La “normalità” nazista

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“Devo dire che allora non riflettemmo su tutto questo”. La storia del Battaglione 101 della polizia tedesca in Polonia per spiegare la “normalità” dell’Olocausto

di Marco Bonacossa

Il fanatismo è una delle motivazioni più intuitivamente usate e facili per spiegare il fenomeno dell’Olocausto. Se prendiamo in esame il comportamento di certi gruppi di SS, i manifesti di propaganda del regime nazista o il Mein Kampf, potremmo dedurne che la spiegazione è corretta. Così come potremmo dire che uomini come Oskar Schindler e pochi altri furono immuni dall’odio antisemita e che, quindi, la popolazione tedesca tra il ‘33 e il ‘45 si divideva fra nazisti e antinazisti, fra fanatici e non. Si tratta di una divisione semplicistica ed errata: è assolutamente sbagliato affermare che tutti coloro che parteciparono all’Olocausto fossero antisemiti e che tutti abbiano agito per fondamentalismo ideologico. Per giustificare questa mia posizione, credo sia importante conoscere la storia del Battaglione 101, un reparto di polizia, non di SS, aggregato all’esercito tedesco in Polonia. I componenti di questo gruppo erano padri di famiglia, con un’età media di 40 anni, appartenenti al ceto basso e medio – basso: considerati troppo vecchi per essere arruolati nell’esercito, entrarono, tutti come volontari, nell’Ordnungspolizei. Molti di loro erano reclute alle prime armi, con nessuna esperienza bellica precedente. Il 63% del battaglione era formato da lavoratori manuali, per la maggior parte manovali, magazzinieri, camerieri, operai, macchinisti; c’era poi un 35% formato da impiegati e il restante 2% da droghieri e insegnanti. Quasi nessuno aveva frequentato le scuole superiori, nessuno il liceo, e molti non avevano un’indipendenza economica. Soltanto il 25% dei componenti era iscritto al partito nazista, e solo per poter continuare a svolgere le proprie attività lavorative. La maggior parte di loro proveniva da Amburgo, una delle città meno naziste della Germania. Non sembravano certamente i più adatti per svolgere la pulizia razziale che l’utopia hitleriana chiedeva. Il 101 era di stanza in Polonia, esattamente nella zona sud-occidentale del Paese, a Bilgoraj, una piccola cittadina di ventimila abitanti e il 13 luglio 1942 il battaglione fu svegliato all’alba; agli uomini non venne detto dove erano diretti e perché.
La strada era quella per Jozefow, un villaggio di poche migliaia di persone, tra cui 1800 ebrei, abitato da gente povera, dalle bianche case con i tetti di paglia. I tedeschi, arrivati a destinazione, scesero dai camion e si disposero in cerchio attorno al comandante del battaglione, il maggiore Wilhelm Trapp, per ricevere gli ordini. Trapp era nervoso – i testimoni riferiranno di averlo visto piangere – e con voce tremante disse che aveva ricevuto un ordine, non lo condivideva, ma aveva il dovere di obbedire. Gli alti comandi che glielo trasmisero gli avevano consigliato di ricordare ai suoi uomini che donne e bambini morivano ogni giorno, in Germania, per i bombardamenti nemici; così fece. Inoltre, ricordò che gli ebrei avevano sostenuto il boicottaggio americano ai danni della Germania, come diceva il regime, e che molti di loro, compresi alcuni residenti a Jozefow, erano in combutta con i partigiani. I poliziotti tedeschi erano incaricati di rastrellare gli ebrei e separare i maschi sani, in grado di lavorare, da quelli non abili. Donne, bambini, malati e vecchi dovevano essere fucilati sul posto. Trapp specificò poi che chi, soprattutto fra i più anziani, non se la fosse sentita di obbedire agli ordini sarebbe stato esentato dall’opera di sterminio. Le vittime designate erano circa 1500. Tra i cinquecento poliziotti tedeschi, soltanto dodici fecero un passo avanti, rinunciando così all’incarico. Tutti