La giornata della memoria corta

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Quando lo sguardo si fa deumanizzante
di Giovanni Giovannetti

Per il 27 gennaio 2015, Giornata della Memoria, s’imporrebbe una riflessione ben più attenta e anche vicina nel tempo, poiché razzismo e xenofobia albergano in noi, nel “falso conflitto” con stranieri, diversi e poveracci o chi semplicemente la vede in modo diverso, trasformati in valvola di sfogo «delle nostre inquietudini, della nostra insicurezza, del nostro disagio verso i problemi autentici»: ieri come oggi. Di seguito alcune pagine sull’argomento, da Comprati e venduti.

Quando Walter Veltroni (Ds) era sindaco di Roma, un sondaggio riservato dell’ottobre 2007 poneva Gianfranco Fini al primo posto davanti al futuro leader del Partito democratico nelle preferenze elettorali dei romani. È in quel clima che matura la prima versione razzista e anticostituzionale del decreto legge anti-Rom del Governo Prodi (1° novembre 2007), preteso da Veltroni subito dopo che Giovanna Reggiani era stata uccisa da Romulus Mailat, giovane rumeno di etnia Rom. Il sindaco di Roma si era persino spinto a definire i rumeni (tutti i rumeni) «una tipologia che ha per caratteristica la criminalità», provocando la risentita protesta di Bucarest, presto emulato dal sindaco di Montalto di Castro e collega di partito Salvatore Carai: «Dalle nostre parti – sostenne Carai – le uniche bestie sono gli immigrati rumeni. Loro sì che lo stupro l’hanno nel sangue».
Violenze e stupri riconducibili ad una etnia colpevole in quanto tale? E dire che nel 20,2 per cento delle violenze denunciate – il 43 per cento se dalla denuncia si passa alla “semplice” segnalazione – lo stupratore è l’italianissimo marito della vittima; nel 23,8 per cento il colpevole è un amico; nel 17,4 per cento è il fidanzato; nel 12,3 per cento è un conoscente. Soltanto nel 3,5 per cento dei casi il colpevole è un estraneo, italiano o straniero che sia. Insomma, come ha rilevato il magistrato Guido Papalia, «oramai uccide più la famiglia che la mafia».
Nel Paese, e non solo a Pavia, il neonato Partito democratico è sembrato così candidarsi a concorrente della Lega quale partito xenofobo di massa, che trasforma i poveracci nella valvola di sfogo «delle nostre inquietudini, della nostra insicurezza, dl nostro disagio verso i problemi autentici».
Per derubricare l’altro a nemico servono uno sguardo deumanizzante (così da negare i tratti costitutivi dell’umano, direbbe Chiara Volpato) e la creazione del “falso conflitto”: noi-loro (o noi o loro), ovvero la menzogna della conflittualità che vede l’altro relegato a non-umano alieno e inanimato, tanto da legittimare il peggiore arbitrio: ieri con zingari, omosessuali e soprattutto ebrei. Oggi con ebrei, omosessuali e soprattutto zingari.
Nella primavera-estate 2007 all’ex Snia di Pavia, abbiamo visto che gli stessi pubblici amministratori intenti a invocare l’ordine e la sicurezza in realtà volevano coprire i privatissimi interessi di un immobiliarista d’area. Uno scopo odioso, così come la strumentalizzazione della paura del diverso, fiancheggiata da mesi di irresponsabile tambureggiamento mediatico: un’emergenza umanitaria spacciata per un problema di ordine pubblico (secondo il sindaco di centrosinistra, «nell’area non esiste un’emergenza igienico-sanitaria, ma solo un problema di sicurezza»), la via intrapresa per far digerire all’opinione pubblica l’illecita distruzione di una fabbrica monumentale.
