L’“Uomo vitruviano”, uno di noi

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di Giovanni Giovannetti

L’“Uomo vitruviano” di Leonardo da Vinci, si sa, è l’icona italiana più famosa al mondo. Un disegno che è parte del nostro quotidiano, al quale non facciamo nemmeno più caso, nemmeno quando, al bar per un caffè, lo tocchiamo stampigliato sul verso della moneta da un euro di conio italiano. Sanno i pavesi, a corto di idee in vista di Expo 2015, che l’“Uomo vitruviano” ha origine a Pavia?

Con oltre 900 rari codici, l’antica biblioteca medievale del pavese Castello visconteo era tra le più fornite d’Europa, tanto ben volentieri vi passò del tempo Francesco Petrarca. E molto tempo vi trascorse Leonardo da Vinci, forse anche prima del 1490, anno in cui è documentata la sua presenza in riva al Ticino.
Leonardo era figlio illegittimo e per questo, non avendo potuto frequentare l’Università, non leggeva in latino o in greco: «non essere vincolato al rispetto delle regole della retorica classica» ha scritto Fritjof Capra, si rivelò un vantaggio «poiché gli rendeva più facile l’apprendimento diretto dalla natura, soprattutto quando le sue osservazioni contraddicevano le idee convenzionali» (La scienza universale, Rizzoli 2012, p. 109). Leonardo ne è pienamente consapevole, tanto da scriverne in una pagina oggi nel Codice Atlantico (foglio 327 verso): «So bene che, per non essere io litterato, che alcuno prosuntuoso gli parrà ragionevolmente potermi biasimare coll’allegare io essere omo sanza lettere. Gente stolta! Non sanno questi tali ch’io potrei, sì come Mario rispose contro a’ patrizi romani, io sì rispondere, dicendo: “Quelli che dall’altrui fatiche se medesimi fanno ornati, le mie a me medesimo non vogliono concedere”. Or non sanno questi che le mie cose son più da esser tratte dalla sperienza, che d’altrui parola, la quale fu maestra di chi bene scrisse, e così per maestra la piglio e quella in tutti i casi allegherò».
A quarant’anni alfine si mise a studiare il latino, trascrivendo da una grammatica al suo quaderno le coniugazioni verbali di base e dal vocabolario latino-volgare di Giovanni Bertrando alcune parole: come si vede nelle toccanti pagine finali del Manoscritto H, uno dei pochi suoi quaderni giunto intonso a noi.
Nei suoi scritti Leonardo mette in guardia da «quelli che vogliono arricchirsi in un dì», miracolabili alchimisti «cercatori di creare oro e argento», chiromanti versati nel manipolare «la stolta moltitudine» o chi afferma «che li omini si convertano in gatti, lupi e altre bestie, benché in bestia prima eran quelli che tal cosa affermano. O matematici, fate lume a tale orrore». Non pochi umanisti e sostenitori delle scienze occulte, o «chi per mezzo delli sciocchi ne vive», proveranno a ripagarlo di egual moneta, accusandolo fra l’altro di eresia e necrofilia (a Roma nel 1515 gli fu anche impedito di proseguire nelle ricerche anatomiche).
Presso la Libreria del Castello pavese Leonardo ha dunque modo di leggere alcuni testi per lui fondamentali – come, ad esempio, la Prospettiva del filosofo medievale polacco Vitellióne, all’epoca accreditata pietra angolare di ogni studio di ottica e matematica («fa vedere Vitolone, che è nella libreria di Pavia, che tratta di matematica», scrive Leonardo al foglio 225 recto del Codice Atlantico) – in volgare o in latino.
Di lì a poco, con la presa di Milano da parte di Luigi XII, oltre la metà dei codici antichi e moderni della Libreria pavese avrebbero preso la via della Francia quale bottino di guerra: «sull’ultima pagina di alcuni di essi» scrive Mino Milani nella sua Storia avventurosa di Pavia (Effigie, 2014) «furono apposte le parole “De Pavye au Roy Loys XIIe”, quasi si trattasse d’un omaggio della nostra città al re. Il sacco del patrimonio culturale italiano, destinato a ripetersi ed intensificarsi nei secoli a venire, ebbe il suo inizio o almeno il suo più importante inizio, proprio da Pavia […] Occorre in ogni modo dire che tale vera e propria rapina salvò una parte almeno della biblioteca: quei volumi si trovano oggi a Parigi. Gli altri invece, rimasti nei loro scaffali, vennero negli anni seguenti predati o distrutti» (pp. 438 e 442).
L’autodidatta Leonardo si applicò nello studio di diverse discipline, non mancando di relazionarsi anche con gli eruditi del passato, consultando i loro libri.
Il mondo milanese intrigava Leonardo. Più che sulla filosofia morale le Università lombarde, di cui l’Ateneo pavese era capofila, focalizzavano principalmente su scienze e mondo fisico, e frequenti erano le occasioni di confronto in conversazioni di Corte favorite dallo stesso Moro: «Da quando il soggiorno all’Università di Pavia aveva acceso il suo interesse per la matematica» scrive Capra in L’anima di Leonardo «il suo lavoro nel campo dell’ingegneria meccanica divenne inestricabilmente legato a un’analisi delle macchine sviluppata nei termini della geometria e dei princìpi della meccanica» (p. 195).
L’incontro nel 1490 a Pavia con Fazio Cardano – illustre matematico e padre del più noto Girolamo – restituì a Leonardo la passione per la scienza matematica (aritmetica, geometria, astrologia, musica, prospettiva, architettura e cosmografia) poi affinata nel sodalizio milanese e fiorentino con Fra’ Luca Bartolomeo de Pacioli, autore nel 1497 del De Divina Proportione, libro splendidamente illustrato da Leonardo (si tratta dell’unica sua raccolta di disegni pubblicata in vita).
A Pavia Leonardo si legò a proverbiale amicizia con l’architetto e «accuratissimo sectatore delle opere di Vitruvio» Giacomo Andrea di Ferrara («andai a cena con Jacomo Andrea», scrive Leonardo il 23 luglio 1490. Irriducibile sostenitore del Moro, il 15 aprile 1500 Andrea verrà decapitato e poi squartato dai francesi al Castello di Pavia).
Nei suoi quaderni Leonardo cita più volte Vitruvio: «Cerca di Vetruvio tra’ cartolai» (Manoscritto K, verso della copertina); «Vetruvio» (Manoscritto F, recto della copertina); «Messer Vincenzo Aliprando all’osteria dell’Orso ha il Vetruvio di Jacopo Andrea» (Manoscritto F, verso della copertina).

