La Battaglia di Pavia

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È in libreria Pavia assediata (edizioni Effigie) che Luigi Casali dedica alle tante guerre trascorse sotto le mura pavesi, dai tempi dell’antica Ticinum fino all’epoca napoleonica. Pavia assediata sarà presentato martedì 24 febbraio 2015, alle ore 17.30 presso la libreria Feltrinelli di Pavia in via XX Settembre, nella ricorrenza della storica Battaglia di Pavia del 24 febbraio 1525. Con l’autore interverranno Giovanni Giovannetti e Mino Milani. Di seguito, alcune pagine sulla storica battaglia dal nuovo libro di Casali.

Nella notte tra il 23 e il 24 febbraio gli imperiali levano il campo, caricano i bagagli sui carri e si avviano verso Lardirago, simulando la ritirata. L’operazione viene coperta da alcune bandiere, o compagnie, di fanteria leggera che distraggono l’attenzione dei Francesi facendo rumore e tirando qualche colpo d’archibugio. Percorsi pochi chilometri, mentre il convoglio prosegue, il grosso dell’esercito piega a sinistra e si accosta al muro del Parco, in prossimità di Due Porte, dove i guastatori spagnoli sono all’opera già da alcune ore per aprirvi tre brecce. Il lavoro, più lungo del previsto per l’eccezionale robustezza del muro, termina solo sul far dell’alba, in ritardo sui tempi previsti dal Pescara. Frattanto l’avanguardia imperiale, agli ordini di Alfonso d’Avalos marchese del Vasto, composta da circa 3.000 archibugieri spagnoli e tedeschi “incamiciati”, in quanto indossano camicie bianche sopra gli abiti per distinguersi l’un l’altro nell’oscurità, è già entrata nel Parco e coperta dal buio e dalla nebbia che ricopre la campagna ha puntato su Mirabello.
I Francesi, distratti dall’azione diversiva della fanteria leggera nemica, non si sono ancora accorti di nulla. Gli archibugieri di del Vasto raggiungono Mirabello quando ormai sta albeggiando e sorprendono i pochi cavalieri e soldati che vi si trovano e una variopinta folla di civili di varia professione che sono al seguito dell’esercito francese. Sorpresi nel sonno molti non hanno il tempo di fuggire e sono massacrati dai soldati spagnoli che mettono a sacco ogni cosa. Del Vasto ristabilisce subito l’ordine e si attesta attorno al castello in attesa di ricevere segnali da de Leyva.
Frattanto anche il grosso dell’esercito imperiale è entrato nel Parco e punta su Mirabello. In testa marcia il grosso della cavalleria seguita dalla fanteria spagnola e dai lanzichenecchi tedeschi di Georg von Frundsberg e di Merk Sittich von Ems.
I soldati che sono riusciti a fuggire da Mirabello danno l’allarme al campo francese. Francesco I e i suoi comandanti realizzano finalmente che quanto sta accadendo è qualcosa di più serio di una semplice “incamiciata” notturna. Le truppe immediatamente disponibili si dispongono in ordinanza da battaglia e l’artiglieria campale si muove per prendere posizione. Il re e 600 gendarmi con il loro seguito si dispongono sulla sinistra, lungo la Vernavola; il quadrato di circa 3.000 svizzeri guidato da Robert III de la Marck marchese di Florange occupa il centro; la compagine detta della Banda Nera composta dai lanzichenecchi al soldo francese tiene l’ala destra; quattordici cannoni sono disposti tra le formazioni della cavalleria e della fanteria. Una riserva di circa 400 gendarmi, con il loro seguito, agli ordini di Carlo IV, duca d’Alençon, si dispone in posizione arretrata verso Pavia. Altri 5.000 Svizzeri accampati verso sud nella zona delle “cinque abbazie” non possono intervenire immediatamente. Le bande italiane di Giovanni de’Medici, assente perché è stato ferito alcuni giorni prima, devono coprire la linea di circonvallazione a settentrione di Pavia per prevenire l’eventuale sortita degli assediati; migliaia di soldati francesi e italiani, accampati attorno alla città o dispersi nelle cascine sono troppo lontani per poter prendere parte alla battaglia.