Sinistra e destra, quali differenze? Nel Milanese, là dove governa il centrodestra assistiamo alla speculare messinscena di persone mantenute nel degrado più assoluto sopra terreni che si vogliono rendere edificabili, o in edifici vincolati che si desidera abbattere. Quel triste copione che l’ex sindaco di Pioltello Mario De Gaspari (centrosinistra) in una intervista di Alessia Candito ha acutamente definito la «finanziarizzazione degli zingari»: «li hanno lasciati lì per un po’. Un paio di mesi dopo, hanno fatto partire il tormentone de degrado, la sicurezza che giustifica qualsiasi nefandezza, e nel 2004 hanno sgomberato. […] Dopo lo sgombero, l’immobile viene tirato giù a tempi record. […] Contro l’emergenza degrado, gli speculatori agli occhi di alcuni diventano quasi liberatori e benvenuti. E dopo tutto il can can, emergenza degrado, sgombero, ecc. dal Comune ottengono quasi duecentomila metri cubi di volumetrie. Non hanno ancora costruito nulla, ma sono riusciti a tirare giù la cascina che era tutelata. Il punto però è un altro: siamo di fronte alla finanziarizzazione degli zingari. Così un gruppo etnico è stato utilizzato per trasformare un obbiettivo di parte in un bisogno sociale, la sicurezza, e ha fatto da pretesto per scelte urbanistiche sgangherate».
Non deve dunque stupire se, dopo il cambio di latitudine politica, a Pavia la musica non è cambiata: nel settembre 2009 il nuovo sindaco di centrodestra – da poco eletto con il contributo di Pino Neri, il capo della ’Ndrangheta lombarda – sgombera “al buio” 17 Rom rumeni dall’area Necchi. “Al buio”, cioè senza prevedere alcuna successiva sistemazione d’emergenza: undici adulti e sei bambini hanno così dovuto bivaccare sotto un ponte. Motivo: «S’impone il ripristino della legalità». I minori fino al giorno prima ogni mattina andavano a scuola.
Sempre in tema di «regole» e di «legalità», l’11 maggio 2010 il Tribunale di Pavia ha accolto il ricorso di Radu Romeo, cittadino rumeno accusato dal sindaco di non essere «immune da precedenti penali e di polizia», di condurre «un tenore di vita non idoneo alla sua situazione» e di non essere «integrato nella società italiana»; dunque, recita l’informativa comunale, «si sospetta che il suddetto possa trarre il proprio sostentamento da attività illecite». Nelle motivazioni del Giudice di pace si legge l’esatto contrario: che Romeo è un «lavoratore autonomo integrato nel tessuto socio economico del Paese, dispone per se stesso e per i propri famigliari di risorse economiche sufficienti per la conduzione di un’esistenza dignitosa, non è un onere a carico dell’assistenza sociale […] e non rappresenta un pericolo per la società». Sono motivi sufficienti per annullare il provvedimento prefettizio, emesso il 12 novembre 2009, dodici giorni prima che Radu – in forza di quella cartastraccia – venisse cacciato per ordine comunale da un centro di accoglienza insieme a moglie e figli.
Non era la prima volta. Il quotidiano “La Provincia Pavese” di venerdì 11 settembre 2009, in prima pagina aveva dato risalto alla notizia di casi di pedofilia tra i minori di etnia Rom ospiti della struttura comunale di via San Carlo. Testualmente, il sindaco ha riferito di «informative dalle quali risultano casi di prostituzione minorile e altri episodi illeciti» esercitati all’interno della struttura comunale.
Si riveleranno tutte bugie, costruite ad arte dal sindaco menzognero per legittimare lo sgombero, il 24 novembre 2009, di otto famiglie, di nuovo “al buio”: uomini donne e undici bambini (c’erano anziani, una donna al sesto mese di gravidanza, un neonato; c’era anche la famiglia di Radu Romeo) cacciati dai centri comunali di San Carlo e Fossarmato; e tra loro anche persone mai raggiunte dall’ordinanza prefettizia, eppure allontanate: «Motivi di ordine pubblico» (ordine mai formalizzato dal sindaco) e in «accordo con la prefettura» (falso: il numero delle famiglie sgomberate era circa il doppio di quello dei decreti di allontanamento prefettizi).
Buttati in mezzo a una strada nel gelido inverno con la conseguente, e se possibile ancor più terribile, interruzione del percorso scolastico dei figli minori.
Era ieri.

* Giovanni Giovannetti, Comprati e venduti (Effigie 2013, pp. 27-32)

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