Opicino de’ Canistris, poliedrica figura di sacerdote nonché ecclesiologo, miniatore, calligrafo e astrologo. Profondo conoscitore della tradizione pittorica medievale, Opicino è autore fra l’altro del Liber de laudibus civitatis ticinensis (1330), nitida pietra angolare della storiografa cittadina appuntata ad Avignone negli anni in cui il sacerdote pavese operò presso la Corte papale. Opicino è anche autore di numerosi disegni su fogli o pergamene; unici nel loro genere, sono raccolti in quattro Codici prevalentemente illustrati (il Codex Ottoborianus Latinus 3064, il Codex Vaticanus Latinus 4115, il Codex Palatinus Latinus 1993 e il Codex Vaticanus Latinus 6435, quest’ultimo rinvenuto solo nel 1944) tutti conservati presso la Biblioteca apostolica vaticana.
Tra i testi consultati da Leonardo a Pavia presso la ben fornita libreria del Castello (oltre 900 manoscritti antichi e moderni) tuttavia non si riscontrano opere di Opicino, forse perché il Vinci, «omo sanza lettere», non leggeva il latino e tanto meno il greco. Ma dai disegni dell’“anonimo ticinese”, come si è visto, qualcosa dev’essere passato. Ad esempio, si riscontrano analogie con la leonardesca pianta di Imola (1502, Windsor collection, Royal Library 12284), tempi in cui Leonardo era a servizio dai Borgia. Lo ha notato Gianni Carlo Sciolla: «Ciò che colpisce in questi fogli [di Opicino] è la modalità della rappresentazione cartografica nell’intelaiatura complessiva e nei reali rapporti di distanza; i quali riconducono sorprendentemente alle rappresentazioni planimetriche ortogonali di Leonardo. In primo luogo alla celeberrima pianta di Imola. (Leonardo a Pavia, Giunti 1995, p. 23)
Osserva Sciolla (p. 24) che nella rappresentazione planimetrica «Leonardo applica in maniera originale e innovativa la trascrizione ortogonale degli edifici: è il momento culminante questo di una tradizione planimetrica urbana che risale all’inizio del Trecento (Pianta di Talamone, 1306), prosegue nel Quattrocento (pianta di Verona del 1453-59, e di Vicenza del Peronio, 1481) e che all’interno della quale si potrebbe inserire anche le sperimentazioni di Opicino de’ Canistris».

 

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