Mentre l’esercito imperiale marcia verso Mirabello, quello francese risale verso nord per affrontarlo. Resisi conto che la sorpresa è in parte fallita gli imperiali effettuano una conversione a sinistra e formano la linea di battaglia che ha sulla destra la cavalleria, forte di circa 2.000 uomini, al centro il quadrato spagnolo di circa 6.000 fanti e a sinistra i due quadrati di lanzichenecchi, ciascuno forte di circa 6.000 uomini. Il marchese del Vasto, non avendo ricevuto fino a quel momento alcuna notizia da de Leyva e temendo di restare isolato, nel frattempo ha abbandonato la posizione a Mirabello e, ripassata la Vernavola, si è riunito al grosso dell’esercito con i suoi 3.000 archibugieri.
Di fronte all’intero esercito nemico i Francesi non schierano al momento che i due quadrati di picchieri, lo svizzero e la Banda Nera, in tutto meno di 8.000 fanti, forse 3.000 cavalieri, compresi quelli della riserva di Alançon, e quattordici cannoni.
L’artiglieria francese inizia un nutrito fuoco che apre solchi sanguinosi nei massicci quadrati imperiali. Per ripararsi i fanti si stendono a terra, coprendosi negli avvallamenti del terreno. Frattanto Francesco I ha cominciato a muovere con la sua sceltissima schiera di gendarmi per incontrare il nemico la cui fanteria, nell’incerta luce dell’alba offuscata dalla bruma e dal fumo dei cannoni, crede già scompigliata dall’artiglieria e prossima ad essere annientata dagli Svizzeri e dalla Banda Nera. Il re brucia dal desiderio di misurarsi finalmente in campo aperto con il nemico e vuole a tutti i costi giocare il ruolo decisivo della giornata per assicurarsi il merito principale della vittoria. Così quando si trova di fronte la cavalleria imperiale non ha esitazioni e si lancia immediatamente alla carica seguito dai suoi cavalieri perdendo in tal modo ogni contatto con il resto dell’esercito. La carica del re obbliga l’artiglieria francese a sospendere il tiro per timore di colpire le spalle e il fianco dell’ordinanza reale dando così respiro alla fanteria nemica.
Il muro di ferro della gendarmeria respinge la cavalleria imperiale che si ritira in disordine. Nel combattimento Ferrante Castriota, marchese di Civita Sant’Angelo, comandante di un reparto di cavalleria leggera, viene abbattuto da un tremendo fendente vibrato dal re di Francia. I Francesi si fermano per far rifiatare i cavalli sfiancati dalla carica e dal combattimento. Francesco I è raggiante. Ormai sicuro della vittoria alza la celata dell’elmo e rivolgendosi a Thomas de Foix signore di Lescun che gli è a fianco esclama la famosa frase: «Monsignore, adesso mi voglio chiamare Signore di Milano!».
Gli imperiali si trovano ora in una situazione pericolosa. La loro cavalleria è stata respinta e la fanteria, immobilizzata dal fuoco dei cannoni, corre il rischio di venire attaccata frontalmente da quella nemica e di essere presa sul fianco destro dalla Gendarmeria reale. Quest’ultima però è rimasta isolata dalla propria fanteria ed è stata trascinata dalla carica nei pressi della Vernavola su un terreno molto allentato dove i grandi cavalli da battaglia gravati dal peso del cavaliere e dell’armatura si muovono a fatica. Con abile intuizione il marchese di Pescara ordina allora che circa 800 archibugieri spagnoli si spostino sull’estrema destra e battano con il loro fuoco i cavalieri nemici.
I fanti si sparpagliano nei campi o si appostano tra gli alberi sulla riva della Vernavola e da breve distanza cominciano a bersagliare i sorpresissimi gendarmi francesi con una fitta tempesta di piombo. L’effetto è devastante. Impossibilitati a reagire e a difendersi, i cavalieri cominciano a cadere, i più trascinati a terra dalla caduta dei loro destrieri sui quali si concentra il fuoco degli archibugieri. I fanti si gettano quindi sui cavalieri atterrati, aprono loro la celata dell’elmo e li sgozzano con i loro pugnali oppure li finiscono con un colpo d’archibugio dopo aver infilato la bocca della canna sotto l’armatura. La cavalleria imperiale che, non essendo stata inseguita, ha potuto riordinarsi, si unisce al combattimento.
