Lavoro sommerso e diritto del lavoro

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Un volume e un convegno a Bergamo
di Paolo Ferloni

Mentre l’Italia registra un numero di disoccupati ai massimi livelli degli ultimi trent’anni, sia come dato complessivo, sia per la disoccupazione giovanile, e resta perplessa in attesa delle conseguenze e dei decreti attuativi del cosiddetto “Jobs Act” da poco apparso in “Gazzetta Ufficiale”, qualche studioso si esercita da tempo ad esplorare con fatica l’incerta e oscura regione dell’economia “non dichiarata” e del principale motore di essa, il lavoro sommerso, o nero o grigio che dir si voglia. Nel panorama italiano, alle iniziative di qualche amministrazione (comunale, provinciale o regionale) per far emergere e affrontare il problema non corrisponde un’attenzione e una ricerca sistematica in ambito universitario. Si tratta poi di un insieme di attività non facili da definire, che nei Paesi europei si chiamano con parecchi sinonimi e si descrivono giuridicamente con una varietà di normative.
Se ne è discusso il 10 marzo a Seriate presso la Scuola Edile di Bergamo “Edilforum”, in un convegno in cui è stato presentato l’ultimo quaderno del Dipartimento di Giurisprudenza della Università di Bergamo “Il lavoro sommerso e il diritto al lavoro. Le politiche di contrasto e di emersione: dal contesto internazionale a quello locale” pubblicato nel dicembre 2014 dall’editore Jovene di Napoli, a cura di Maurizio Sala Chiri, con contributi di Elena Signorini, Isabel Perletti e Samuele Rota.
Per curiosa coincidenza, proprio nello stesso giorno è uscito il Working paper n. 1 del 2015 dell’Istat sulla Eterogeneità del lavoro non regolare in Italia, di Carlo de Gregorio e Annelisa Giordano, in cui si analizza la natura profondamente eterogenea dell’occupazione non regolare mediante l’uso del campione della Rilevazione sulle Forze Lavoro i cui microdati sono integrati con le informazioni contenute negli archivi amministrativi che tracciano l’occupazione regolare. Documento, questo, che fa seguito al lavoro (Istat Working paper n. 3 del 2014) dal significativo titolo Nero a metà, in cui gli stessi autori avevano analizzato contratti full-time e falsi contratti part-time nell’industria italiana negli anni 2010-2011, per rispondere a domande del tipo: è possibile determinare l’incidenza e le caratteristiche in Italia dei dipendenti che lavorano a tempo pieno con contratti a tempo parziale? Si tratta di un fenomeno significativo? Qual è l’ordine di grandezza dell’impatto che ha nella misurazione delle ore lavorate e dell’input di lavoro grigio? Interrogativi, come si può immaginare, di vivo interesse non soltanto statistico ma anche socioeconomico e politico, sui quali peraltro non pare che gli ultimi governi nazionali abbiano avuto idee chiare né abbiano inteso adottare misure di qualche efficacia.
Tornando al volume, sulla distribuzione del lavoro sommerso in alcuni Paesi europei, e sulle differenze tra le loro normative si è soffermata l’attenta analisi proposta da Elena Signorini. Un paragone con la legislazione degli USA (dove vige, come legge principale, il National Labor Relations Act del 1935 e dove sono più importanti i contratti di lavoro individuali che quelli collettivi) è stato presentato da Clara Enrico, della Università di Genova. Ella ha rilevato che i dati variano in funzione dei sistemi giuridici dei vari Paesi: in quelli dove è molto minore la tutela giuridica del lavoro ufficiale si osserva una minore presenza di quello sommerso.
Da questi aspetti internazionali si è passati a vedere da vicino, nel contesto italiano, la situazione del lavoro in provincia di Bergamo, esaminata con l’aiuto di dati anche recentissimi di Inps, Inail e Ispettorato del lavoro da Samuele Rota e Isabel Perletti. I lavoratori del sommerso sono qui circa trentamila, e rappresentano il 7-8 per cento dei circa 360.000 lavoratori dipendenti nella provincia, senza variazioni rilevanti tra il 2008, prima della crisi, e il 2014. Il dato provinciale si attesta a un livello sensibilmente più basso di quello nazionale, che si aggira sul 10-12 per cento, a conferma del fatto che i bergamaschi mediamente sono gente più seria. La metà circa dei lavoratori non dichiarati è attiva nell’edilizia e nell’industria, in piccole e medie imprese; l’ altra metà nel comparto dei servizi alla persona, in particolare come badanti e colf, oppure nei servizi in ristoranti e alberghi: si tratta di una popolazione assai eterogenea sia per età, sia per livello culturale, tempo dedicato, natura delle mansioni svolte.
Come hanno rimarcato tutti gli altri appassionati e vivaci partecipanti al convegno, sia amministratori sia sindacalisti, anche il prof. Arturo Maresca, della Università La Sapienza di Roma, ha apprezzato il collegamento tra la ricerca universitaria pubblicata nel volume e le possibili applicazioni sul territorio. Ha poi sottolineato l’utilità di una fase 2 del progetto, che miri a proporre, in quello che ha definito il deserto della normativa sul lavoro, strumenti per favorire una corretta bilateralità, e mettere in evidenza il lavoro invisibile e quello irregolare nelle loro varie forme, anche nelle amministrazioni pubbliche.
Dal canto suo il curatore e abile regista dell’intera iniziativa, prof. Maurizio Sala Chiri, ha auspicato di poter effettuare anche in futuro un monitoraggio sempre più accurato dei fenomeni in corso nella città e nella provincia di Bergamo, non solamente per averne una conoscenza e una stima più adeguata, ma anche per proporre politiche di emersione e di contrasto al lavoro nero che da parte di tutti, sindacati, autorità e cittadini, si vorrebbero vedere promosse, diffuse e meglio attuate.
In conclusione il volume presentato, ricco di dati locali e nazionali e di spunti giuridici internazionali, e come tale non destinato a un largo pubblico, si presta però come strumento valido per chi desideri agganciare ad una più affidabile base di conoscenze le prospettive di inserimento dei lavoratori e della società italiana nel quadro normativo europeo e nel contesto globale.
La viva attenzione e i convinti applausi dei presenti al convegno non sono arrivati ad alimentare in uno scettico e prudente osservatore la speranza che di una così fine indagine giuridica e di così puntuali risultati e tabelle – come pure dei citati lavori statistici dell’Istat – sia davvero capace di giovarsi la classe politica al governo oggi nelle regioni e nel Paese.

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