Leonardo frocio? Ma basta!

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di Giovanni Giovannetti

E dire che era un tombeur des femmes. Lo hanno elevato a icona gay per via di un processo per sodomia a un ragazzino subìto a Firenze nel 1476, accusa dalla quale venne assolto (che c’entrano poi i gay con i pedofili…). Assiduo frequentatore di bordelli (nei suoi ricordi senili figura una avvenente “Cremona”), stando a quanto riferisce la storica tedesca Maike Vogt-Lüerssen, a Pavia Leonardo si legò affettivamente a Isabella d’Aragona, moglie e poi (dal 1494) vedova di Gian Galeazzo Sforza. Anzi, la Gioconda non raffigurerebbe Lisa Ghrardini ma proprio Isabella. Di più: il quadro al Louvre, pur essendo opera di Leonardo, daterebbe una decina d’anni dopo l’Isleworth Mona Lisa – eguale posa, soggetto e autore – che, secondo la Vogt-Lüerssen, fu dipinto al Castello di Pavia, forse nel 1489.

Leonardo omosessuale? Lo stesso Leonardo, in una perduta annotazione degli ultimi anni, alluse con qualche rimpianto a «una cortigiana chiamata Cremona» (Pedretti, Leonardo. L’arte del disegno, p. 61). Chissà, forse l’avvenente Cremona venne avvicinata a Pavia, città in cui «numerose v’erano le prostitute, già in parte ospitate in bordelli», scrive Milani nella sua Storia avventurosa (p. 242). Di certo Leonardo ben conosceva il locale postribolo, popolarmente chiamato “Malnido”: quanto gli bastò per disegnarne la pianta al foglio 58 recto del Manoscritto B.


L’Isleworth Mona Lisa, oggi conservato nel caveau di una banca a Zurigo. Per la storica tedesca Maike Vogt-Lüerssen il dipinto al Louvre sarebbe una incompiuta copia successiva. Sempre secondo la studiosa, è il ritratto di Isabella d’Aragona, moglie di Galeazzo Sforza, castellana a Pavia dal 1488 al 1497, che Leonardo dipinge al Castello di Pavia nel 1489 sullo sfondo di due colonne, «così come di norma nei ritratti al castello pavese».

La storica Maike Vogt-Lüerssen, in Isabella von Aragon und ihr Hofmaler Leonardo da Vinci (Demand gmbH, 2007), ipotizza una relazione, già a Pavia, tra Leonardo e Isabella d’Aragona, l’infelice moglie di Gian Galeazzo Sforza; fra l’altro sarebbe lei, e non Lisa Gherardini, nel celebre dipinto della Gioconda al Louvre. Potrebbe bastare la strepitosa somiglianza col ritratto a Isabella del Raffaello, ma a riprova la storica tedesca segnala il velo sul capo e l’abito a lutto di colore verde scuro e maniche in velluto nero, decorato con simbologia degli Sforza: «questa non può che essere Isabella d’Aragona», ha ribadito il 19 aprile 2012 nel corso di una conferenza a Palazzo Medici Riccardi di Firenze. Il dipinto al Louvre sarebbe una copia successiva e secondo la studiosa è anche possibile risalire alla data dell’originale poiché, dopo la morte della madre Ippolita Maria Sforza il 19 agosto 1488, per almeno un anno Isabella portò il cosiddetto lutto grave (e di nuovo nel 1494, alla morte del marito): a parere della Vogt-Lüerssen, «Leonardo dipinge il primo ritratto ufficiale della duchessa ambientandolo al castello di Pavia nel 1489» sullo sfondo di due colonne, «così come di norma nei ritratti al castello pavese».
Colonne come nell’Isleworth Mona Lisa, oggi conservato nel caveau di una banca a Zurigo: stesso abito, stessa figura femminile in età più giovane e forse stesso autore.
Una prima versione dell’opera più celebre al mondo? Un dipinto di «dui suoi garzoni fano retrati» cui Leonardo era solito servirsi «et lui a le volte in alcuno mette mano», come scrisse Pietro da Novellara a Isabella marchesa di Mantova? Ribaltando l’ordine dei fattori, per altri studiosi questo quadro è solo una delle tante versioni dell’«originale» al Louvre, e tra loro Martin Kemp: secondo l’inglese «L’Isleworth Mona Lisa mostra analogie come il velo sul capo, i capelli, le trasparenze del vestito, la struttura delle mani» e tuttavia «il paesaggio è privo di peculiarità atmosferiche; il volto, come come in ogni altra copia, non cattura la profonda inafferrabilità dell’originale». Ma l’incongruenza più eclatante parrebbe di ordine tecnico poiché l’Isleworth Mona Lisa «è un dipinto ad olio su tela mentre, è noto, Leonardo dipingeva quasi esclusivamente su pannelli in legno»: legno di noce, mentre il quadro al Louvre è in pioppo: «È singolare che, nella Gioconda, Leonardo abbia abbandonato l’uso di questo legno» che peraltro lui stesso aveva raccomandato di usare, ha osservato Pietro Marani in Leonardo. La Gioconda (Giunti, 2003, pp. 10-11).


