La vita di Leonardo a Pavia

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di Riccardo Catenacci*

In questi giorni due anni fa avevo avuto spazio sui giornali dopo l’incendio doloso e culturalmente mafioso di casa mia, la notte del 30 dicembre 2012, in conseguenza delle denunce sulla criminalità urbanistica cittadina; incendio di cui pasolinianamente si conoscono mandanti e autori. Ora viene questa intervista di Riccardo Catenacci, che ringrazio, su Leonardo da Vinci, per “la Provincia Pavese”. Dopo anni di malaffare è forse tempo di tornare al fare (lungo discorso, e tante le occasioni sprecate in questi anni: in spregio della sua storia, Pavia rimane città di frontiera, il ventre molle sociale morale economico della Lombardia). (G. G.)

La Gioconda e l’Uomo vitruviano di Leonardo sarebbero stati realizzati a Pavia: questa suggestiva ipotesi e molti altri aneddoti dimenticati sul rapporto tra il genio del Rinascimento e la nostra città sono contenuti in un libro, Leonardo, uno di noi (edizioni Effigie), in uscita ad aprile. L’editore e giornalista Giovanni Giovannetti racconta come è nata la volontà di ripubblicare alcuni saggi non più disponibili da anni dello studioso Edmondo Solmi e di aggiungervi una Inchiesta su Leonardo scritta di suo pugno. «Curando la pubblicazione della Storia avventurosa di Pavia di Mino Milani mi sono avventurato in un percorso di studio e ricerca sui disegni vinciani riconducibili a Pavia da inserire tra le illustrazioni del volume. Mi sono imbattuto in un saggio di Edmondo Solmi del 1911, Leonardo da Vinci, il Duomo, il Castello e l’Università di Pavia ed è stata la prima illuminazione. Ho allora chiesto a molti pavesi cosa gli suggerisse il binomio “Leonardo da Vinci-Pavia”: il vuoto, per tutti. Da qui la decisione di ripubblicare i saggi del Solmi, con l’aggiunta di altri studi in cui lo studioso cita qualche legame tra la nostra città e l’operato di Leonardo. Studiando le fonti mi sono reso conto che, anche al di là di quanto già noto, su Leonardo e Pavia si possono derivare per deduzione molte e sorprendenti “novità”. Mi sono immerso in questo rapporto tra la città e il genio con il piglio del giornalista d’inchiesta».

Quali dunque le novità?

«Partiamo dalle cose già note: Leonardo descrive il Regisole di Pavia nel Codice Atlantico. Lo prenderà a modello per il “gran cavallo” al passo, l’imponente monumento equestre a Francesco Sforza mai portato a compimento. Ancora: pur riferendosi a Milano nel descrivere la “città ideale” Leonardo guarda alle città di fiume, in particolare a Pavia. Nel Manoscritto B disegna una città a pianta romana attraversata da numerosi canali, tutti a convergere nel “Tesino”. Ai soggiorni pavesi di Leonardo risalgono alcune tra le sue migliori raffigurazioni anatomiche, nate dalla collaborazione con l’anatomo veronese Marc’Antonio della Torre che all’università di Pavia lavorò nel biennio 1510-1511».

Come nasce il rapporto tra Leonardo e Pavia?

«All’epoca Pavia era la capitale culturale del Ducato di Milano, più per la scienza che per le arti umanistiche. Leonardo si afferma a Firenze, sotto i Medici, come artista e scienziato, ma viene spedito a Milano come ambasciatore culturale nel 1482. La prima visita a Pavia di cui abbiamo prove risale al 1490 ma nulla impedisce di ipotizzare che anche negli 8 anni precedenti Leonardo abbia frequentato la nostra città. Comunque sia, nel 1490 Leonardo è a Pavia con Di Giorgio Martini per un consulto sul cantiere del Duomo. In questo periodo Leonardo legge per la prima volta il De architettura di Vitruvio. Carlo Pedretti (il massimo studioso di carte vinciane) ha datato al 1490 il disegno dell’Uomo vitruviano, mettendolo in relazione con le ricerche di Leonardo sugli edifici religiosi a pianta centrale come il Duomo di Pavia raffigurato in alcuni suoi disegni. È quanto meno probabile che il simbolo inciso sulle monete da 1 euro sia stato disegnato proprio a Pavia».

Leonardo riprodusse molti scorci pavesi, forse anche il perduto teatro di Teodorico. Disegnò anche gli abitanti dell’epoca?

«Sono impressionanti le analogie tra alcuni disegni della Windsor Collection e la memoria di alcuni tradizionali mestieri di fiume praticati dalle popolazioni rivierasche di Po e Ticino: due figure spostano sassi con l’ausilio di una barella identica alla baréla usata dai renaioli ancora nel secondo Novecento. In un altro schizzo tre figure trainano con una fune una barca, di quelle a fondo piatto per il trasporto della rena. Scene quotidiane fino agli anni ’50 catturate uguali negli scatti di Fazioli, Talamazzini e Chiolini».

Perfino la celebre Gioconda potrebbe avere un forte legame con Pavia?

«Della Gioconda esistono diverse versioni conservate in mezzo mondo. La tradizione le considera copie successive all’originale, quello del Louvre, che Leonardo aveva con sé al momento della morte in Francia. Secondo la storica tedesca Maike Vogt-Lüerssen il quadro conservato al Louvre sarebbe invece una copia più tarda mentre l’originale sarebbe stato realizzato a Pavia nel 1489. Monna Lisa non sarebbe, come da tradizione, Lisa Gherardini (moglie di Francesco del Giocondo) bensì Isabella d’Aragona, moglie di Gian Galeazzo Sforza. La duchessa era in quegli anni confinata a Pavia col marito da Ludovico il Moro, reggente del ducato. La cosiddetta Isleworth Mona Lisa, conservata a Zurigo, sarebbe a parere della Vogt-Lüerssen (da una relazione a un convegno fiorentino nel 2012, ndr), “il primo ritratto ufficiale della duchessa, ambientato al castello di Pavia nel 1489”. Sullo sfondo del quadro compaiono due colonne, “così come di norma nei ritratti al castello pavese”. L’identificazione e la datazione si basano sui dettagli dell’abito della giovane raffigurata: i ricami, tipici della casata Sforza, e il lutto stretto indossato da Isabella almeno per un anno in seguito alla morte della madre (avvenuta il 19 agosto 1488, ndr). La somiglianza tra la Isleworth Mona Lisa, che raffigura una donna ben più giovane della Gioconda tradizionale (compatibilmente con l’età di Isabella, 19enne nel 1489 ndr), e un ritratto della duchessa realizzato da Raffaello è impressionante».

C’è spazio per ipotizzare qualcosa di più di un legame professionale tra Leonardo e la duchessa?

«Nel 1494 Isabella rimane prematuramente vedova. Negli anni successivi dai documenti emerge una singolare coincidenza: dove si trova Isabella, arriva anche Leonardo. È oramai dimostrato, nonostante fosse considerato omosessuale, che a Leonardo le donne piacessero. Forse era bisessuale. A Pavia raffigurò anche il lupanare dell’epoca».

A fronte di tutti questi collegamenti tra il genio e Pavia, lei come valorizzarebbe questo legame?

«Penso a una mostra “virtuale”, vale a dire realizzata con copie di tutti i disegni vinciani riconducibili a Pavia. Ovviamente, il sogno sarebbe di avere a Pavia la Monna Lisa attualmente conservata in un caveau di Zurigo: la Gioconda “pavese”».

* “La Provincia Pavese”, 31 dicembre 2014

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