gli altri, in silenzio, si mostrarono disponibili. Un medico della polizia tedesca fece loro vedere dove avrebbero dovuto colpire le vittime, per causarne la morte immediata. Gli uomini e le donne destinati alla fucilazione vennero portati nel bosco, per ogni ebreo c’era un poliziotto tedesco pronto per l’esecuzione. Venne ordinato alle vittime di sdraiarsi per terra, a faccia in giù, fino a formare un’ordinata fila: i poliziotti puntarono la baionetta all’altezza della spina dorsale e spararono. Le esecuzioni continuarono così, ininterrottamente, per tutto il giorno e verso metà pomeriggio arrivò dell’alcool per i componenti dei plotoni. Qualcuno dopo la prima uccisione chiese di essere sostituito e assegnato ad altri compiti, come quello di scorta alle vittime da fucilare; altri fecero questa richiesta dopo quindici o venti uccisioni. Tutti, nelle loro testimonianze, parlano di “nervi che saltano” e di impossibilità di assistere, non alle morti, “ma alle ferite profonde, ai pezzi di cranio e di cervello che saltavano per la scarsa mira” dei poliziotti. Tornati in caserma, quasi tutti si ubriacarono e nessuno sentì il bisogno di raccontare agli assenti ciò che avevano fatto. Dopo la guerra, i poliziotti del Battaglione 101 tornarono alle loro normali occupazioni. Soltanto il maggiore Trapp fu condannato a morte e giustiziato nel 1948, ma per l’eccidio di 78 civili polacchi nel 1943. La strage di Jozefow non fu neanche citata. Nel 1958, la Repubblica Federale Tedesca creò l’Agenzia centrale per l’amministrazione della giustizia per indagare sui crimini nazisti. Tra il ’62 e il ’67, furono interrogati 210 ex poliziotti del Battaglione 101: alcuni di loro vennero incriminati e nel 1968 furono condannati quattordici imputati, con pene dai cinque agli otto anni. Nel processo di appello, concluso nel ’72, le pene furono dimezzate e furono riconosciuti soltanto tre colpevoli, tutti graduati e nessun poliziotto semplice. Come già precedentemente affermato, soltanto dodici uomini rifiutarono di prendere parte alla strage di Jozefow: durante gli interrogatori, tre di loro addussero “motivi umanitari”, mentre gli altri nove motivarono la loro scelta affermando che non erano interessati ad una carriera nella polizia tedesca e che quindi potevano permettersi di non obbedire. La stragrande maggioranza di coloro che presero parte alle uccisioni raccontò la personale e collettiva repulsione fisica che provavano nel compiere quell’eccidio; nessuno parlò di sentimenti morali o etici. Esisteva sicuramente una difficoltà nell’esprimere ragionamenti raffinati sulla morale da parte di persone con un elementare livello culturale, ma questo non li esentava dal provare un’intima vergogna o avversione per ciò che stavano compiendo. Il dichiararsi impossibilitati a svolgere quel lavoro, o il ritirarsi subito dopo averlo iniziato, comprometteva la “produttività” della compagnia, ma non rappresentava un atto di sfiducia nei confronti della polizia e dell’autorità nazista. Un poliziotto interrogato disse: “Devo dire che allora non riflettemmo su tutto questo”. Un altro, un operaio, si giustificò così: “Tentai di uccidere solo bambini e ci riuscii. Siccome le madri tenevano i bimbi per mano, il mio vicino uccideva la madre e io il figlio, perché ragionavo tra me che dopotutto, senza la madre, il figlio non avrebbe più potuto vivere. Il fatto di liberare i bambini che non potevano più vivere senza le madri mi pareva, per così dire, consolante per la mia coscienza”. Nel corso degli interrogatori nessuno parlò di antisemitismo o di razzismo, vi fu soltanto la netta distinzione tra “noi” e “loro”, che rientra nella logica distinzione identitaria tipica di ogni periodo bellico: in questo caso, l’ebreo era visto come nemico e il discorso di Trapp sulle vittime tedesche dei bombardamenti contribuì