Le sorti della battaglia stanno intanto volgendo a favore degli imperiali anche al centro e sulla sinistra. Su incitamento dei loro comandanti i fanti imperiali che sono stati arrestati dal fuoco delle artiglierie francesi, riprendono coraggio. Protetti dagli archibugieri che abbattono con il loro fuoco gli artiglieri nemici, silenziando in tal modo i cannoni, riformano lo schieramento e avanzano per affrontare le fanterie nemiche.
Il primo scontro avviene tra i due grandi quadrati di lanzichenecchi e quello della Banda Nera. I lanzi imperiali odiano i “Neri” che considerano alla stregua di traditori perché sono venuti meno alla fedeltà verso l’imperatore per servire il re di Francia; i “Neri”, da parte loro, secondo le parole di Paolo Giovio «reputavano cosa molto onorata servire con valore quel re che per molti anni li aveva generosamente pagati, mantenere fede al giuramento prestato e non far cosa alcuna che fosse indegna di vecchi e sperimentati soldati». L’esito dello scontro è comunque scontato. Con forze superiori di quasi tre a uno Frundsberg e Sittich von Ems allargano i loro quadrati sui fianchi della Banda Nera che dopo un accanito e feroce combattimento viene fatta letteralmente a pezzi. Quasi tutti i suoi componenti cadono nella mischia, compresi i loro comandanti Richard de La Pole e Francesco di Lorena.
Gli Spagnoli fronteggiano a loro volta gli Svizzeri di Florange. Proprio quando stanno per entrare in battaglia questi ultimi vengono disordinati dai resti della cavalleria francese in fuga. Già impressionati dalla sorte toccata alla Banda Nera e fatti segno da un nutrito fuoco di archibugi che abbatte numerosi uomini, gli Svizzeri si perdono d’animo e si sbandano, invano richiamati da Florange e dagli altri ufficiali.
Mentre il suo esercito viene disfatto, Francesco I ha continuato a battersi coraggiosamente circondato da una schiera sempre più esigua dei suoi cavalieri. Alla fine, comprendendo inutile ogni resistenza, cerca anche lui scampo con la fuga. Giunto nei pressi della cascina Repentita un colpo di archibugio gli abbatte però il cavallo ed egli è trascinato a terra dalla caduta dell’animale sotto il quale resta imprigionato con la gamba sinistra. Tre cavalieri spagnoli, Diego de Avila, Juan de Urbieta e Alonso Pita gli sono addosso per primi. Non avendolo dapprima riconosciuto gli puntano le spade al petto e gli intimano la resa se vuole avere salva la vita. Sopraggiunge in quel mentre La Motte de Noyers, cavaliere al seguito di Carlo di Borbone, che riconosce il re nonostante abbia la faccia sporca di sangue. La Motte gli offre di arrendersi al Borbone ma Francesco I, sdegnato nell’udire il nome di colui che considera un traditore, chiede con tono quasi di comando che venga chiamato Charles de Lannoy. Questi arriva poco dopo e «fatta discostare – scrive Paolo Giovio nella sua Vita del Marchese di Pescara – la turba di coloro che gli erano dintorno e toltogli d’addosso il cavallo, porgendogli la mano l’aiutò a rizzarsi». Secondo la tradizione Francesco I fu portato subito dopo la cattura alla cascina Repentita dove una contadina gli servì una modesta ma gustosa zuppa destinata a passare alla storia come “zuppa alla pavese”.
Quanto al duca d’Alençon, ritenuta ormai persa la giornata, anziché intervenire in aiuto del re ha ritenuto più saggio ritirarsi con i suoi cavalieri verso sud e ha attraversato il Ticino sul ponte di barche gettato dai Francesi a valle di Pavia durante l’assedio.