La Vernon Gioconda, ora nel New Yersey in origine a Parigi, donata da Maria Antonietta a un avo della famiglia americana dei Vernon.

Colonne e paesaggio alpino anche nella versione esposta al madrileno Museo del Prado (l’angolazione leggermente defilata qui avvalora l’ipotesi di un allievo a dipingere accanto al Maestro); nella Vernon Gioconda, ora nel New Yersey ma in origine a Parigi, per taluni «di dieci anni più giovane e più elegante di quella al Louvre». Versioni consorelle sono al Museo nazionale di Oslo, a San Pietroburgo e così via. Quelle accreditate sommano a una dozzina.
Nella sua agile monografia, alle pagine 24-25 Pietro Marani segnala un documento datato 28 dicembre 1531 che certifica la presenza a Milano già nel 1525 di nove dipinti appartenuti a Gian Giacomo Caprotti detto Salaj (discepolo di Leonardo, ucciso nel 1523) e tra questi «un ritratto di donna, con tutta probabilità eseguito da Leonardo, che veniva chiamata “Ioconda”»: quella ora al Louvre o un’altra versione?
Marani lamenta poi che il dipinto al Louvre «non è stato mai finito. Non sono finite le due mezze colonne visibili ai lati della dama, il parapetto e parte del paesaggio a sinistra, dove appare il colore rossastro della preparazione, così come non finite sembrano le dita della mano sinistra» (p. 33).
Anziché Lisa Gherardini del Giocondo, illustri umanisti e studiosi di volta in volta ci hanno visto Costanza d’Avalos duchessa d’Altavilla (Enea Irpino e Benedetto Croce), Pacifica Brandano (Carlo Pedretti), Isabella Gualanda (Pedretti e Carlo Vecce), la stessa Isabella d’Este, cugina di Isabella d’Aragona (Hidemichi Tanaka). Ma nessuna tra le ipotesi avanzate sembra vantare riscontri pari a quelli offerti da Maike Vogt-Lüerssen su Isabella d’Aragona. Fra l’altro, nel suo Trattato dell’arte della pittura, 1590, Giovanni Paolo Lomazzo accenna a un «ritratto di Monna Lisa napoletana» (p. 6): che significa «napoletana»? Anche l’aragonese Isabella lo era.
In conclusione, a chi dar credito? Forse al professor Robert Langdon, tra i romanzeschi personaggi del Codice da Vinci di Dan Brown, lui che vedeva il mondo come una rete di storie ed eventi profondamente intrecciati tra loro.
Al dunque, nonostante le autorevoli perplessità, l’ipotesi avanzata dalla egualmente autorevole Vogt-Lüerssen ai nostri occhi rimane parecchio affascinante.

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