a questa visione. John Dower, nel suo saggio “War without Mercy: Race and Power in the Pacific War”, afferma che gli “odi di guerra” provocano i “crimini di guerra”. La propaganda e l’influenza di stereotipi razziali negativi profondamente radicati possono portare ad uno scivolamento dalla disciplina militare e ad atrocità che esulano dalle direttive governative e dalla “prassi bellica”. La collezione di arti umani portata avanti da soldati americani in Giappone o lo sterminio di civili con gli elicotteri in Vietnam ne sono un esempio. I poliziotti del Battaglione 101 rappresentano, invece, l’obbedienza proprio a disposizioni gerarchiche, e non al “lasciar fare e non raccontare”, come nel caso dell’esercito statunitense. L’esperienza bellica e il conseguente abbrutimento morale, tipico di chi ha partecipato ad un conflitto, può valere per i soldati americani in Vietnam, ma non per i membri del Battaglione 101, che prima di allora non avevano mai vissuto una guerra: nel caso del 101, la ripetizione delle stragi fu la causa dell’abbrutimento e non l’effetto dello stesso. Molti psicologi e sociologi si sono interrogati sulle motivazioni dei comportamenti di coloro che presero parte all’Olocausto. Alcuni, tra cui Adorno, hanno spiegato che nell’uomo vi è un lato aggressivo sottomesso, su cui il regime nazista lavorò, con i suoi mezzi propagandistici, in modo da farlo sgorgare. Il corpo delle SS, con le sue decine di ramificazioni, offriva un valido sbocco per tutti coloro che necessitavano di esprimere il proprio lato aggressivo e violento, ma così non era per il Battaglione 101, che non era certo – in teoria – il reparto adatto per espressioni violente. Abbiamo anche visto che diversi poliziotti non miravano alla carriera e che nessuno aveva subito la coercizione dell’obbedienza agli ordini, che, invece, diventerà nei processi ai criminali di guerra la giustificazione più gettonata. Analizzando i valori di autorità e conformità studiati dallo psicologo Stanley Milgram nei suoi esperimenti, possiamo dedurre che i poliziotti del Battaglione 101 si appellarono, inconsciamente, proprio a questi due concetti per compiere le loro azioni. Del resto, l’obbedienza all’autorità era un elemento cardine delle società occidentali della prima metà del novecento, in particolar modo nel regime nazista, mentre la conformità all’obbedienza stessa e al comportamento dei camerati rappresenta l’accettazione, più o meno volontaria, dei privilegi, delle risposte, del vivere in comune e la paura di essere estromessi dalla comunità nel caso di un rifiuto. La “giustificazione ideologica” rappresenta, quindi, un incentivo all’obbedienza all’autorità, che presenta all’obbediente, in questo caso il poliziotto tedesco, un progresso collettivo, quindi anche personale, nell’eseguire quegli ordini. Primo Levi, nel suo ultimo libro, “I sommersi e i salvati”, parla della zona grigia, cioè di quella ampia fetta di umanità che separa il nazista che immetteva il gas nelle finte docce dalle vittime. Questa umanità si estendeva dai piccoli burocrati tedeschi che compilavano le bolle di carico dei treni che portavano i deportati nei lager ai kapò che sorvegliavano i prigionieri, tutti legati tra loro da un unico filo: quello del guadagno, più o meno grande, e dell’appartenenza alla società. La possibilità per il singolo di opporsi o esimersi dall’obbedire era troppo debole di fronte ai due aspetti sopra citati, anzi nella maggior parte dei casi neppure contemplata. Lo sterminio nazista non può essere certamente spiegato in poche righe, perché ogni uomo ed ogni donna costituiscono un mondo a sé stante, ma è indubbio che chiunque voglia cercare spiegazione all’agire dei carnefici debba partire dalla concezione di “Stato totalitario” per trovare delle risposte.

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