La rotta del primo quadrato svizzero è seguita da quella del secondo che sta risalendo, troppo in ritardo, verso il campo di battaglia. A giornata ormai decisa viene attaccato sul fianco dai lanzichenecchi di Antonio de Leyva che, usciti da Pavia, hanno superato dopo una ventina di minuti la resistenza dei pochi soldati italiani di Giovanni de’Medici. Scossi e disorientati gli Svizzeri gettano a terra le armi in segno di resa e cercano scampo nella fuga dirigendosi verso il Ticino che contano di attraversare sul ponte di barche già utilizzato da Alençon. Li attende però un’orribile sorpresa perché questi, dopo aver passato il fiume, ha fatto tagliare il ponte. Insieme a lui sono riusciti a salvarsi gli Italiani e i Francesi che si trovano già sulla riva destra del Ticino.
Inseguiti soprattutto dalla cavalleria leggera spagnola che non concede quartiere, molti Svizzeri si gettano nel fiume, in piena per le abbondanti piogge dei giorni precedenti, dove annegano in gran numero travolti dalla forte corrente.
La battaglia è stata brevissima, poco meno di due ore ma la vittoria per Carlo V non può essere più completa e trionfale. La cattura del re, evento di per sé clamoroso e comunque decisivo per le sorti non solo della battaglia ma anche della guerra, è completata dalla totale disfatta dell’esercito francese le cui perdite sono valutabili tra i 6.000 e gli 8.000 uomini, morti o feriti. Tra i primi vi sono grandi nomi di Francia come Guillaume Gouffier signore di Bonnivet, Jacques de Chabannes, signore de la Palice, Louis II de la Tremoille, Galeazzo Sanseverino, Grande Scudiero di Francia, e numerosi altri cavalieri. I prigionieri sono migliaia e ben trentadue i pezzi d’artiglieria catturati. Le perdite imperiali assommano a poco più di cinquecento uomini.
Francesco I viene portato nel convento di San Paolo, dove alla sera cenerà con Charles de Lannoy e con Alfonso d’Avalos, da lui invitati alla sua tavola, con i quali commenterà le varie fasi della giornata. Nei giorni seguenti sarà quindi trasferito a Pizzighettone e da lì in Spagna.
Dei personaggi illustri catturati alcuni pagheranno forti somme per riscattarsi; qualcuno, come Enrico d’Albret re di Navarra riuscirà a fuggire e a ritornare in Francia; altri, privi di mezzi, saranno presto rilasciati. I prigionieri comuni sono disarmati e lasciati liberi di tornare subito alle loro case. Vi arriveranno in pochi, specialmente gli Svizzeri, in gran parte assaliti e trucidati dai contadini lungo la strada. Alcuni cavalieri francesi vengono sepolti in San Pietro in Ciel d’Oro. Tra questi i più illustri sono Francesco di Lorena e il duca di Suffolk, i due comandanti della Banda Nera. La loro tomba verrà anni dopo contrassegnata da una lapide. In seguito scomparsa questa lapide è stata ritrovata nel 1990 murata all’inizio della prima rampa dello scalone principale del Castello di Belgioioso, alla sinistra per chi inizia la salita. Secondo quanto narra il Taegi Galeazzo Sanseverino venne sepolto dai suoi parenti nella Certosa di Pavia. I corpi di molti cavalieri vengono portati il giorno dopo la battaglia nel convento di San Paolo dove sono eviscerati e cosparsi di oli e sostanze aromatiche per ritardarne la putrefazione e consentirne il trasporto in Francia «con minor fastidio», beninteso dopo essere stati riscattati dalle mani dei soldati spagnoli che ne hanno fanno mercato. Della grande massa dei morti non si hanno notizie. Una parte di essi trovò forse sepoltura in fosse comuni o fu gettata nel Ticino. In un breve passo della sua cronaca il Taegi riferisce che i corpi degli uccisi si vedevano sparsi sul campo di battaglia per duemila passi.
«In quel giorno dunque – scrive il Ballada nella sua versione del Taegi – del Glorioso Apostolo Mattia alli 24 del mese di Febraio dell’anno 1525 felicissimo per la Maestà Cesarea di Carlo Quinto Gloriosissimo Imperatore, nel qual giorno ancora egli nacque, l’anno 1500 e nel qual ancora egli fu poi l’anno 1530 incoronato in Bologna da Papa Clemente VII, hebbe fine quel così lungo, e crudel assedio della povera Città di Pavia».

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