Nel giugno 1490 Leonardo era sceso a Pavia col grande architetto ingegnere e artista senese Francesco di Giorgio Martini (tornerà poi a Milano solo a dicembre), in visita al cantiere del nuovo Duomo, inaugurato due anni prima dal fratello di Ludovico il Moro cardinale Ascanio Sforza, dal 1476 vescovo di Pavia. I due illustri consulenti e il loro seguito alloggiarono all’osteria del Saracino. Nell’occasione il senese gli parlò del suo Trattato di architettura e di Marco Vitruvio Pollione, architetto e scrittore latino autore del De architectura, che Martini stesso si accingeva a tradurre in volgare. Risale a quell’anno il vinciano affondo sulle proporzioni geometriche applicate alla figura umana, a partire dal vitruviano «homo ad quadratum» del terzo libro (ovvero capitolo) del De architectura, tanto da indurlo ad aggiornare nel celeberrimo disegno della «quadratura del circolo» le misure indicate dall’antropometrico canone vitruviano; un foglio, oggi conservato alla veneziana Gallerie dell’Accademia, che lo stesso Calo Pedretti (il maggiore studioso di carte vinciane) data al 1490 mettendolo in relazione con le ricerche di Leonardo sugli edifici religiosi a pianta centrale (Leonardo architetto, Electa 1978, p. 159). Trovano dunque spunto a Pavia sia questo notissimo simbolo del nostro tempo – forse mutuato da antiche icone sul rapporto tra uomo e cosmo – sia altri disegni coevi conservati nella Windsor Collection e, con ogni probabilità, vergati in quel semestre pavese.
Le relazioni del Vinci con il mondo universitario pavese (oltre al Cardano, il lettore di filosofia Niccolò Antiquario; il fisico ducale Nicola Cusano; il lettore di musica Franchino Gaffurio; il lettore di metafisica Andrea Ghiringelli; suo fratello Alessandro, lettore di sofistica; Giorgio Merula, filologo e storico; Ambrogio Varese, astrologo e medico del Moro; nonché il grande anatonomo Marc’Antonio della Torre) sono ben trattate da Edmondo Solmi nei suoi saggi su Leonardo: «venuto in Lombardia nel 1482 come musico, pittore, scultore ed architetto nel dicembre 1499» scrive Edmondo Solmi «Leonardo parte dalla grande pianura padana scienziato e pensatore, non secondo a nessuno nel suo tempo».

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