Dicono di Carminati, re di Roma

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“Quella volta quando Rutelli voleva scarcerarlo…”

di Marco Bonacossa

Nasce a Milano nel 1958 colui che gli inquirenti definiscono il capo assoluto di Mafia Capitale, l’associazione mafiosa, o presunta tale, che aveva a libro paga diversi politici, bipartisan, dell’Urbe.
Non ha mai parlato e difficilmente lo vorrà fare ora” dichiarava il suo avvocato, Bruno Giosuè Naso, dieci anni fa ai giornalisti Semprini e Caprara che lo contattarono per il libro “Destra estrema e criminale”. Un silenzio che dura dal 21 aprile 1981, quando con tre camerati tentò di espatriare in Svizzera passando dal Valico del Gaggiolo, a Varese, e rimase ferito all’occhio sinistro e un proiettile si conficcò nel cranio. Nel 1977, al liceo Tozzi di Roma, Carminati frequenta l’ultimo anno di liceo ed è in classe con Giuseppe Valerio Fioravanti, Franco Anselmi e Alessandro Alibrandi. Nasce tra i banchi di scuola l’amicizia fra i maggiori esponenti dello spontaneismo armato neofascista dei Nuclei Armati Rivoluzionari. Sin dall’inizio dell’avventura terroristica dei Nar, siamo nella primavera del ’78, Carminati è colui che, insieme ai fratelli Bracci, intrattiene rapporti con un gruppo di malavitosi romani guidati da Franco Giuseppucci, la Banda della Magliana. E’ con Giuseppucci che “Il Nero” parla quando devono riciclare i soldi delle rapine di autofinanziamento e hanno bisogno di nuove armi e talvolta è lo stesso Giuseppucci a chiedere dei favori come nell’aprile ’80 quando Carminati e camerati uccidono Teodoro Pugliese, il tabaccaio del Prenestino. Maurizio Abbatino, che insieme a De Pedis, Abbruciati e Giuseppucci è stato uno dei capi della Banda, ora pentito, racconta: “Carminati da Giuseppucci prendeva minimo uno stipendio da un milione e mezzo al mese per ogni dieci milioni versati. Più la restituzione dell’intera somma capitalizzata”.
Cristiano Fioravanti, fratello di Giusva e “terrorista pentito”, ricorda che “ad Alibrandi, Bracci e Carminati quelli della Magliana davano indicazioni sui luoghi e le persone da rapinare. Avevano anche la funzione di recuperare i crediti e di eliminare alcune persone poco gradite. Tali persone gravitano nell’ambiente delle scommesse clandestine dei cavalli”.
E’ l’unico tra i neofascisti, usati ma ben poco stimati dai banditi romani, che ha accesso all’arsenale della banda negli scantinati del ministero della Sanità.
Fabiola Moretti, compagna di Danilo Abbrucciati morto nel ’82 in occasione dell’attentato a Rosone, vicepresidente del Banco Ambrosiano di Calvi, racconta: “Noi commettevamo certe azioni perché avevamo bisogno di vivere, Massimo Carminati e i fascisti come lui commettevano le stesse azioni per gusto, per fanatismo ideologico, ne ricavavano anche soldi, ma il movente era per l’ideologia. Per questo non mi piaceva e lo dissi a brutto muso a Danilo, ma Abbruciati lo stimava moltissimo. Massimo era un tipo taciturno, serio, educato rispetto alla medie delle persone che frequentavamo”.

Nella seconda metà degli anni ottanta a comandare su Roma è Renatino De Pedis e Carminati è il suo braccio destro, responsabile della gestione delle slot machines nella Capitale. Fu proprio il bandito di Testaccio il primo ad importarle in Italia per un giro d’affari stimato di cinquanta miliardi di lire all’anno. Sul boss di Mafia Capitale pendono anche i sospetti, non divenuti verità giudiziarie, degli omicidi di Fausto e Iaio, militanti della sinistra extraparlamentare, e del giornalista dei “segreti degli anni settanta” Mino Pecorelli.
Stefano Soderini, terrorista dei Nar riporta il pensiero di Valerio Fioravanti su Carminati definito come “uno che non voleva porsi limite nella sua vita spericolata, pronto a sequestrare, uccidere, rapinare, partecipare a giri di droga, scommesse, usura”.
Il giudice Ferdinando Imposimato lo ricorda così: “Lo ricordo come una persona fisicamente simpatica. Non sembrava particolarmente violento, io l’ho conosciuto forse in un momento particolare, lui era stato colpito gravemente agli occhi […]. Non era un tipo che collaborava. Si capiva che tendeva a nascondere quello che sapeva”.
Il 9 novembre 1982 il giovane onorevole dei Radicali Francesco Rutelli organizzò una conferenza stampa per denunciare l’impossibilità della detenzione per Carminati a causa dei suoi problemi di salute dopo la sparatoria alla frontiera: “Pesa 57 kg, ha gravi lesioni cerebrali e soffre di un’infezione che rischia di privarlo definitivamente della vista”. Inoltre accusò la stampa di ignorare, volontariamente, i prigionieri di destra e il segretario del MSI, Almirante, per lo scarso impegno verso dei giovani provenienti dalla sua area politica “essendosi ormai schierato con la partitocrazia”.
La famiglia di Carminati, all’offerta dei Radicali di assistenza giuridica e legale per i detenuti di destra, accusarono il Partito Radicale di strumentalizzazione.
Nel 1999, dopo anni di anonimato, Carminati torna sulle prime pagine dei giornali con una rapina al banco di Roma di Piazzale Clodio, la banca del Tribunale. 174 cassette di sicurezza vengono rubate e con esse numerosi documenti riservati.
Uscito indenne da ogni processo (Pecorelli, Banda della Magliana, Depistaggio delle indagini della Strage di Bologna, tra gli altri) Carminati appare così come il miglior risultato delle “raffinatissime intelligenze” degli anni di piombo: estremista di destra, criminale della Banda della Magliana, esecutore di ordini di morte derivanti dalle stanze dei poteri invisibili ed ora mente finanziaria e politica per accaparrarsi centinaia di milioni di euro tra appalti e gestione delle emergenze. Nel mondo di mezzo non poteva essere che lui il Re.

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