Autoassolviamoci

by

di Giovanni Giovannetti

Molti ringraziamenti per la solidarietà. Ma ora leggetevi questo.

Tempo fa, ottobre 2007, quando alcuni migranti Rom alla Snia vennero deportati a Cascina Gandina di Pieve Porto Morone, con Irene Campari fummo aggrediti quasi fisicamente da un gruppo di ragazzi sobillati da Forza Nuova e Lega Nord lì a manifestare. In quei giorni si registrarono episodi gravissimi, veri e propri pogrom notturni contro donne e bambini spaventati e inermi: davanti a quel centro di accoglienza, sotto due gazebo albergavano gli amici di Bossi, Belsito, Borghezio, Fiore; sul retro, un tale alto e grosso stava seduto sotto un ombrellone armato di fucile. Alla mia auto vennero tagliate le quattro gomme; a Irene insulti e altro.
L’aggressione avvenne in coda a una delle tante manifestazioni. Fummo chiamati a riconoscere i “responsabili” (giusto), due ragazzi, che andarono a processo e furono condannati (sbagliato! e lo dissi in Tribunale). Sì, sbagliato, poiché a processo sarebbero dovuti andare i Borghezio, i Salvini, i Fiore, il sindaco di Pieve e tutti i franchi sobillatori delle guerre tra poveri.
Pochi giorni dopo, ero di nuovo a Pieve con Irene seduto a un bar. Entra proprio quello alto e grosso: «butta male», dico a me stesso. Lui ci guarda e se ne va. Il barista poi informerà che la nostra colazione l’aveva offerta lui. Uscendo lo vediamo seduto lì fuori, forse ad aspettarci. Lo ringraziamo e ci mettiamo a parlare. Racconta la sua storia di camionista disoccupato, dei tanti sogni in frantumi. Parla a lungo e parla a noi, a quanto pare gli unici disposti ad ascoltarlo.
Perché torno su tutto questo?
Entrando in un bar, l’altro ieri mio figlio trentenne ha sentito dire da uno sconosciuto «Giovannetti stia attento alla sua famiglia»: frase ambigua e grave, detta la stessa mattina dell’arresto di Luca Filippi. Non era la prima volta («ma quando la smette tuo padre di rompere i coglioni?», per tacere di altre minacce, ad esempio quelle emerse dalle intercettazioni su Punta Est: «questi li dobbiamo eliminare fisicamente»). Roba da cultura mafiosa.
Responsabile lo sconosciuto? Troppo semplice e autoassolutorio. Proviamo allora ad arrischiarci oltre le tinte mafiosette dell’avvertimento verbale poiché, per una parte di questa città, «rompicoglioni» (peggio, «infami») siamo noi che denunciamo ruberie, e non chi ruba; specularmente, per molti altri siamo o siamo stati «eroi» cui delegare autoassolvendosi, e non semplici cittadini semmai da imitare; persone «straordinarie» e non ordinarie. Perché?
Inutile negarlo: c’è anche una città – privata di economia produttiva e sempre più dedita alla rendita parassitaria, spesso di rapina – che “giustifica” e al limite si riconosce nei Filippi e nelle tresche della criminalità urbanistica, un rimosso in fondo contiguo alle economie – “di sopravvivenza” o meno poco importa, è solo un esempio tra molti – degli affittacamere “in nero” o “in grigio” a studenti, famiglie e migranti.
Sono comportamenti collettivi, “dunque” collettivamente non biasimabili: tutti colpevoli, nessun colpevole. Un po’ come quel tale politico socialista che, sorpreso a rubare negli allegri anni di Tangentopoli, disse al magistrato: «Perché, è reato? Lo fanno tutti…»
Anche questo è senso comune, bacato fin che si vuole ma fotografa l’attuale deriva – lo ripeto: rimossa – che sembra attraversare Pavia da parte a parte. E denunciarne o perseguirne uno per educarne cento non serve. Altro che “maledizione di San Siro”: mandante è la classe dirigente che ha malgovernato la città e il Paese per decenni; mandante è la spenta borghesia locale, autoreferenziale, avvitata su se stessa, tanto miope quanto dedita alle proprie tresche o affari, come nell’Allegoria del Buon governo del Lorenzetti in Palazzo Pubblico a Siena.
Denunciare la minaccia in Procura? Più utile è forse riferire il fenomeno. Purché serva, come ebbe a dire Cristina Niutta, ad inaugurare una profonda riflessione autocritica collettiva, senza indugiare su facili capri espiatori.

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